Mercoledì, 13 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – SALICE TERME - FOFANA, UN PO’ SARTO E UN PO’ SCRITTORE: «SOGNO L’ISCRIZIONE COME ARTIGIANO»

Il trentenne ivoriano Karamoko Fofana, residente a Salice Terme da ormai tre anni, è entrato nel cuore di molti suoi concittadini, e non solo. Di lui possiamo dire che non sia stato per un minuto soltanto con le mani in mano, da quanto è giunto in Italia. Ha lavorato per qualche tempo come giardiniere, non esitando quindi a sporcarsi le mani; ma ha iniziato a farsi conoscere sempre di più grazie al suo mestiere di sarto. Un mestiere che in Italia sta quasi scomparendo e sul quale lui, invece, punta molto. A spingerlo in questa direzione sono stati due amici, Daniela Pini e Alberto Sorrentino, che hanno accolto con simpatia Karamoko fin dal suo arrivo e si sono impegnati per favorirne l’integrazione. Uno sforzo congiunto e coadiuvato da tanti amici, culminato nel recente rilascio di un inatteso quanto meritato permesso di soggiorno quinquennale a favore del giovane. “Il Periodico’’ ha raccontato la storia di questa amicizia nel numero di ottobre 2018, proprio con un’intervista a Daniela Pini, che aveva parlato dell’incontro sui banchi di scuola con l’ormai ex migrante e dei suoi primi approcci con l’attività sartoriale qui in Italia. Karamoko Fofana ha appreso le basi del mestiere nel suo paese natale, dove tuttavia sono diffusi canoni di abbigliamento molto diversi rispetto alle nostre latitudini. Evidentemente il talento non ha confini, almeno in questo caso.

“Fofa”’, nel frattempo, è riuscito anche ad apprendere un ottimo italiano e ad ottenere la licenza media. E, soprattutto, ha trovato il tempo di scrivere un diario. Questa autobiografia, sua ‘’opera prima’’, è stata inviata all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Arezzo), dove è stata molto apprezzata all’interno di un concorso: si è classificata, infatti, al secondo posto. È stato appena pubblicato un volume con i racconti più interessanti (dunque anche quello di Fofana), accomunati da un minimo comun denominatore: il tema della migrazione. Il libro si intitola ‘’Se il mare finisce...’’, è edito da Terre di Mezzo e può essere reperito su tutti i principali portali online.

La presentazione ufficiale a Pieve Santo Stefano ma è in previsione una serata anche a Voghera per parlare non soltanto del volume neo-edito, ma anche dell’Archivio Diaristico, un’istituzione nata per ‘’rispondere all’esigenza di memoria di un intero Paese e accogliere le testimonianze autobiografiche di un intero popolo’’. Oggi raccoglie oltre 8.500 fra diari, scambi epistolari e testi autobiografici di varia natura. Fra cui, appunto la storia di Karamoko Fofana.

Come le è venuta l’idea di questo diario?

«All’inizio l’idea del diario non era nata per partecipare a questo concorso. All’inizio dovevo solo scrivere le mie giornate, perché facevo le lezioni con Daniela prima di andare a scuola. Era per imparare a scrivere in italiano senza errori di ortografia. Così, poco a poco. Poi Alberto ha visto su internet la locandina del concorso e ne ha parlato con Daniela... e lei mi ha detto: piuttosto che scrivere le tue giornate e basta, ti va di partecipare a un concorso e scrivere della tua vita prima di arrivare qui in Italia? Quando lei me ne ha parlato io ho detto subito di sì.»

È stato facile per lei scrivere?

«Allora andavo a scuola. La mattina facevo le lezioni con Daniela, poi andavo a scuola. Nel tempo che mi restava, sul pullman, scrivevo la mia storia su un tablet che mi aveva dato sempre Daniela. Il giorno, quando tornavo, facevamo le correzioni. Poi, visto che il tempo per consegnare la storia si avvicinava un po’ troppo, abbiamo iniziato a lavorare insieme anche la sera, dopo la scuola. Quando tornavo, andavo a casa a lasciare le mie cose e poi passavo da Daniela a scrivere il seguito della storia. Alla fine Alberto, con il suo computer, mi ha aiutato a terminare il lavoro.»

Di quante pagine consiste il lavoro finito, poi pubblicato nel libro?

«Diciassette pagine.»

Dopo l’invio del lavoro cosa è accaduto? Come ha saputo dell’esito?

«La scadenza era a giugno dell’anno scorso, dopo un mese è arrivata la notizia che ero tra i finalisti. Siamo andati alla presentazione del libro con i racconti dei vincitori dell’anno prima; è in quella sede che si presentano i vincitori dell’anno in corso. Hanno iniziato a leggere l’elenco...»

e non si aspettava di essere tra i prescelti!

«Sapevo che ero finalista, ma non sapevo che la mia storia sarebbe stata pubblicata. Hanno iniziato a nominare i diari dei minorenni che erano stati scelti, che erano tre, poi hanno nominato le ragazze, poi tutti gli altri e anche io. Avevo pensato di essere lì solo per assistere alla premiazione e poi di tornare a casa. E quando ho sentito il mio nome, mi sono guardato intorno un po’ spaesato...»

Senza rivelare troppo, per non rovinare il piacere della lettura a chi volesse procurarsi il libro... vuole raccontarci di cosa parla il diario?
«Il diario parla della mia vita, della mia famiglia, di quando ero bambino e via via delle cose che mi sono successe. La malattia della mia mamma, poi quando lei è morta, e la situazione generale del nostro paese, la Costa d’Avorio. Ma anche di come vivono lì le persone. Poi di quando ho deciso di venire in Italia e il mio viaggio. Di quando sono arrivato a Palermo, e come la mia situazione è cambiata poco a poco.»

Parliamo allora di questi cambiamenti. Ho saputo che lei ha iniziato a lavorare come sarto. Uno di quei mestieri che in Italia stanno un po’ scomparendo. Come è nata questa idea?

«Il discorso del lavoro è iniziato dopo che ho superato l’esame terza media. Alberto e Daniela mi hanno regalato una macchina da cucire. Questa macchina è rimasta lì ferma una o due settimane, poi un amico mi ha dato la stoffa per fargli un pantalone e da quel pantalone è iniziato tutto. Il pantalone è piaciuto. Poi ho conosciuto un’altra amica, che era venuta a fare le vacanze a Salice. Mi hanno chiesto di cucire un regalo per il suo compleanno. Ho fatto una borsa a zaino. Io non avevo mai fatto uno zaino…»

Ma lei già nel suo paese di origine praticava questa attività?

«In Costa d’Avorio io avevo iniziato a fare il mestiere di sarto dal 2005 e ho continuato fino al momento in cui sono partito per venire qua, nel 2016.»

Lavorava in proprio o per qualche azienda locale?

«Lavoravo con un ragazzo, più grande di me di 10 anni.»

E come mai non è ripartito subito da quanto interrotto in Costa d’Avorio?

«Quando io sono arrivato qui non era per fare il mestiere di sarto, pensavo di fare altri lavori. Per quello avevo parlato poco del mio lavoro di sarto. Però adesso mi piace molto. È la cosa che mi piace di più, perchè sono le persone che mi danno l’ispirazione e sono io a decidere come fare gli abiti!»

Perché non ne aveva parlato?

«Perché quello che avevo imparato in Costa d’Avorio non immaginavo che potesse piacere qui. Avevo immaginato di non poter vivere di quello che avevo imparato. Qui ci sono abiti diversi. Tutto quello che faccio qui, in Costa d’Avorio non lo facevo.»

Dove trova l’ispirazione? C’è qualche modello a cui si ispira?

«Se uno mi dice: ‘’Vorrei così’’, io capisco un po’ l’idea e poi, quando sono sulla stoffa, mi viene in mente come fare. Tante volte le persone mi fanno vedere un modello e io, lì per lì, non so come fare; ma poi metto le mani sulla stoffa e tutto mi viene. Una bambina non riusciva a trovare il vestito che le piaceva... la mamma descriveva come lo voleva, ma la bambina non era d’accordo. Allora le ho detto: “Disegnalo tu”’. Ha fatto un disegno e io l’ho realizzato, e la bambina era così contenta che ne ha parlato con una sua amica e anche lei ha voluto un vestito!»

Quali capi le richiedono, principalmente?

«Abiti, giacche, pantaloni, borse, zainetti. Ho fatto anche fodere per le sedie e per i cuscini, per le poltrone. Ho cucito anche coperte per cavalli e un cappotto per un cane.»

Come si è fatto conoscere?

«Ho partecipato a diversi mercatini. Una volta a Mezzana Bigli, a Bagnaria, a Varzi, a Casalnoceto, a Retorbido, e poi soprattutto a Volpedo.»

E adesso come procede l’attività?
«Lavoro grazie al giro nei mercatini, dove ho conosciuto tante persone che hanno preso il mio numero di telefono, e poi con tanti amici che fanno passaparola. Le persone mi portano il lavoro da fare e io sono molto impegnato, e non riesco più ad andare al mercato di Volpedo.»

Quale pensa sia il suo punto di forza?

«Più la fantasia. La cosa bella è che ho tante stoffe, che uso per provare le cose che mi vengono in mente, e se va bene quello che ho pensato la stoffa si trasforma in un modello.»

Le sue creazioni sono soltanto pezzi unici o le è capitato di produrre anche qualche cosa di seriale?

«Per la maggior parte del tempo sono cose diverse.»

Questa attività è un po’ agli inizi, perché è da un annetto che la porta avanti; quindi, al momento, possiamo parlare più di un hobby che di altro. Ma le piacerebbe diventasse un lavoro a tempo pieno?
«Sì, è quello che ho in mente. Quello che sogno è l’iscrizione come artigiano o di aprire una partita IVA.»

 di Pier Luigi Feltri

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