Martedì, 26 Maggio 2020

OLTREPÒ PAVESE - «IN FERIE A SALICE TERME PER COLPA DEL COVID-19»

Nato a Voghera, classe 1994. Residente nel Comune di Godiasco-Salice Terme, si laurea nel 2018 presso il D.A.M.S. (Disciplina delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) a Bologna, inseguendo e realizzando quelle che sono state le proprie passioni sin dagli anni dell’adolescenza, ovvero: musica, teatro, letteratura, arti figurative e, soprattutto, cinema, materia sulla quale si è maggiormente concentrato. E filosofia, che auto-definisce come “la mia croce”. Partito i primi di Marzo scorso alla volta di Hollywood, Los Angeles – California, Stati Uniti d’America, alla ricerca di ulteriore esperienza, si è visto costretto “ad una ritirata” causa emergenza sanitaria. Ci racconta la sua esperienza anche se breve Haikel Amri.

La prima domanda che voglio rivolgerle è, probabilmente, scontata: cosa l’ha portata ad optare per questo trasferimento?

«Guardi, non è una domanda per nulla scontata, in virtù degli eventi... La mia prima destinazione alla ricerca di esperienze nel settore cinematografico, mesi or sono, è stata Roma, la Città Eterna dell’Arte e del Cinema Italiano. Era questa la scelta iniziale per la mia carriera lavorativa. Avevo già pianificato la partenza per Martedì 4 Febbraio, ma... nella notte di sabato 1 Febbraio ho incontrato, davvero con sorpresa, l’amica liceale Marta Aramini, che non vedevo da tempo. Conoscendomi e conoscendo le mie passioni, è stata lei, al termine della narrazione del mio imminente trasferimento capitolino, a propormi di condividere l’appartamento in Los Angeles dove vive con il compagno Rodolphe, conosciuto in Erasmus a Strasburgo. Dopo una telefonata durata fino all’alba con un amico dalle grandi, grandissime esperienze, alle 6.30 avevo già deciso che l’avrei richiamata e non mi sarei fatto scappare l’occasione! Esattamente un mese dopo, il 4 di marzo, ero dall’altra parte del mondo...».

Che impressione le ha dato Los Angeles, la sua atmosfera, la sua vita...

«La prima impressione per i “Fresh-off of the Boat”, così vengono qui definiti quelli come me appena sbarcati, è di essere spersi in una giungla di asfalto. Le macchine sfrecciano veloci per strade enormi, tutto è più... grande “del normale” per un europeo. Automobili di grossa cilindrata, strade a minimo 4 corsie, spiagge e parchi sterminati. Insomma, nulla è a misura d’uomo. è impossibile “camminare”: qui ti serve sempre un’automobile. Ma ancor più che l’impatto visivo e spaziale (lo spazio è sempre una costante in abbondanza), l’energia delle persone è... differente. La sensazione è di poter essere partecipe in qualunque momento di qualsiasi cosa accada. Ed è più di una sensazione: sembra proprio che possa accadere qualsiasi cosa in ogni momento! Non si possono fare piani o programmi, nemmeno la mattina prima di uscire di casa. Credo che questa sia la cosa che ho amato di più da quando sono sbarcato».

Com’è cambiata Los Angeles dal suo arrivo, considerando il tragico momento storico?

«Alla metà di Marzo tutto è cambiato. In maniera graduale, ma molto rapida. Le persone hanno cominciato a tenere le distanze, prima e poi, nel giro di pochi giorni, si sono auto-isolate. Ognuno stava nella propria abitazione, ancor prima che il Governo annunciasse lo stato di emergenza. Le attività hanno chiuso ogni tipo di servizio, fino a lasciare solo il “Delivery” (consegna a domicilio, n.d.r.) per beni di qualsiasi ordine, dagli alimentari agli alcolici, ai tabacchi, etc. Uscire e vedere. Los Angeles deserta, di persone ma ancor più di automobili, è davvero... straniante! Nonostante non ci sia l’obbligo tassativo di rimanere a casa, come in Italia, il senso civico e di sicurezza personale è assai maggiore qui, ed ognuno è molto attento alle precauzioni del caso. A Mezzanotte del 28 marzo sono stati chiusi parchi e spiagge, monitorati dalla polizia, ed imposta una multa di 500/1000 dollari per i trasgressori. Da quel momento più nessuno, neanche chi avesse un minimo deficit di quel senso civico intrinseco, ha più trasgredito ogni consiglio di cautela precauzionale».

Al suo arrivo in aeroporto, prima del check-out, è stato visitato? Le son state fatte domande?

«All’arrivo negli States la cosa più temuta è il Customer Border Control. Mi sono state fatte domande tra le più comuni, inizialmente, tipo “come mai negli USA? Prima volta? Dove risiedi? A quando il rientro?”, prima di essere inviato ad un altro sportello dove un altro Agente ha esaminato la mia situazione, personale e familiare, sotto la lente d’ingrandimento. Eravamo in 4 in tutto il volo a essere sottoposti a questo scrupolosissimo secondo controllo: io, due ragazzi algerini ed un quarto sempre di origini non europee. Nessuno domanda, in tutti i 50 minuti, ha toccato l’argomento del virus o della mia provenienza (partivo da Parigi, ma la mia partenza effettiva era la Lombardia, nel pieno della contaminazione), se non la provenienza di mio padre e il mio rapporto con l’altra mia cittadinanza, quella tunisina. Dopo grandi sorrisi e chiare spiegazioni sulla motivazione del mio viaggio, il mio percorso di studi e di lavoro, il rapporto che avevo con le persone che mi aspettavano ed ospitavano in California, e, soprattutto, sulla situazione economica familiare, anche nel mio tutt’altro che perfetto inglese ho avuto il tanto atteso timbro d’approvazione. Qualche secondo dopo aver lasciato l’ufficio, mi è venuto alla mente di condividere il cognome con il terrorista della strage di Parigi del novembre 2015, e... tutta quella scrupolosa attenzione alla mia persona ha quindi avuto un senso...».

Qual è la sensazione degli Angelenos che conosce a riguardo di questa emergenza?

«Inizialmente, nei primissimi giorni, di ironica noncuranza, ad esempio nel momento in cui dicevo di essere appena arrivato dall’Italia. Erano a conoscenza della terrificante situazione del Bel Paese ma per nulla spaventati dal fatto che io potessi portare contagio. Neanche ho avvertito la preoccupazione da parte loro che la pandemia potesse arrivare nella loro “Terra felice”. In pochi giorni, però, tutto è stato sconvolto, in concomitanza con i discorsi del tanto odiato (in California, n.d.r.) Presidente Trump riguardo all’allerta. Dai grandi abbracci si è passati al contatto gomito-a-gomito per salutarsi, fino ad evitare ogni tipo di interazione. Come le dicevo, gli americani, almeno i californiani, a differenza nostra hanno molto più senso civico sia nella protezione di se stessi sia di prevenzione per gli altri. Ancor più sorprendente è il sentimento di solidarietà, e in questa situazione globale è ancor più tangibile, nei confronti del prossimo, per quanto si conosca una persona o magari un estraneo che mai più si rivedrà nella vita. Ma sempre a distanza di sicurezza».

Le notizie a riguardo la Città e la Contea di Los Angeles vengono date in modo chiaro ed esaustivo? Più volte al giorno?

«Informarsi è possibile seguendo i canoni standard di sempre: telegiornali (CNN, ABC, CBS), quotidiani online (L.A. Magazine, L.A. Times, N.Y. Times) etc. Particolare attenzione riscuotono, nei cittadini, i discorsi del Presidente Trump e/o delle sue Commissioni di Sicurezza e Sanità. Le regole che ne derivano sono seguite dalla popolazione in maniera stringente, anche senza l’obbligo tassativo imposto dalla legge. Come ovvio, nelle chiacchiere “da strada” le notizie sul virus viaggiano incontrollate, talvolta creando apprensione e psicosi ingiustificate. Tra tutte, la maggiore preoccupazione avvertita riguarda la situazione lavorativa e assistenziale, non essendoci un Welfare nazionale. L’angoscia è il “quanto tempo sarà necessario per terminare il Lock-down” e come, e chi, potrà ottenere assistenza dal governo in via storicamente straordinaria per gli USA. Ma gli esercenti con cui ho potuto parlare non sono per nulla ottimisti: prevedono una chiusura totale o parziale per almeno 60 giorni, durante i quali potranno rimanere aperti solamente i servizi di Delivery per molte tipologie di prodotti».

Rimpatrio “forzato”...

«Purtroppo restare sarebbe stato impossibile per tutto quanto detto sopra. Ma posso dirle con certezza di essermi innamorato di questa città, per diversi motivi. Sono qui nella mia amata Salice Terme ma tempo che tutta questa maligna nuvola nera passerà e tutto tornerà a funzionare a pieno regime, tornerò negli States, anzi in California, anzi... a Los Angeles! Non voglio fare progetti, non in una città come questa che non permette di farne. Probabilmente mi iscriverò a un college e cercherò un lavoro che mi consenta di portare la mia passione con me ogni mattina, che, e non servivano 9.970 chilometri forse per capirlo, è la più bella cosa che si possa fare nella vita!».

di Lele Baiardi

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