Domenica, 05 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE - PRAY 4 THE DAY, “HATECORE” ANNI 80 MADE IN OLTREPÒ

Nati nel 2018 dalle ceneri dei “Randy Watson” e degli “Inferior Surgez Sound”, i “Pray 4 the Day” vi urlano letteralmente in faccia la loro visione della vita e della musica. Sono in quattro, dislocati tra Lombardia e Piemonte, con l’Oltrepò Pavese e la voglia di suonare un genere “heavy” a fare da minimo comun denominatore. Si ispirano al Punk Hardcore americano, i loro brani sono caratterizzati da brevità, velocità e dall’aggressività del suono, saturo di distorsioni. La voce è caratterizzata dalla tecnica di canto “scream” con Stefano Galati alla voce e agli urli, Marco Rebollini alla chitarra e ai cori, Andrea La Fiura al basso e ai cori e Simone Albertocchi alla batteria.

Hanno all’ attivo due singoli online: “Hate days” e “Macerje”, che si possono trovare su Soundcloud e Youtube, oltre ad alcuni live in giro nei principali locali della zona e un EP in fase finale di lavorazione che sarà ultimato nel 2020. «Ovviamente – specificano - il tutto ideato, registrato e pubblicato da noi in puro stile DIY».

Una sigla che sta per “Do It Yourself”, “fai da tè” liberamente tradotto: un’attitudine fatta propria dalla musica indipendente underground in tutto il mondo e mutuata dalla cultura punk.

Sulla pagina facebook della band definite il vostro genere “Hatecore”. Potete spiegarci che cosa significa e che radici ha?

Marco Rebollini: «L’Hatecore è un genere di derivazione della prima ondata Punk Hardcore americano degli anni 80, per dare un piccolo cenno storico. Per noi però il concetto è un un po’ diverso… per questo passo la palla al nostro “urlatore” Stefano».

Stefano Galati: «Diciamo che non siamo troppo legati al genere in sé, ma abbiamo in qualche modo racchiuso in un “nome” il modo di fare ed esprimere la nostra musica. Ad ispirarci ci sono anche band come i Converge».

Rebollini, come in molti generi legati al metal estremo la violenza sonora viene spesso associata (o confusa) con quella fisica. Quanto è solo pregiudizio e che rapporto avete con esso?

«Associare la musica che ha impatto sonoro, diciamo violento, alla violenza è abbastanza un classico però secondo me è soprattutto un cliché. Come sound siamo molto vicini, e a volte distanti, al Punk Hardcore americano sia East che West coast, però la durezza del genere è più che altro un modo per esprimersi, per comunicare concetti e non violenza. Poi ci sono persone che usano generi di musica estremi anche più del nostro solo per esprimere violenza, razzismo e quanto di peggio ancora, ma queli sono problemi loro.

Personalmente mi piace suonare così perché mi dà la carica per andare avanti nella quotidianità e infatti ascolto diverse band affini al nostro genere».

Galati in che cosa consiste questo “hate” (“odio”, in inglese ndr) e contro chi è rivolto?

«Fondamentalmente con “hate” diamo solo voce ad un stato d’animo, urliamo di paure, delusioni e gioie, riflessioni personali. Non ci rivolgiamo o attacchiamo mai qualcuno (al limite noi stessi!) ed è un po’ la maschera che portiamo quando suoniamo. Nella quotidianità, fuori dalla sala prove, giù da un palco, siamo tutt’ altro».

Di che cosa parlano i testi delle vostre canzoni?

«Inostri testi variano molto, spesso sono molto riflessivi, altre volte decisamente più espliciti. Raccontano di noi e del nostro punto di vista, esprimendoci come non facciamo mai nella realtà, come una sorta di Dottor Jekyll e Mr. Hyde, due faccie della stessa medaglia…dove devi sperare di non incontrare mai la seconda».

Rebollini che giudizio esprimete sulla scena musicale oltrepadana?

«Nel corso degli anni ho visto un sacco di band andare e venire come delle meteore, indipendentemente che eseguissero cover o brani originali. Tanta “fuffa”, ma anche ottime cose. Direi che soprattutto non c’è costanza. La voglia di sbattersi veramente ce l’hanno in pochi, non importa se siano giovanissimi o meno. È proprio una questione di carattere e attitudine, non del genere che fai, sia commerciale o meno».

Quali sono le difficoltà che si incontrano nel proporre un progetto come il vostro da queste parti?

«Credo che la risposta  più corretta sia che non c’è una scena per il genere che proponiamo noi. Abitassimo in Tri Veneto, diciamo, lì storicamente ci sono molte più band affini al nostro sound. Credo che la difficoltà maggiore sia questa. Poi, avendo tutti e quattro lavori diversi, facciamo anche fatica a incastrare i tempi un po’ per tutto. Non siamo più liceali di primo pelo che hanno dalla loro sicuramente molto più tempo da dedicare alla musica».

Nel vostro video “Macerje”, pubblicato su Youtube, apparite nella scena finale uno di fianco all’altro con un nastro nero sulla bocca. Cosa volevate rappresentare?

«Macerje parla di tutte quelle volte in cui si è taciuto invece di parlare, invece di prendere una posizione, invece di imporsi... lasciando andare tutto, finché appunto non sono rimaste solo “macerje”, forse dello stupido rancore. Soprattutto verso se stessi. Lo scotch sulla bocca simboleggia proprio una scelta “forse forzata” e consapevole di non “parlare”. Una situazione molto comune, in cui a molti capita, è capitato, o capiterà di trovarsi».

di Christian Draghi

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