Lunedì, 06 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE - 35 ANNI DA MAESTRA D’ASILO: «HO CRESCIUTO GENERAZIONI»

Lucia Cevini, di Verretto, classe 1957, ha casualmente scoperto la sua vocazione per l’insegnamento ancor prima di diventare maggiorenne. Dopo una dura gavetta a Fumo, con una breve parentesi a Borgoratto Mormorolo, da 35 anni è maestra alla scuola materna di Robecco Pavese, in totale fanno 40 anni di servizio statale. Nonostante tutto questo tempo Lucia non è stanca del suo lavoro, anzi, lo ama come quando aveva appena cominciato e la pensione non è tra le sue priorità: è un pensiero che la riguarda solamente per ragioni anagrafiche – il suo animo è ancora pieno di vitalità e voglia di fare.

Com’è iniziata la sua carriera di maestra d’asilo? Che studi ha fatto?

«Mi sono diplomata nel ’74 e ho iniziato a insegnare a livello statale grazie ad un concorso a cui ho partecipato nel 1979. In quei cinque anni tra il ’74 e il ’79 ho lavorato a Fumo, dove ora c’è l’asilo nido. Circa un mese dopo la fine degli esami la suora che allora dirigeva quell’asilo si recò a Voghera, all’istituto che avevo frequentato, e, chiedendo i nominativi delle ultime insegnanti diplomate, tra gli altri le diedero il mio: quando venne a casa mia per comunicare ai miei genitori che ero stata scelta mi sembrava di toccare il cielo con un dito; avevo appena finito gli studi e subito dopo avevo il mio primo lavoro».

Come sono stati questi primi cinque anni?

«Diciamo che è stata una gavetta molto tosta: lo stipendio praticamente non esisteva e mi sono spesso ritrovata in situazioni abbastanza critiche. Mi ricordo che un giorno la suora mi disse: “Io adesso devo uscire, ti lascio con i bambini”; erano sessanta divisi in due sezioni, io una sola (ride). In qualche modo mi feci coraggio – dovevo per forza – e tra un gioco e un lavoretto me la cavai. Nonostante ciò mi sono sempre trovata bene e avevo un bel rapporto con suor Oliva. Naturalmente poi cresci, hai altri obiettivi, desideri l’indipendenza, che però non ti puoi permettere con il compenso del tirocinio. Perciò appena c’è stata l’occasione del concorso l’ho colta al volo e mi è andata bene: sono passata e ho iniziato a lavorare a livello statale a Borgoratto Mormorolo e nell’ ’84 sono arrivata a Robecco Pavese».

Per quale ragione ha deciso di spostarsi a Robecco?

«Lavorava lì una  mia carissima amica, Luigia, anche lei di Verretto come me. Quando ha saputo che la sua collega aveva chiesto il trasferimento perché si sposava, mi ha fatto immediatamente sapere che si sarebbe liberato il posto. Da lì è partita la nostra avventura, il nostro matrimonio lavorativo (ride). Davvero, forse siamo state più assieme noi due a lavoro che con i nostri rispettivi mariti. Per fortuna siamo sempre andate molto d’accordo, anche perché abbiamo caratteri piuttosto affini».

Com’è strutturato il programma per i bambini?

«Ogni anno abbiamo un progetto diverso da sviluppare. Quest’anno il tema è “i cinque elementi”, che proponiamo in un formato ovviamente semplice, comprensibile per bambini dai 3 ai 6 anni. Siamo partiti dal racconto di una creazione un po’ rivisitata e adatta a loro, con questo mago Cosmo che mette in ordine il caos che regnava sulla Terra ed insegna ai cinque elementi che per ottenere qualcosa di buono bisogna collaborare. Da qui sviluppiamo sia un percorso emotivo, parlando ai bambini dell’importanza della collaborazione e dell’altruismo, sia un percorso sensibile, pratico, con esperimenti tattili e lezioni più propriamente scolastiche. Abbiamo poi intenzione di fare una visita guidata in una fabbrica di laterizi a Verretto, che gentilmente cuocerà per noi i lavoretti in argilla fatti dai bambini e se li potranno portare a casa. E come sempre è attivo il progetto di psicomotricità».

La risposta immaginiamo sia scontata, ma ci tenevamo ad avere anche un suo parere: consiglia ai genitori di iscrivere i bambini alla scuola materna e perché?

«Ovviamente lo consiglio. Prima di tutto è un ambiente al di fuori della famiglia, che ha sì le sue regole ma è completamente diversa rispetto al vivere in una società. I bambini iniziano ad avere autocontrollo, disciplina, a rispettare le regole della vita insieme agli altri. L’obiettivo principale è di farli socializzare e di conseguenza giungere alla collaborazione, al rispetto, all’ascolto».

è complicato rapportarsi con i genitori?

«Qualche screzio capita, forse più frequentemente al giorno d’oggi rispetto a quando ho iniziato. Credo sia a causa del divario d’età: nei miei primi anni di lavoro ho avuto a che fare con genitori miei coetanei o di poco più grandi di me, quindi eravamo tutto sommato sulla stessa lunghezza d’onda; adesso è il contrario: i genitori dei miei alunni potrebbero essere i miei figli, altroché; non mi stupisco se mi considerano un po’ matusa (ride) ed è normale avere opinioni discordanti su certe cose. Ma non mi posso lamentare più di tanto, ho sempre avuto un ottimo rapporto con le mamme e i papà da 35 anni a questa parte. Senza di loro non andremmo da nessuna parte. Lo Stato ormai non ci finanzia più niente, non riceviamo materiale o altri tipi di contribuiti utili a migliorare l’esperienza scolastica dei bambini. Sono i genitori quasi sempre a fornirci fogli, pastelli, giochi dei loro figli grandi… si fanno in quattro per aiutarci e siamo veramente grati del supporto che ci offrono».

Quali sono le difficoltà maggiori che ha dovuto affrontare in questa lunghissima carriera?

«Niente di che in realtà, cose di ordinaria amministrazione. La cosa più ardua è fare in modo che la tua vita privata non condizioni il lavoro. Capita di essere irrequieti, agitati, tesi, capitano le giornate no, ma non devi mai e poi mai portare i tuoi problemi personali al lavoro. I bambini – non so, avranno un sesto senso – sono come delle spugne: se porti con te la negatività, loro la sentono e la assorbono tutta; sono estremamente empatici e se sei nervoso tu, lo sono anche loro. Stesso discorso, però, vale anche per la positività. Io cerco sempre di avere entusiasmo in tutto quello che faccio e soprattutto con i bambini, per i quali io insegnante sono un punto di riferimento, la voglia di stare in asilo deve partire in primo luogo da me. E questo mio entusiasmo non si ferma una volta che termina la giornata: anche a casa, la sera, quando ho finito di fare le mie cose, mi metto lì e cerco canzoni nuove, preparo i lavoretti, organizzo attività speciali per le feste… mio marito mi dice: “Ma sei ancora lì, con quei disegni!” (ride). Però io mi rilasso. Ogni tanto penso che dovrò andare in pensione, ormai è ora; ma non riesco proprio a immaginarmi, che ne so, sul divano mentre faccio l’uncinetto».

Ha mai avuto periodi in cui questo entusiasmo le è mancato? Come li ha affrontati?

«Momenti di crisi, in cui ero demoralizzata e magari ho anche pianto, ce ne sono stati – rari, ma inevitabili. Mi sono sempre ripresa pensando a quanto mi piaccia il mio lavoro, alle cose che dovevo fare per i bambini e alle soddisfazioni che ti danno. In questo modo, pian piano, le cose si sistemavano da sole».

Perché ha scelto di dedicare la sua vita all’insegnamento, in particolare nel campo dell’infanzia?

«Già alla fine delle medie mi avevano consigliato di frequentare la scuola magistrale, probabilmente perché avevano visto in me un’attitudine particolare. Guarda caso anche la mia amica Luigia la frequentava, mi parlava di come si trovasse bene e dei possibili sbocchi lavorativi, quindi mi sono messa in gioco. Ho capito solo dopo che era ciò che volevo fare nella vita. è una cosa che mi è capitata spesso, quella di rendermi conto che ciò che il destino aveva scelto per me alla fine mi piaceva».

Qual è il segreto, secondo lei, per lavorare bene – specialmente nel suo ambito?

«Innanzitutto, come ho detto prima, l’entusiasmo è fondamentale. Poi il team, il team è la chiave. Senza pregiudizi, senza invidie, con la voglia di collaborare, con serenità: questo è il modo più bello di lavorare. Qualcuno lassù mi vorrà bene: ho avuto la fortuna di aver lavorato con una collega straordinaria, un’amica, una sorella, cioè Luigia. Poi sono arrivate Federica e Antonella e non avrei potuto chiedere di meglio. Ci vogliamo bene e siamo una grande squadra che funziona. Ognuna di noi è un punto di riferimento per l’altra».

è ancora in contatto con dei suoi ex allievi?

«Sì, con tantissimi! Ho avuto a volte anche i loro figli: bambini che frequentavano quando ancora lavoravo a Fumo hanno poi portato a Robecco i loro figli. Faccio l’esempio di Fumo perché ci ho lavorato, ma nel nostro asilo la maggior parte degli iscritti vengono anche da molti altri comuni limitrofi, nonostante il nostro istituto sia geograficamente abbastanza isolato. Comunque sì, con alcuni sono in contatto, altri li incrocio in giro, al mercato, a messa: magari subito non li riconosco, ma quando mi dicono come si chiamano e qualche cosa che hanno combinato all’asilo, allora faccio mente locale e mi viene in mente tutto. è sempre un piacere enorme rivederli».

La questione pensione quindi è ancora in sospeso?

«Sì, per ora sì. Come ho detto prima, non riesco ad immaginarmi la vita senza il mio lavoro. Fosse per me andrei avanti ad oltranza; purtroppo però il fisico ne risente (ride). Non vorrei allarmare i genitori che spesso mi vengono a chiedere se l’anno prossimo ci sarò, se i bambini avranno ancora la maestra Lucia. Per ora voglio solo portare avanti quest’anno scolastico al meglio, attualmente senza alcuna decisione definitiva. Ribadisco che il fisico ne risente: ci sono bambini un po’ più agitati che o si attaccano alle gambe, o corrono e bisogna stargli dietro, oppure quelli che vanno presi  in braccio e calmati nelle loro “giornate no” – insomma, è faticoso. Però sono combattuta: amo il mio lavoro, mi gratifica davvero tanto».

di Cecilia Bardoni

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