Giovedì, 02 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - MONTEBELLO DELLA BATTAGLIA - CHILDREN’S MUSIC LABORATORY, UN CAMP ESTIVO PER BAMBINI

Francesca Raimondi ha 37 anni, vive a Voghera ed è una persona eclettica: insegnante di violino, suona anche il pianoforte ed è psicologa. Ha concentrato la sua esperienza e il suo percorso di studi, compreso di specializzazioni, nel progetto “Musica e gioia”, ovvero lo studio che Francesca ha aperto 6 anni fa. Il suo obiettivo è insegnare ai bambini, che rappresentano il target principale, a suonare il violino tramite la didattica musicale. I valori cardine sono professionalità e inclusione, in quanto lo studio si rivolge a bambini anche piccolissimi, disabili e con qualsiasi tipo di deficit mentale o fisico. Quest’estate Francesca spera di poter attivare un camp estivo che traduca su una lunghezza di cinque giorni i valori e i metodi del suo studio, per la cui realizzazione ha bandito una campagna di crowdfunding online.

Francesca, da quanti anni insegna violino?

«Ho avuto i miei primissimi pochi allievi nel ’98; tenevo lezioni private in casa mia e sono andata avanti così per 4-5 anni. In seguito c’è stata una lunga pausa, in cui ho deciso di concentrarmi sulla mia formazione, per poi riprendere nel 2009. La mia esperienza è ventennale, ma insegno in modo ufficiale e continuativo, con un mio studio, da 11 anni. All’inizio insegnavo anche le basi del pianoforte, ora solo violino e propedeutica per i bambini piccolissimi».

In che modo è cominciato il suo percorso con il violino?

«La mia storia con questo strumento è iniziata un mese prima di compiere nove anni. Per Natale i miei genitori mi regalarono un violino e iniziarono a mandarmi a lezione. All’inizio non è che mi interessasse granché – ho avuto una storia piuttosto travagliata, ho cambiato anche molti insegnanti; ho iniziato ad appassionarmi profondamente e a studiare intorno ai 15 anni, una volta maggiorenne sono entrata al conservatorio di Parma e lì mi sono diplomata».

Quando e perché ha deciso di aprire il suo studio di musica?

«Volevo che il mio lavoro principale diventasse quello di insegnare musica. Ho sempre avuto una propensione alla didattica sin da quando ero piccolissima. Essendo tra l’altro psicologa dello sviluppo, ho lavorato anche come educatrice in asili nido e scuole dell’infanzia, e come docente di sostegno in scuole materne pubbliche. Insomma, insegnare mi è sempre piaciuto tanto. Per cui, nel 2014, ho aperto a Voghera il mio studio “Musica è gioia”.

Perché questo nome?

«Si chiama così perché io credo che la musica, come tutte le discipline in realtà, si possa imparare in modo sereno e positivo. Ad oggi è anche ampiamente dimostrato da studi scientifici che un metodo di apprendimento propositivo, divertente – non tramite la minaccia e la punizione, come si fa nelle nostre scuole – sia molto più efficace. Il motivo per cui insegno è proprio questo: la volontà di appassionare, motivare, rinforzare, di dimostrare che, appunto, la musica è gioia».

Ha fatto della sua passione un lavoro: oltre ad insegnare ricopre anche altri ruoli?

«Come musicista non svolgo attività concertistica, anche se attorno ai 20 anni sarebbe stato il mio sogno fare la solista. L’orchestra non mi interessava granché, perciò ho intrapreso quello che è il mio percorso attuale. Non ho mai pubblicato pezzi miei. Non è detto che un musicista sappia anche comporre perché in conservatorio c’è un corso apposito – è più o meno come studiare un altro strumento – che io personalmente non ho seguito. Pubblico “pezzi” ma nel senso che ho scritto e scrivo: al momento realizzo articoli per riviste specialistiche. Inoltre, come ho detto prima, sono psicologa, quindi spesso faccio colloqui di supporto psicologico a bambini e genitori e collaboro di frequente con l’università Bicocca di Milano».

La sua formazione è estremamente solida e completa: che percorso di studi universitario ha seguito?

«Oltre ad aver conseguito il diploma in conservatorio, all’Università di Parma mi sono laureata in Psicologia dello sviluppo. Sono inoltre abilitata a diversi metodi e all’estero è diverso, ma in Italia permane questa convinzione che per insegnare basti l’amore, soprattutto per quanto riguarda i bambini con disabilità. Ho già detto quanto per me siano importanti il coinvolgimento, la piacevolezza, il divertimento, quindi non metto in dubbio il ruolo dell’amore. Ma è indispensabile che i più piccoli siano istruiti da insegnanti soprattutto competenti. Il bagaglio teorico, esperienziale, di strategie didattiche, fa la differenza tra un bravo insegnante e un insegnante qualunque. Secondo me bisognerebbe, senza ovviamente trascurare la passione, concentrarsi in modo molto più approfondito sull’aspetto formativo dei docenti di qualsiasi tipo e ordine».

Ha scelto il suo percorso di studi già con in mente “lo scheletro” di tutti i progetti che ha all’attivo?

«Sì e no, nel senso che ho scelto il mio percorso alla luce della mia vocazione per la didattica e del sogno di aprire un mio studio, ma mi sono ritrovata ad avere molta più formazione e a realizzare molti più progetti del previsto; man mano che, in itinere, mi vengono idee, per applicarle devo specializzarmi ulteriormente. Quindi è tutto un crescendo».

Che tipo di specializzazioni ha conseguito? In cosa consistono a livello pratico?

«Sono abilitata al metodo Suzuki, al CML e al metodo Lullaby. Il primo basa l’apprendimento di uno strumento musicale su un’induzione naturale che rispecchia quella del linguaggio, infatti è anche chiamato “metodo della lingua madre”. Un bambino impara a parlare sentendo mamma e papà che parlano a loro volta, e lo stesso processo viene applicato in ambito musicale. I cardini di questo metodo sono l’ascolto, l’imitazione e il gioco. Il genitore partecipa alla lezione insieme al bambino e viene formato, in modo da poter replicare in ambiente domestico le gestualità e i suoni propedeutici all’apprendimento di uno strumento, con la stessa naturalezza, spontaneità e frequenza di una conversazione. La massima efficacia di questo metodo si ottiene se lo si applica tra il primo e il secondo anno di vita del bambino, quando, appunto, sta imparando a parlare».

Il CML invece?  

«Sta per Children’s Music Laboratory ed è una sorta di evoluzione italiana del metodo Suzuki, rivolta a bambini di 3-4 anni – fino agli 8 – in preparazione all’apprendimento dello strumento. All’Università di Chichester ho conseguito un master di primo livello in didattica del violino. E’ un master estremamente esperienziale, in cui tu devi riflettere sui tuoi metodi didattici e talvolta invii video del tuo lavoro. L’obiettivo è riuscire a insegnare nel modo più sintetico e mirato possibile aspetti anche molto tecnici del violino – i migliori docenti in questo campo non hanno nemmeno bisogno di parlare, nelle lezioni soprattutto con i bambini piccoli comunicano a livello non verbale.

Che differenza c’è tra musicoterapia e didattica musicale, la disciplina che lei insegna?

«Sostanzialmente: oltre ad essere poco efficace, trovo che la musicoterapia sia discriminante, poiché raccomandata per individui disabili.

La didattica musicale è apprendimento, la musicoterapia genera uno stato di benessere. Io, che applico didattica musicale, sono un’insegnante, il musicoterapista invece è, per l’appunto, un terapista; io adotto la didattica musicale con qualunque individuo, senza alcuna discriminazione di età e sesso, con o senza deficit fisici o mentali, con disabilità, con quoziente intellettivo superiore alla media; tutti suonano, tutti. E sottolineo suonano, non fanno terapia. La didattica musicale ha un approccio basato sulla motivazione all’apprendimento, la musicoterapia utilizza la musica esclusivamente come approccio con l’altro; io, in quanto insegnante di didattica musicale, faccio in modo che il bambino collabori con me e con gli altri per seguire le mie direttive, il che non vuol dire limitarne la creatività: la libertà di espressione deve essere incanalata dalla capacità tecnica, dai mezzi per esprimersi, altrimenti è caos, come accade nella musicoterapia; da me si impara a suonare il violino, nella musicoterapia i mezzi utilizzati servono a incentivare le relazioni; la mia orchestra è totalmente inclusiva di bambini neurotipici e non, nella musicoterapia ci sono pazienti divisi in categorie a seconda dei loro bisogni; io insegno a bambini molto piccoli, a partire dai 2 o 3 anni e come nel metodo Suzuki i genitori partecipano alle lezioni; in ultimo, io utilizzo metodi scientifici per valutare i progressi, mentre nella musicoterapia ci si basa su impressioni – “se il bambino sorride, allora è migliorato”».

In che cosa consiste il progetto camp estivo: per quando è in programma?

«Si terrebbe a Montebello della Battaglia per cinque giorni, in luglio – non so ancora le date precise. Il mio obiettivo è quello di fare un turno solo, perché l’organizzazione di un camp estivo ha un costo altissimo, ma se il successo fosse molto grande potrei prendere in considerazione di farne due. Ospiterebbe una decina di bambini dai 5 ai 10 anni».

è indirizzato solo ai suoi allievi, a bambini che conoscono lo strumento, oppure è un modo per farlo conoscere anche ad altri?

«è principalmente indirizzato a chi già suona, ma i neofiti non sono assolutamente esclusi: nel 2016 il gruppo era composto quasi tutto da bimbi che non avevano mai suonato, anche con disabilità grave, e in cinque giorni sono riusciti ad imparare un paio di pezzi basilari con un brano da solista a testa».

Come sarebbe la giornata tipo al campo?

«La giornata tipo è composta da una o due lezioni individuali di mezz’ora ciascuno, un’ora di orchestra, e per chi se la sente o è un po’ più grande è previsto tempo di studio coadiuvato da educatori. Ci sono inoltre attività di svago, laboratori di cucina, laboratori artistici, equitazione, yoga, l’immancabile piscina, passeggiate, sport».

Che tipo di arricchimento si propone di fornire ai bambini?

«Il progetto vuole essere un’esperienza di divertimento e soprattutto, dal momento che il camp prevede una permanenza di 24 ore su 24, di autonomia, abilità inestimabile da acquisire in particolar modo per i bambini disabili; ognuno ha i suoi piccoli obiettivi: imparare a vestirsi, a lavarsi, a mangiare da solo, a sopportare emotivamente la lontananza dalle figure di riferimento. Il tutto si fonda sull’inclusione, che costituisce un arricchimento reciproco, con il filo conduttore dell’apprendimento – o approfondimento intensivo – della musica».

Ha adottato il crowdfunding, ovvero la donazione di denaro attraverso internet per finanziarsi. Come è possibile contribuire?

«Le donazioni possono essere versate entro il 26 febbraio e ognuno può decidere di contribuire come vuole: ci sono degli scaglioni di 5, 10, 20, 30 e 60 euro, ma è possibile impostare una cifra a piacimento. L’obiettivo  da raggiungere entro questa data è di 6mila euro e la piattaforma su cui è attiva la raccolta fondi è “eppela.com”. Ogni persona che donerà riceverà in segno di gratitudine varie ricompense, tra cui un CD registrato dai miei allievi, una maglietta di Musica è gioia, una citazione sul mio blog».

è possibile contribuire anche in altri modi, oltre che a livello finanziario?

«Ho avuto sponsor che si sono occupati di fornirmi strumenti musicali, cartoleria, corsi vari o ingressi in piscina agevolati, ma tutto questo una volta che la realizzazione del camp è confermata. Questa raccolta fondi è necessaria soltanto alla realizzazione basilare del progetto e al finanziamento degli educatori scrupolosamente selezionati».

Di Cecilia Bardoni

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