Giovedì, 02 Aprile 2020

VARZI - GLI ANNI D’ORO DEL CARNEVALE E DEL CINEMA ITALIA NELLA “VARZI DA BERE”

Il carnevale di Varzi, simbolo di un divertimento dissacrante e dissoluto, è una tradizione antica della Valle Staffora e di tutto l'Oltrepò Pavese. Per i nostalgici la sua sede “naturale” era però quella del Cinema Italia, che oggi neppure esiste più. I tempi in cui 3mila persone ne affollavano il salone in occasione della festa varzese per antonomasia appaiono oggi un ricordo dal sapore dolce e amaro, simile a quello del Campari. Erano altri tempi e parlare di una “Varzi da bere” potrà magari far sorridere, anche se tutto si può dire meno che si trattasse di una festa sobria. Il connubio tra Carnevale e Cinema Italia è durato moltissimi anni e ha segnato gli anni d’oro della festa, sebbene le location che hanno ospitato l’evento siano state diverse.

Prima che il Cinema si spostasse nell’attuale sede di via Luigi Mazza nel 1963, la festa da ballo si svolgeva nella più piccola sala del Teatro al numero 6 di via Pietro Mazza, oggi sede della biblioteca comunale. Cos’era a rendere speciale quello che potrebbe apparire tutt’al più un semplice fatto di costume “mondano”? Perché si faceva la corsa a partecipare da tutta la vallata e anche dalla vicina – ma allora neanche troppo – Voghera? Laura Brignoli, varzese doc, ricercatrice e docente universitaria, sul Carnevale di Varzi ci ha scritto un libro, uscito nel 2007 intitolato “Come eravamo”.

Dottoressa Brignoli, qual era il segreto di quella festa?

«La singolarità non sta né nella sua durata, né nella tradizione culinaria o tanto meno nell’accompagnamento religioso. Accanto ai tradizionali carri che ripetono le grandi kermesse di ben più famosi carnevali un’abitudine oserei dire unica vuole che nelle serate danzanti di domenica, lunedì, martedì e della “pentolaccia” le ragazze sole si mascherassero nascondendo completamente il volto e camuffando la voce per non farsi riconoscere. Sono loro che all’interno della festa invitavano gli uomini a ballare ribaltando, nella più pura espressione dello spirito carnevalesco, i ruoli».

Una peculiarità tipicamente varzese?

«Sì, tanto che al proposito venne creata quella che si definiva “maschera alla varzese”: laddove gli altri carnevali variano a piacere la forma e il colore della copertura del volto, più o meno grande e scintillante, da noi si indossa il famoso “cappuccio”, una copertura che permette di nascondere anche i capelli. Sul cappuccio viene cucita la maschera, cui poi vengono praticati dei buchi per naso e bocca e, talora, viene posta una retina sugli occhi per nasconderne il colore e la foggia».

Un travestimento di tutto punto. Si dice che le mogli approfittassero di questo anonimato e “insidiassero” i mariti per metterli alla prova… conferma?

«C’è un’aneddotica piuttosto vasta al riguardo. Un esempio è la storia della “maschera dei tre soldi”».

Può raccontarcela?

«Si dice che un giovane marito abbia festeggiato il carnevale con una “maschera” particolarmente libertina, che dopo diversi bicchieri gli si è concessa sotto i portici, in un luogo appartato, chiedendo dopo tre soldi in pegno e come “ricordo” della bella esperienza. L’uomo sarebbe poi ritornato a casa di soppiatto, per non far rumore e non svegliare la moglie che a letto già dormiva. Il mattino dopo, mentre si veste per andare a lavorare, l’uomo trova sul comodino i tre soldi e resta inebetito. Con il cuore che galoppa fa per prenderli e nasconderli in tasca quando la moglie gli arriva dietro e gli dice “at l’ho saempor data per nent, tegnöt inca chi lè”. Cioè: “Te l’ho sempre data per niente, tieniti anche quelli”».

Oltre al libertinismo delle mascherine, altra ricorrenza del Carnevale erano anche le scazzottate tra varzesi e “foresti”…

«I locali non hanno mai visto di buon occhio tutta quella moltitudine che, da altri paesi, veniva e gli faceva concorrenza contendendo le “loro” donne. Per cui, corroborati dal Campari, spesso e volentieri attaccavano briga».

Come mai la fortuna del Carnevale era così tanto legata al Cinema Italia?

«Sicuramente occorre riconoscere diversi meriti a Gigi Comolli, proprietario del cinema fino al 1965 e imprenditore lungimirante, che ha saputo dare un impulso straordinario alla festa, rendendola un evento atteso e preparato tutto l’anno. Ingaggiava le orchestre più quotate, elargiva premi importanti, per anni anche in denaro. Era lui talvolta a procurare i figurini alle mascherine, i modelli degli abiti che loro stesse confezionavano. Era attento a ogni dettaglio e teneva molto alla perfezione dei costumi».

Per molti la fine del Cinema Italia ha segnato anche le sorti del carnevale che, festeggiato prima in una tensostruttura in piazza della Fiera e poi alla Rive Gauche, ha lentamente finito per perdere il suo antico appeal. Secondo lei è davvero questa la causa del declino?

«Io credo che il cambiamento dei costumi abbia avuto un ruolo importante. All’epoca il fatto che le donne prendessero l’iniziativa di invitare l’uomo al ballo era  una vera trasgressione, e al contempo una “messa alla prova” dei maschi che potevano avere più o meno successo, quindi essere invitati oppure no. Questo rovesciamento peraltro alimentava non poche leggende, attribuendo alle varzesi la fama di lasciarsi andare alle più audaci trasgressioni e spingendo molti “forestieri” a presentarsi al carnevale pieni di aspettative. Spesso se ne tornavano delusi, ma bastava che ad uno di loro capitasse una ragazza più libera, o forse più “affamata” per mancanza di pretendenti quando aveva il viso scoperto, per tenere viva la leggenda delle “varzesi a briglia sciolta”. Tempi e costumi però cambiano e, si sa, ciò che era tabù può diventare consuetudine».

 

di Christian Draghi

 

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