Mercoledì, 19 Febbraio 2020

OLTREPÒ PAVESE - «ECCO GIANNI, MIO FRATELLO ERA COSÌ: RAMBO NELL’ASPETTO E BAMBINO NELL’ANIMO» di Giuliano Cereghini

Il 22 gennaio 2020, sono quattro anni che il mio fratellone buono ci ha lasciati. Fratellone buono. Gianni era così un uomo buono. Buono con tutti, disponibile con chi avesse bisogno, generoso fino all’autolesionismo. Chiunque avesse un problema, chiunque lo cercasse trovava in Lui disponibilità e cortesia. Nasce a S. Eusebio il 21 gennaio 1949 da Emilio e Venturelli Maria. Coccolato e vezzeggiato dalla mamma e dalla sorella Gianfranca, difeso dal padre che ne vedeva l’erede, compagno di giochi e di marachelle del fratello Giuliano: anzi, per i più, erano sempre giochi e quelli del fratello sempre marachelle. Purtroppo era quasi sempre vero e, più avanti, scopriremo perché “quasi”.

Chi non lo conosceva bene ricorda il sorriso buono che si intravedeva sotto due mustacchi imperiali.  Bianchi ormai, sale e pepe come Lui diceva, ma imponenti e ben curati. Era un uomo buono o, come  mi piace ricordare, era la bontà vestita da uomo. Tutti lo rammentano con tanta nostalgia e con il rimpianto vero che si deve ai grandi uomini. Si, grande uomo lo era davvero: con tutti e per tutti. Con quel ricciolo malandrino che spesso gli copriva la fronte e con quel sorriso i baffoni, ma soprattutto con il sorriso degli occhi.

Gli occhi di un cerbiatto velati da una punta di tristezza, me sempre sinceri e luminosi come solo sanno essere gli occhi di un bambino. Ecco Gianni era così: Rambo nell’aspetto e bambino nell’animo. Era la dolcezza nel corpo e nelle mani di un gigante. Era ciò che più ho invidiato nella mia vita: un uomo buono. Continuo a scriverne al passato, ma spesso mi sembra impossibile che non ci sia più o, come diceva Lui vecchio alpino, che sia andato avanti. Penso e dico cose che lo coinvolgono dal vivo, non come un ricordo. Passando davanti al piccolo cimitero del paese saluto Lui e gli altri sfortunati amici di Mario e Domenico come ho fatto per tanti anni conversando come ai bei tempi quando le giornate di questa magra vita terrena, erano più lievi, più serene. Mi sembra impossibile che ci abbiano lasciato. Mi sembra impossibile che il mio fratellone buono non sia più a Sant’ Eusebio a sfalciare l’erba del giardino con il fedele Domenico preciso punto di riferimento dei suoi continui rimproveri agricoli o comportamentali! Ebbene questa buonissima persona, Gianni dico, ebbe a perpetrare in un lontano passato, una micidiale marachella, l’unica se ben ricordo, ma tremenda e foriera per me di ingiusti rimbrotti e prese in giro (il quasi). Il marrano poi ebbe a completare l’opera tacendo la mia innocenza e salvaguardando la sua immacolata immagine di Gianò bambino buono. Ricordandolo con infinito amore e rimpianto voglio che quella storia che oggi mi fa sorridere, renda merito al fratello meno buono di Lui, più scapestrato e un po’ folle ma, in quell’ occasione dannatamente innocente. Ti voglio bene fratellone e ti perdono per una volta, ma non provarci più quando ci rivedremo nelle amate praterie celesti di caccia di Manitù.

Mio fratello Gianni aveva allora sette splendidi anni, era grande e grosso, bianco e rosso come un bocciolo di rosa, ultimo di tre fratelli era il cocco di tutti : di papà perché dicevano che gli rassomigliava, di mamma perché molto buono, di mia sorella che avendo otto anni più di lui si sentiva un po’ mamma, di nonna che lo definiva il suo pacioccone.

Unico in famiglia che non lo amava troppo ero io perché, di due anni maggiore, aveva di fatto preso il mio posto di primo ed unico maschio della nidiata: mi aveva rubato coccole, attenzioni, complimenti e vizzi nonostante le assolute prudenze dei miei familiari che avevano già sperimentato la mia aggressività quando Gianni contava dieci mesi ed io ventidue. Non riuscivo più a strappare la mia adorata tettarella di gomma al poveretto che, nel frattempo, armato di quattro dentini in posizione strategica, aveva imparato a resistere ai miei ripetuti tentativi di strappargli il ciuccio che mamma mi negava. Dopo una simile operazione infruttuosa, nonna mi aveva sorpreso ad avvicinare un seggiolino alla culla, a brandire una palettina in ferro “ bärnàs “ e pronunciare una frase minacciosa: mè al màsc. Inequivocabile. Nel tempo ero peggiorato sino a costringere babbo a mettermi in collegio a Pavia sia per cercare rimedio alla mia giovanile follia, sia per permettermi di frequentare scuole non altrimenti raggiungibili dal mio adorato paesino. Gianni è una delle persone più buone che sia dato incontrare: dico spesso di lui che non è un uomo buono, Lui è la bontà vestita da uomo. Allora era Gianô, con gli anni e’ diventato un omone, Ràmbo per gli amici, mantenendo però la caratteristica essenziale del suo carattere.

L’unica volta che l’ha combinata davvero grossa nei miei confronti è stato il trattamento riservato a l’aniôn. - anitra maschio da riproduzione - Ricordo io avevo nove anni, lui sette, era d’estate, periodo che ispirava molto il mio spirito bizzarro: ne combinavo di tutti i colori coinvolgendo mio fratello ma sopportando da solo, come giusto, i rimproveri, le sgridate e spesso le legnate di mio padre che aveva imparato a non chiedersi e a non chiedermi più “ chi e stato?”.

Già lo sapeva e si comportava di conseguenza. Pranzavamo, quando mamma, senza secondi fini, ebbe a segnalare che lo splendido maschio di anatra muta, scelto quale riproduttore per l’annata, non aveva il solito atteggiamento elegante, maestoso ed aggressivo: sembrava a suo dire, un po’ giù . Babbo girandosi di scatto verso di me, “o l’è malà o quaidö gà dàt una svaslà” o è malato o qualcuno l’ha picchiato?  e continuò tranquillamente a mangiare. Mi sentii ferito nell’orgoglio non tanto e non solo perché ero innocente, ma soprattutto per non aver mai pensato di sistemare la mala bestia nel modo suggerito da mio padre per punirlo del fatto che, a volte, ci inseguiva beccando le nostre nude gambette. Spergiurai la mia innocenza, finsi d’essere tremendamente offeso, non convincendo papà e costringendo mamma a prendere le mie difese per pacificare gli animi. Ràmbo assisteva impassibile.

Il giorno dopo mamma denunciò il peggioramento dell’orgoglioso animale che ormai rifiutava il cibo e si aggirava ciondolante per il cortile non alimentandosi e non esercitando l’importante funzione per cui ero stato scelto. Papà non aveva cambiato idea: la colpa era sicuramente mia conosciuto, non solo a casa mia, come temibile randellatore di qualsiasi animale si aggirasse nel paese. Negai con tutte le mie forze arrivando persino a lacrime a cui solo mamma fece finta di credere.

Ràmbo assisteva impassibile.

Passarono diversi giorni e la musica era sempre la stessa: la bestiaccia stava male e la colpa era mia: ormai questa teoria era tacitamente condivisa da tutti e la cosa mi infastidiva sempre più. All’ennesima allusione di papà, smisi di mangiare, mi alzai di scatto e contrariamente alle abitudini, senza chiedere permesso ad alcuno, uscii di casa.

Ràmbo assisteva impassibile.

Cercai la mala bestia in cortile, non la vidi subito: improvvisamente la scorsi all’ombra della serenella e vicinissima alla piletta dell’acqua. Era magrissimo, incapace di reggersi sulle zampe e con la testa ciondoloni; di tanto in tanto beveva un sorso d’acqua dal contenitore, si muoveva appena, e tornava a sdraiarsi privo di forze e di volontà. Mi fece sincera compassione, mossi verso di lui che non reagì come suo solito, lo accarezzai quasi a dargli coraggio ed istintivamente, provai a scostare le penne del dorso ben sapendo dove i monelli come me colpivano senza ragione animali innocenti solo per riderne.

Nulla trovai sul dorso ma improvvisamente, mentre esaminavo le ali della povera bestia, mi accorsi di un sospetto gonfiore nella parte posteriore dell’animale: esattamente sotto la coda . Occorre fare una breve premessa per i ....non addetti ai lavori: l’attrezzo riproduttore dell’anitra maschio è una specie di vermiciattolo elicoidale bianchissimo, tipo “girabarchè” - in italiano piccolo trapano a mano - L’atto cupolativo è lento e metodico e il fortunato animale, contrariamente a polli e conigli, non dimostra fretta nel nobile gesto arrivando addirittura ad aggirarsi per il cortile con la mobilia al vento per aerare e raffreddare il suo baldo strumento di piacere e di dovere irritando, con tale comportamento, il buon Ràmbo, come poi si seppe.

L’accennato sospetto gonfiore finito sotto i miei polpastrelli altro non era che al girabarchè ad l’aniòn sapientemente annodato. Avete capito bene: qualcuno aveva fatto un nodo nello strumento di lavoro e di piacere della povera bestia! E non ero stato io! L’attrezzo bianchissimo in origine, dal nodo in avanti era violaceo tendente al nero mentre nella parte inferiore conservava il colore naturale. Afferrai l’animale e con un po’ d’impegno e con le mie abili dita, sfeci il nodo con non poca difficoltà. L’animale appena liberato dalla sadica tortura, parve rinascere: spiccò un balzo in avanti, si diede una salutare sgrullatina, si mise a correre in cerchio come impazzito e addirittura mi guardò con occhio diverso dal solito, o almeno così mi parve.

Lasciai il pennuto godersi la magia del momento, rientrai in casa senza proferire inutili parole. Notai che, per la prima volta, Ràmbo mi guardava sottecchi senza misurare il suo occhio con il mio. Ebbi il dubbio che l’angioletto, il bambino buono, il cocco di mamma avesse qualcosa da nascondere ma non ne avevo la certezza. Attesi che babbo si avviasse al sonnellino pomeridiano, le donne fossero intente ai lavori di cucina, avvicinai Gianni ormai agitatissimo, lo presi per la camiciola e con aria cattiva gli dissi “ sàt fàt ä l’aniòn?” e lui di rimando “chè câ tl’hà dìt?”. “Cosa hai fatto all’anitra maschio?” E lui “Chi te l’ha detto?” Avevo la certezza che era stato lui. Non dissi nulla a nessuno ma lascio alla più fervida immaginazione di chi legge, come e quante volte il povero Gianni ebbe a pagare a caro prezzo la sua ignavia e la sua insensibilità nei confronti di suo fratello.

L’aniôn fu ancora oggetto di discussioni tutte improntate alla meraviglia per la repentina e totale guarigione della povera bestia, nessuno ne sapeva la ragione ma un’insolita occhiataccia di mio padre a Ràmbo, l’angioletto, mi convinse che probabilmente aveva capito o, anche lui, aveva estorto la confessione.

Naturalmente nessuno si degnò di chiedere scusa a me che, almeno in quell’occasione, non ero minimamente colpevole anzi, avrei meritato un encomio e un poco di riconoscenza per l’opera altamente umanitaria che avevo compiuto: almeno da l’aniôn! Invece la mala bestia ristabilita e ingrata, continuava a rincorrermi per mordicchiare le mie nude gambette, suscitando composti ululati di dolore e di rabbia.

di Giuliano Cereghini

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