Mercoledì, 01 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - MUSICISTA E MANAGER: LA CARRIERA “MULTITASKING” DI ALESSANDRO FAVALE

Quando si dice “vivere di musica” si pensa subito a qualcuno che si guadagna da vivere salendo su un palco. La realtà, soprattutto oggi, è molto più complessa e la strada per sbarcare il lunario con la propria passione è tortuosa e spesso in salita. Alessandro Favale, 27 enne vogherese, ha trovato la sua “miscela” unendo l’attività di musicista live a quella manageriale che consiste sostanzialmente nel programmare e gestire le serate di altri. Dal luglio dello scorso anno ha una nuova band, i The Sica, che porta avanti insieme all’attività di booking manager presso un’agenzia che cura le date live di diverse note tribute e cover band.

Alessandro, la strada che conduce a formare una band è piuttosto comune. In pochi invece intraprendono la carriera manageriale. Come è iniziato questo percorso?

«Dopo la laurea triennale in lingue ho deciso di provare a sviluppare un po’ la mia inclinazione per la musica. Sono stato ammesso al master in Editoria e Produzione Musicale allo Iulm di Milano, probabilmente più utile a livello umano che accademico: alcuni dei docenti erano figure importanti all’interno dell’industria musicale (come Roberto Rossi della Sony, Iaia De Capitani della PFM, o Patrizio Visco), che ci hanno fatto toccare con mano le esigenze e le problematiche che si affrontano tutti i giorni quando si lavora con la musica».

Questa esperienza l’ha portata all’estero. In che contesto era inserito e di cosa si occupava?

«Durante il master dovevamo fare un tirocinio obbligatorio presso alcune strutture convenzionate con il corso. Una di queste era la RockPop Agency di Bratislava (Slovacchia), organizzatrice del Bratislava Jazz Days. Era il 2016 e ho trascorso là 3 mesi nell’organizzazione del festival partendo dall’ufficio dell’agenzia, ultimando i preparativi in base alle richieste tecnico-logistiche dei vari artisti. Durante i 3 giorni della rassegna credo che il mio ruolo possa essere riassunto con il termine “steward”, nel senso che arrivavo la mattina all’arena e aiutavo l’allestimento dei camerini, del backstage e delle varie aree destinate agli spettatori. La sera, durante gli spettacoli, facevo la spola dai camerini al palco, accompagnando gli artisti».

Quali differenze ha notato tra quell’ambiente e quello italiano?

«La differenza evidente è stata sicuramente l’immediatezza con la quale il progetto e l’idea del festival sono stati sposati dagli enti locali (pubblici e privati), i quali sin da subito hanno aiutato nel realizzare la rassegna. Nonostante la Slovacchia possa essere percepita come un paese ancora un po’ “indietro” rispetto al resto d’Europa, ho trovato una nazione e una capitale più rispettosa verso la musica dal vivo e l’arte in generale. Anche e soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento prima, durante e dopo i concerti».

Tornato in Italia ha collaborato con la Premiata Forneria Marconi, una delle band italiane di maggior successo all’estero. Com’è andata e cosa le ha lasciato quell’esperienza?

«Ho lavorato per loro durante il tour estivo 2016. Tecnicamente il mio ruolo era quello dell’assistente di produzione: ero l’ultimo arrivato e in pratica seguivo la band durante le trasferte, dai viaggi in van (guidavo io) all’arrivo sul posto, alla cena, all’alloggio in hotel, alla vendita di magliette e gadget. Purtroppo i costi per il mio sostentamento durante il tour mondiale sarebbero stati troppo alti e non ho potuto prendervi parte, ma l’esperienza italiana è stata sufficiente per avere una panoramica del mondo del live a livelli medio-alti. Ho incontrato persone gentilissime e preparatissime, ma soprattutto musicisti e professionisti con un’integrità invidiabile».

Oggi di cosa si occupa e con chi collabora?

«Lavoro con agenzie con sede a Melegnano che si occupano principalmente di cover e tribute band. Gli eventi sono a diversi livelli, dalle feste della birra ai palazzetti europei. Un’altra agenzia con cui collaboro invece tratta cantautori e artisti originali a livello nazionale».

Tra cui?

«Potrei citare Angelo Branduardi, i New Trolls, Maurizio Solieri, Alberto Radius, Katia Ricciarelli».

Chi le è rimasto impresso?

«Branduardi ho avuto modo di vederlo un po’ più spesso, mi è capitato di parlare con lui di diverse cose e si è sempre rivelato una persona piacevole e brillante, intellettualmente molto moderna».

Perchè crede che a Voghera e in generale in Oltrepò sia difficile organizzare eventi musicali di grande livello come accade ad esempio nella vicina Tortona?

«Da fuori quello che pare evidente è il diverso approccio da parte di chi organizza rispetto a chi propone musica live a Voghera. Tortona negli anni ha portato nomi veramente importanti a suonare in un festival a pagamento sempre più credibile di edizione in edizione, indice di una progettualità ricercata e di un’organizzazione consapevole sia dal punto di vista della proposta artistica, sia evidentemente per quanto riguarda la ricerca di fondi per il finanziamento dell’iniziativa. Purtroppo Voghera è ancora nell’ottica dello spettacolo a budget ridotto e a basso rischio per chi investe (spesso direttamente il Comune). La programmazione estiva attualmente predilige gruppi di ballo amatoriali o le orchestre in playback nella piazza principale a ingresso libero per strizzare l’occhio alle famiglie. Non conosco la situazione interna e le dinamiche che hanno spinto verso questo tipo di approccio ai live estivi ma, almeno per ora, pare che Voghera non sia pronta a prendersi il rischio di una rassegna musicale di spessore internazionale».

Da agente, quali sono i generi musicali o le tipologie di spettacoli che è più facile piazzare oggi?

«Ovviamente a livello locale le cover band e i tributi hanno un appeal maggiore, poiché sono spesso sinonimo di grande affluenza dovuta alla fama dell’artista di riferimento. Con amici e coetanei però abbiamo notato che la generazione universitaria ha sempre molta sete di nuova musica e l’ambiente indie è sempre florido di festival e situazioni interessanti».

Ci parli della sua nuova band, The Sica. Quando vi siete formati?

«Nel luglio scorso e siamo io (chitarra), Andrea Civini (batteria), Giulio Oldrati (basso) e Alessandro Alù (voce), tutti amici di lunga data con altre esperienze alle spalle».

Che musica fate?

«Facciamo cover di musica italiana attuale e cosiddetta “indie”, ritoccando gli arrangiamenti quanto basta ad adattarli alla nostra formazione».

The Sica è in realtà “De Sica”… Come è nato il nome?

«Per caso molto tempo fa, come scherzo per ridere tra noi ammiccando al noto attore. Negli ultimi tempi però abbiamo visto che sono usciti progetti a livello nazionale come The Andrè (un artista che rilegge appunto in chiave De Andrè dei pezzi trap) o il trapper/rapper The Suprème. Diciamo che abbiamo rivalutato la nostra boutade alla luce del loro successo, ma ci tengo a specificare che siamo arrivati prima noi a questo gioco di parole!».

Che giudizio esprime sulla scena musicale locale?

«Reputo la scena vogherese molto stimolante, piena di talenti nascosti e di personalità forti. Abbiamo un parterre di musicisti veramente invidiabile e un altrettanto valido gruppo di autori. Ci sono, come in ogni ambito, voci discordanti e qualche episodio di invidia o gelosia, ma ho avuto la fortuna negli anni di incontrare belle persone, ben disposte alla condivisione».

Eppure le difficoltà per la musica live sono ormai note. Come mai?

«A livello locale il gestore medio non è più disposto a investire così tanto sullo spettacolo musicale visti i costi elevati e la burocrazia scoraggiante. Questo ha portato alla riduzione drastica degli spettacoli “full band” nei locali a favore degli acustici con un numero ridotto di musicisti. Le feste estive a livello locale invece sono ancora molto attive, fortunatamente, anch’esse con budget forse inferiori rispetto ad anni fa, ma c’è ancora la voglia da parte degli organizzatori di promuovere l’attività live delle band delle varie zone».

  di Christian Draghi

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