Giovedì, 14 Novembre 2019

VOGHERA – ARLECCHINO «UN CINEMA DI QUARTIERE COSÌ È DESTINATO A MORIRE»

L’Arlecchino: un patrimonio culturale della comunità che va salvaguardato con ogni mezzo oppure un cinema di periferia un po’ obsoleto che lotta invano per la sopravvivenza nell’era di Netflix? Se è vero che spesso la verità sta nel mezzo, è altrettanto vero che la maggior parte dei vogheresi vorrebbe - forse più per romanticismo che per concretezza - vedere l’unica sala della città continuare a vivere.

Il problema è che quella stessa sala è troppo poco frequentata e ci vorrebbe una svolta decisa. C’è chi dice che le idee non nascano dal niente ma che siano in giro e a volte basta guardarsi intorno per trovare nuovi spunti. Francesco Sala, laurea in beni culturali e un passato come giornalista e critico d’arte, è un vogherese che si è reinventato a Londra. Da tre anni lavora per Picturehouse, una catena di oltre venti sale sparse per tutta la Gran Bretagna, che è controllata da Cineworld, il secondo gruppo al mondo per numero di cinema: se Cineworld è un colosso che lavora principalmente sui grandi numeri e con i blockbuster, Picturehouse cerca di mantenere viva l’idea del cinema di quartiere, con una programmazione piú eterogenea e di qualità. Stile Arlecchino, diciamo. 

Sala che idea si è fatto riguardo il mondo dei piccoli cinema indipendenti?

«Credo che il modello del cinema indipendente o del cinema di quartiere per come lo intendiamo tradizionalmente, e per come è sempre stato l’Arlecchino, è comunque destinato a morire. Il grosso del business per le sale cinematografiche è dato dalla pubblicità che precede la proiezione dei film: più pubblico riesci a garantire maggiori sono gli introiti pubblicitari. I grandi gruppi, le multisala, hanno sotto questo punto di vista un potere contrattuale tale da cannibalizzare il mercato. Più sei grande più incassi in pubblicità, più incassi in pubblicità più puoi spendere per avere i film più richiesti dal pubblico, più film gettonati hai piú pubblico attiri, piú pubblico attiri più puoi esigere dal mercato pubblicitario, etc. etc. etc.».

Di certo non sembra la fonte di reddito su cui l’Arlecchino possa competere…un bar potrebbe cambiarne le sorti?

«Non credo che possa diventare competitivo nei cosiddetti servizi aggiuntivi. Nel cinema dove lavoro ora per ogni biglietto staccato incassiamo dei notevoli extra per drink, snack e food, ma questo fa parte di un’altra cultura a noi estranea. Il cinema è dotato di una caffetteria e di un ristorante attivi 12 ore al giorno non stop. Se si considera il ricarico che si può avere su un singolo caffè, su una birra o su una box di pop corn si capisce quanto incida questa voce in termini di guadagno. Insomma, sembra un paradosso, ma è così: l’acquisto del biglietto da parte dello spettatore, per un cinema, è oggi la voce meno rilevante in termini economici diretti. Non mi pare però un modello applicabile all’Arlecchino. In Italia si va al cinema per vedere il film, punto e basta. Per bere e mangiare si va altrove». 

L’eventuale possibilità (a dire il vero remota) di rimodernare l’Arlecchino per rendere l’esperienza dello spettatore più confortevole e quindi vicina a quella offerta da un multisala sarebbe secondo lei risolutiva?

«No, perché la capienza della sala, anche a riempirla tutti i giorni, non sarebbe sufficiente a rendere il cinema competitivo per il mercato pubblicitario. Quindi, anche a riempirlo tutti i giorni in ogni ordine di posto, farebbe enormemente fatica a sostenere i costi di gestione».

Quindi quale modello si sentirebbe di proporre?

«Forse quello de “Il cinemino”, che ha aperto qualche anno fa a Milano, in zona Porta Romana. Si tratta di una sala indipendente con una capienza chiaramente inferiore rispetto a quella attuale dell’Arlecchino, che funziona come circolo - secondo una modalità non troppo distante da quella dei circoli ARCI o ACSI - e che vive come spazio ibrido, con un bar che vive e funziona come tale indipendentemente dall’attività del cinema, che propone solo film di qualità, titoli d’essai, e che ospita anche musica dal vivo ed eventi di altro genere. Uno spazio del genere potrebbe forse avere una speranza. Ma si tratta di uno sforzo imprenditoriale, di immaginazione e di visione certamente piuttosto rischioso».

 di Christian Draghi

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