Giovedì, 14 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - CASTEGGIO - IL MOTTO DEL PROFESSOR FERRI? «TORNIAMO COME ERAVAMO!»

A Casteggio e più precisamente di fronte alla nota Certosa di Cantù, sorge il  Museo Contadino. Nato su idea e realizzazione di Ferri Ferruccio, ex insegnante di filosofia e storia, che, un po’ per passione, un po’ per senso civico, ha voluto dare vita a un luogo in cui le nuove generazioni possono ritrovare la vita come “fu” ai tempi dei nonni e dei bisnonni, con oggetti originali appartenenti alla vita contadina. In un luogo come il nostro Oltrepò, quale miglior modo per celebrarlo.

Ferri da chi nasce l’idea di creare un Museo Contadino?

«L’idea nasce esclusivamente da me e tutt’ora la cura del Museo vige solo su di me. Io abitavo e abito qui di fianco. Questi portici dove ora troviamo il Museo, che risalgono al 1800, erano completamente lasciati a se stessi. L’idea che probabilmente dovevano avere i vecchi proprietari era quella di costruire al loro interno dei parcheggi e la cosa non mi andava per niente a genio, quindi anche per una questione di privacy e difesa della mia proprietà ho deciso di acquistarli. L’idea del museo è poi nata, oltre che dalla mia passione per la storia delle tradizioni, dal fatto che qui di fronte abbiamo il bellissimo Museo Archeologico dell’Oltrepò, all’interno della Certosa di Cantù».

Esiste per lei anche un motivo affettivo o una ragione anche sentimentale per cui ha deciso di trasformare questi portici?

«Sì. Per me è sempre stato importante il ricordo della tradizione contadina. Mio padre e mio nonno erano originariamente contadini, quindi è stato anche piuttosto naturale, tradurre le mie origini in qualcosa che le ricordasse e le potesse mostrare a chi non ha avuto la possibilità di scoprirne il significato».

In questo museo si trovano un’immensità di oggetti “bizzarri” e antichi, come ha funzionato la ricerca, la catalogazione e l’organizzazione dei reperti?

«Sono andato avanti dieci anni a comunicare la mia idea iniziale di aprire un museo, alle istituzioni ed a vari personaggi del panorama politico locale; ma a parte tante promesse, non mi è mai stato dato un aiuto concreto, fino a che, quando sono andato in pensione e grazie ai miei risparmi, sono riuscito a realizzare i lavori che mi hanno permesso di aprire le porte al museo. Purtroppo mi sono costati parecchio e hanno gravato totalmente sulle mie uniche tasche. Per quanto riguarda gli oggetti, molti mi appartenevano direttamente, alcuni sono stati da me acquistati e altri, quando si era sparsa la voce dell’esistenza del museo, mi sono stati donati da provati. È un museo di ricordi, di oggetti che hanno una loro storia e che qui in questo Museo la rivivono in qualche modo, rendendosi ancora utili».

È rimasto deluso dal fatto di essere ignorato dalle istituzioni locali e di non aver ricevuto nessun aiuto?

«Assolutamente. Non dico di essermi pentito di aver creato comunque il Museo, anche se spesso è difficile fare tutto da solo; sono rimasto davvero deluso da chi mi ha sempre detto a parole quanto gli sarebbe piaciuto aiutarmi, ma che poi alla fine di concreto non ha mai fatto nulla. Tanti consigli e basta. Ho sempre creduto e sono ancora convinto che il Museo Contadino sia e sarà un luogo utile per la comunità».

Quando ha aperto il Museo?

«Esattamente nel 2011».

Tipologia di utenti?

«Solitamente sono alcune classi delle scuole e molti gruppi della terza età che si organizzano e vengono a farci visita. Purtroppo le visite ad oggi da parte delle classi delle scuole primarie sono un po’ diminuite, ma spero che col nuovo anno scolastico tornino più numerose. Le scuole che hanno fatto visita hanno lasciato sempre un feedback positivo».

Museo originale ed autentico il suo. Che cosa contraddistingue il suo Museo dagli altri?

«Io ho elaborato un motto, negli anni. Ogni museo dovrebbe avere un motto, se no si cade esclusivamente nel feticismo e nel collezionismo di oggetti senza un senso, come può esistere ad esempio il museo delle lattine di birra, o di qualsiasi altro oggetto. Il motto del Museo Contadino è: “torniamo come eravamo!”. Questo motto contiene tantissime cose, innanzitutto i valori etici della civiltà contadina che è durata millenni, non soltanto qui da noi, ma ovunque. La nostra civiltà industriale dura neanche da duecento anni, senza parlare del consumismo, che non ha prodotto altro che disastri. Chiaro che una società antica può trasmettere valori più significativi alle nuove generazioni».

Quindi lei pensa che in qualche modo, ci sia un’importante lezione da trarre da questo messaggio?

«Assolutamente. In un momento in cui così spesso si sente parlare di emergenza ecologica, poiché è uno dei più gravi problemi del nostro pianeta, bisognerebbe guardarsi alle spalle, a una società che non era ancora segnata da questa evoluzione e vedere che era possibile vivere bene anche allora, anzi meglio. L’ONU l’altro poco tempo fa, ha proprio estratto un decalogo di norme da rispettare per contribuire alla salvaguardia del Pianeta; ma queste norme non sono altro che un parziale ritorno al passato. Un tempo non c’era bisogno di impostare delle regole da dover rispettare, si viveva in modo sano e nel rispetto dell’ambiente. Questo museo vuole essere un esempio di come potrebbe essere possibile avvicinarsi a uno stile di vita “del passato”, per aiutare il “futuro” dei nostri figli».

Quali pensa che fossero i principi della vita contadina?

«Ma sicuramente era una società fondata sul “tu devi”; mentre ora viviamo un mondo in cui non si fanno altro che festival dei diritti. Allora non era così e bisognerebbe anche oggi pensare più a quello che si deve fare, piuttosto che pretendere e basta. Il senso del dovere deve essere sempre alla base della civiltà, anche della nostra di oggi».

Come sono organizzate le visite al Museo? Quanto costa una visita?

«Quando ci sono delle classi dalle scuole, si dividono gli alunni in gruppi e ognuno è accompagnato da una guida, che solitamente è un ruolo ricoperto da una persona di una certa età, che si rende disponibile alla visita guidata. Ci sono delle attività da svolgere e delle storie da ascoltare. Ogni visita dura circa due ore con delle pause di svago e di gioco.  Il prezzo si fa su donazione, non c’è un prezzo fisso».

Nel Museo si trovano gli oggetti di Giovanni Tambussi, che cosa ci può dire di questi oggetti? Quali altri oggetti particolari si possono trovare qua?

«Quelle di Giovanni Tambussi sono alcune spettacolari miniature che raffigurano attrezzi  e meccanismi dell’arte contadina di una volta e sono testimonianza della fine arte artigiana. Altri oggetti particolari sono quella della vita quotidiana, come lo “sgranapannocchia”, la “sbarbatrice di bachi da seta” che fa parte del gruppo di oggetti appartenenti ai lavori delle donne contadine, oppure la stufa di una volta, con lo spazio per l’asciugatura dei panni e del forno del pane.

di Elisabetta Gallarati

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