Mercoledì, 08 Luglio 2020
 

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - «PENSO IN DIALETTO E MI TRADUCO IN ITALIANO»

Sénsa

Insìma di prudut a t’légi…sénsa,

sénsa pù cuschì, sénsa pù cul là,

l’è ‘l prugrès d’la mudèrna sjénsa

che, sénsa gnént, la séguita  créà.

 

Al càfé lè sénsa cafeìna,

s’fa da mangià sénsa cundimént,

la caran la gh’ha ‘lmà la pruteìna

e t’fa murì sénsa…jàcidént!

 

Son tuti nuvità ch’i fan cuntént

Però in gìr gh’è tanti manigòld

E alùra ciàrcuma da stà atènt.

 

Parchè pö dàs che vön fürb mè Bàrtold

U posa pensà dabòn un bel mumènt,

d’inventà i stipéndi…sensa sold!

 

Senza

Sopra i prodotti si legge…senza,

senza più questo, senza più quello,

è il progresso della moderna scienza

che, senza niente, continua a creare.

Il caffè è senza caffeina,

si fa da mangiare senza condimenti,

la carne ha solo la proteina

e ti fanno morire senza gli accidenti!

Sono tutte novità che accontentano,

ma in giro ci son tanti manigoldi

e allora cerchiamo di stare attenti.

Perché può darsi che un furbo come Bertoldo

possa pensare un bel momento,

d’inventare gli stipendi senza… soldi!

 

La poesia dialettale “Sénsa” di Angelo Vicini  è tratta dalla seconda  raccolta “Ciaciar vugherès” pubblicata 1984 che, con la prima raccolta “Un Vugherés…’d Vughéra” del 1982 e la terza raccolta “A la fén d’un vìag” del 2004 ,rappresentano il percorso del poeta dialettale vogherese sempre fedele alla propria lingua e al proprio territorio. Vicini ha sempre scritto versi in dialetto vogherese e proprio in questi giorni ha pubblicato “Nâsü e tirà sü in djâlât vugheréš” (Nato e cresciuto in dialetto vogherese), antologia poetica dal 1962 al 2017 con poesie e Haiku inediti ed. Ticinum, che raccoglie 35 anni di versi dell’autore che si definisce “l’ultimo difensore dell’idioma vogherese”.

L’abbiamo incontrato per sapere qualcosa di più sulla  passione per il dialetto.

Vicini lei è un vogherese doc, nato nel 1944, proveniente dal mondo operaio  e cresciuto, si può quasi  dire, a pane e dialetto in un periodo storico in cui questo idioma era molto diffuso nella nostra città. Quando nasce la sua passione per il dialetto vogherese?

«Guardi, ricordo che quando avevo circa 5 anni mi facevo raccontare le storie in dialetto da mia mamma anche perché, come ha detto lei, allora si parlava quasi esclusivamente in dialetto. Io pensavo e penso ancora in dialetto. Ho iniziato a studiare l’italiano alla scuola elementare e mi ricordo che il mio maestro, il maestro Marconi apprezzava il modo in cui scrivevo in italiano e mi ha stimolato ad appassionarmi  alla lettura e alla scrittura.

Nel 1961 poi, ho iniziato a collaborare con il giornale locale “Il cittadino” nato nel 1957 ad opera di Ambrogio Arbasino fino al 1967 quando il giornale ha chiuso. Nel 1980 ho pensato di scrivere in dialetto per fare satira e ,grazie all’invito del maestro Marconi, ho iniziato a collaborare a Radio Voghera ed ho poi pubblicato il primo libro che ebbe molto successo nel 1982. Due anni dopo ho pubblicato il secondo libro ed ho dovuto aggiungere un glossario perché le persone che telefonavano in trasmissione chiedevano delucidazioni sui termini usati.

E da lì è iniziata una lunga ricerca sulla terminologia del dialetto vogherese. Mi ricordo che l’interesse per il dialetto era molto vivo ed ero andato  a presentare i miei libri anche nelle scuole. Ho continuato a scrivere poi per 20 anni senza più pubblicare nulla. Nel 2004 ho fatto la terza pubblicazione però con il testo a fronte in italiano, perché nel frattempo i parlanti di dialetto erano notevolmente diminuiti ma c’era sempre una larga fascia di pubblico interessata».

Qual è stata l’evoluzione del dialetto dalla prima poesia che ha scritto ad oggi?

«La poesia dialettale era una poesia folcloristica, scritta in rima e in genere molto ironica. La mia poesia in dialetto è diversa, io uso il dialetto come lingua, a volte usando la rima e, a partire dal 1984 ho trattato temi che, affiancando la traduzione italiana al dialetto, possono  essere compresi a livello nazionale. Il dialetto poi è una lingua viva, in evoluzione con i tempi e quindi  cambiano le espressioni  con il passare degli anni.

Un esempio lampante dell’evoluzione del dialetto è l’espressione italiana “mercato coperto”, coperto in dialetto si dice “quatà”. Se diciamo “marcà quatà” fa ridere, se  volgiamo al dialetto la parola italiana “coperto” cioè “cupert” , sta bene, “marcà cupert”. è anche una questione di musicalità del dialetto».

Ci vuole parlare della passione per gli “haiku” giapponesi?

«Ho sempre avuto la passione per gli “Haiku” giapponesi e che per un certo periodo  mi sono dilettato a scrivere in italiano. Che cosa sono gli Haiku? Sono dei componimenti di 3 sillabe con lo schema 5-7-5, sono detti componimenti dell’anima  che per i giapponesi devono avere come tema la natura. Io quando li scrivevo mettevo come tema l’uomo e così sono andato a sottoporli ad una scuola giapponese di Milano che li ha apprezzati  ed è stata una contaminazione tra diverse culture. Ho lasciato i miei “haiku” , ognuno scritto su di un foglio, a Milano e mi è stata fatta una bellissima  sorpresa: una maestra calligrafa giapponese li ha tradotti in ideogrammi e me li ha donati.

Ora i 37 pezzi realizzati su carta di riso sono esposti alla Fondazione “Adolescere” di Voghera. Ho quindi deciso di iniziare a scrivere gli haiku in dialetto vogherese e, quando con la casa editrice Ticinum abbiamo deciso di pubblicare l’antologia, li ho pubblicati con tutte le altre poesie ed alcune composizioni degli ultimi anni.

Haiku

I ricòrd di vég - I ricordi dei vecchi

Son girasù int’i camp - Son girasoli nei campi

Quand riva sira - Quando cala la sera».

Oggigiorno si sente sempre meno parlar dialetto nella nostra città, si è un po’ persa la tradizione, lei pensa che questo idioma meraviglioso vada scomparendo?

«Nel 1984 le persone riuscivano anche a leggere il dialetto ma negli ultimi 20 anni gli ultimi parlanti sono quasi del tutto spariti. Con parlanti intendo le persone che ,leggendo 2 volte una poesia riescono ad esporla in modo fluido.

C’è ancora molta gente che parla il dialetto ma i giovani non lo conoscono, lo si può sentire da persone con più di 40 anni. Io penso in dialetto e devo tradurmi in italiano(ride), faccio il contrario. è importante comunque scriverlo per vedere il cambiamento e l’evoluzione delle parole».

Per lasciare il dialetto come patrimonio ai posteri non sarebbe importante effettuare registrazioni di poesie o conversazioni su cd?

«Certo, sarebbe un progetto da portare avanti. Ho già alcune registrazioni di conversazioni con parlanti il dialetto di Voghera e dei dintorni, quindi il materiale su cui lavorare c’è per cui in futuro.. chissà. Intanto continuo a scrivere. Ho tradotto anche “L’Infinito” di Leopardi e la sfida è stata trovare la giusta traduzione dialettale di “infinito” e così ho intitolato la poesia: “là in da ca ‘sperda l’og” ma non l’ho ancora pubblicata».

Ci sono compagnie teatrali a Voghera che utilizzano ancora il dialetto per le loro rappresentazioni dopo i compianti ed indimenticabili Buzzi e Malacalza?

«Sì, c’è la compagnia “Fuori di copione” che utilizza a volte il dialetto. Un bel dialetto era quello della compagnia “Le cicale” che ormai non esiste più».

 di Gabriella Draghi

 
 
  1. Primo piano
  2. Popolari