Mercoledì, 20 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – SANTA MARIA DELLA VERSA - IL “CASALE DENARI”: DALLA PRODUZIONE DI VINO ALLA FLOWER FARM

“Casal Donelasco”, da metà anni ’80 rinominato “Il Casale Denari”, è certamente uno dei principali luoghi in cui si è scritta la storia economico-politica dell’Oltrepò Pavese. Dalla metà del XVII secolo ai primi anni ’90 del secolo scorso questa tenuta ha ospitato illustri personalità nobiliari e politiche: conti, marchesi e prelati hanno soggiornato presso tra le mura della struttura. Negli ultimi decenni di attività era frequente trovare imprenditori, politici e Capi di Stato a passeggio con il duca Denari per i giardini della tenuta: indimenticabile la visita del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Prime tracce del Casale si hanno dall’alto Medioevo in poi, dove in più documenti viene citato come “palazzo”. Altri riferimenti si trovano in diversi rogiti del ‘600 e ‘700, in cui si fa espressa menzione di un convento agostiniano e dei relativi terreni situati proprio dove oggi si trova l’attuale Casale Denari. Nel 1692 i feudi di Soriasco e Donelasco vengono ceduti ai conti Gambarana, i quali si stabilirono definitivamente proprio nella tenuta. I Gambarana dovettero abbandonare Donelasco alla fine del ‘700, costretti a vendere beni mobili e immobili, a causa dell’arrivo dei francesi. Il controllo e l’amministrazione della tenuta passò a Cristoforo Ghislanzoni che, con l’aiuto dei napoleonici, in poco tempo passò da semplice “tesoriere” dei Gambarana a proprietario effettivo. Il primo titolo nobiliare ai Ghislanzoni venne dato, nel 1835, al Barone Giuseppe Bassano con concessione per esso e per tutti i suoi discendenti maschi con ordine di primogenitura.

Una figlia del barone, Adelaide, sposò il Conte Valerio Salimbeni di Salisole. In questo modo la proprietà passò al Conte Giovanni Salimbeni, il quale fece vivere una vera epoca d’oro alla tenuta trasformandola in un’azienda all’avanguardia, puntando sulla produzione di vino e aceto balsamico. Il Conte Giovanni viene ricordato come un personaggio ben voluto dai suoi mezzadri e dalla popolazione stessa di Donelasco. Nel 1906 la Contessa Adelaide, ultima erede Salimbeni, rimasta vedova qualche anno prima, decide di vendere gli immobili e tutte le vigne colpite da fillossera a Giuseppe Citterio di Rho, proprietario del famoso salumificio. Citterio morì dieci anni dopo, lasciando il suo patrimonio ad innumerevoli eredi, i quali la cedettero alla Banca di San Marzano di Voghera l’intera proprietà indivisa, per 292 mila lire. La banca fece da intermediario e, il giorno successivo, gli immobili e i 97 ettari di terreno vennero acquistati dai Denari, eminente famiglia vogherese. Dal 1946 al 2008 il duca Antonio Giuseppe Denari fece di Casal Donelasco la sua residenza e il suo principale centro d’affari, tanto da farlo rinominare ufficialmente “Il Casale Denari”. Con la sua scomparsa iniziò il veloce decadimento della tenuta, interrotto fortunatamente in questi ultimi mesi. Tutti i beni mobili e immobili stanno per essere salvati da Alberto Bertuzzi Borgognoni, nipote del duca Denari, insieme alla moglie Azzurra, la quale è la titolare del “Casale Flower Farm”, azienda agricola dedicata alla coltivazione di fiori.  è proprio Azzurra a raccontarci di cosa si occupa e quale sarà la nuova vita de “Il Casale Denari”.

Azzurra, quando avete deciso di recuperare la tenuta?

«Il Casale era una proprietà della famiglia di mio marito, il quale ha poco frequentato la struttura. Per diversi decenni è stato praticamente disabitato e lasciato in stato di quasi totale abbandono. Da quando ci siamo trasferiti, nel 2015, abbiamo da subito avuto quest’ idea di farlo rivivere. Non nego che abbiamo trovato parecchie difficoltà, sia burocratiche che strutturali: non avendo avuto per tantissimi anni una minima manutenzione ci siamo ritrovati di fronte un grande lavoro di pulizia e sfoltimento, iniziata solo questa primavera, a causa di parecchie faccende burocratiche da sbrigare. A fine settembre finalmente inizieremo con i lavori di ristrutturazione veri e propri».

Quali sono le principali difficoltà affrontate durante il recupero?

«Ci troviamo a dover recuperare un complesso di immobili costruiti in collina, su un terreno che negli anni ha subito movimenti. Questo sicuramente è l’impegno più grosso. La totale assenza di manutenzione degli ultimi anni ci farà affrontare un intenso anno di cantiere. Una parte, quella produttiva, è già stata sistemata qualche anno fa, mentre la casa principale, la vecchia Hostaria e le altre cascine sono invece ancora tutte da recuperare».

Quali sono i punti cardine su cui si basa il vostro progetto di rilancio?

«Nella casa grande ricaveremo nove alloggi dedicati all’ospitalità: diventerà un luogo di accoglienza per i turisti. Siamo fortemente convinti che l’Oltrepò ha un potenziale enorme e ne ho avuto la prova lavorando per alcuni anni presso un castello qui vicino, con cui collaboro ancora con la mia attività. è stata l’occasione per imparare un lavoro diverso da quello che facevo prima, ma mi sono anche resa conto che sono sempre gli stranieri i primi a rendersi conto delle bellezze del nostro territorio. Loro adorano soggiornare in questi territori non ancora “di massa”. Offriremo diversi servizi, sarà una sorta di “flower resort” aperto a vacanze, matrimoni, eventi o anche a semplici momenti di relax ad un’ora da Milano. Noi viviamo al Casale da quattro anni e ho visto grandi cambiamenti positivi nel territorio, forse anche grazie al ricambio generazionale: questo sicuramente aiuterà l’Oltrepò a ripartire».

Organizzate visite guidate presso “Il Casale”?

«Abbiamo iniziato con dei workshop a tema floreale ma ci piacerebbe anche organizzare altri tipi di eventi, come aperitivi particolari o attività non strettamente legate al pernottamento. Al momento l’azienda agricola non è visitabile per il singolo interessato. Sono veramente felice, perché in pochissimo tempo c’è stato un forte richiamo alla notizia della riapertura del Casale. Riceviamo parecchie telefonate e molte persone chiedono se è possibile visitarlo. A me piacerebbe veramente accettare tutte le richieste, ma questo richiederebbe parecchio tempo da dedicare solo a questo. Al momento siamo solamente io e mio marito, quindi sarebbe un grosso impegno».

Dagli anni ’60 agli anni ’90 il Casale Denari è stata una delle più note attività agricole e imprenditoriali dell’Oltrepò. Con l’Hostaria del Casale il Duca fu un precursore dell’agriturismo, quando ancora questo genere non era ancora stato burocraticamente concepito. Vi ispirate ancora a questa mentalità?

«La nostra ospitalità iniziale riguarderà innanzitutto il pernottamento con prima colazione: non ci dedicheremo subito alla ristorazione, in quanto ci piacerebbe che l’Hostaria rivivesse sotto forma di bar aperto anche a chi non alloggia. Vogliamo fare le cose con calma e non buttarci su mille progetti che poi non riusciremmo a rispettare. Ci piacerebbe inoltre che la figura del nonno di mio marito, il duca Denari, possa essere giustamente valorizzata: arrivando in un territorio di cui non sono originaria ho sentito subito parlare di questo personaggio di cui siamo fieri e orgogliosi. è stato un precursore in parecchi camp: frequentando questa zona ho notato che manca la cultura del marketing e della promozione. Oggi con internet e smartphone possiamo fare di tutto: con Instagram non oso immaginare cosa avrebbe potuto inventarsi il nonno di mio marito!  Il nostro obbiettivo è anche quello di portare avanti il suo messaggio di promozione e valorizzazione».

Dalla metà degli anni ’90 il Casale è stato totalmente riqualificato a livello produttivo: dalle viti, dalle quali veniva prodotto il famoso “Rosso del Roccolo”, per poi passare a campi ed ora floricultura. Essenzialmente, di cosa si tratta?

«Io mi occupo della coltivazione di fiori da vendere sfusi o che utilizzo negli allestimenti floreali che creo per matrimoni ed eventi. Li vendo soprattutto a Milano dove sono stata ben accolta, perché le mie coltivazioni riguardano varietà non facilmente reperibili dai grossisti: non vado a competere su rose o fiori generici. Tra le tante varietà coltivo echinacee, anemoni giapponesi o altre tipologie molto delicate e ricercate. A me piace sia coltivare che allestire, perché mi permette di dare sfogo alla mia fantasia. Noi non produrremo vino: mio marito ha un’altra attività e io non ho competenze enologiche. La cantina c’è ancora ed è stata lasciata così com’era: la sistemeremo e la riutilizzeremo come spazio per l’ospitalità perché è molto caratteristica. Teniamo molto a questo posto e vogliamo raccontarne la storia a chi vorrà ascoltarla. La parte dedicata ai campi è di circa 50 ettari, quindi non riuscirei al momento ad impiegarli tutti per la coltivazione dei miei fiori: continuiamo con la rotazione di grano e erba medica. Siamo passati dall’uva ai fiori, offrendo anche un argomento nuovo sia in Italia che in Oltrepò».

Eventi e programmi futuri?

«Ho appena terminato la stagione dei matrimoni. Il 22 di settembre ho organizzato al Casale un workshop di una giornata con una flower designer molto preparata che, insieme a me, che ha insegnato a creare delle composizioni con fiori stagionali da me coltivati. Prossimamente porterò i fiori dell’Oltrepò a Genova, dove allestirò un evento privato per una casa svizzera di orologi che presenterà i suoi nuovi modelli».

Per finire, come vedreste un circuito di promozione dei castelli e residenze storiche dell’Oltrepò?

«Noi non abbiamo nulla da invidiare alle Langhe, né a livello paesaggistico né a livello di qualità enogastronomica. A differenza loro abbiamo una frammentazione interna micidiale. Nelle Langhe si trova una coesione territoriale pazzesca: li hanno un circuito di collaborazione solido e ben formato. Qui c’è la paura di quello che fa il prossimo: si guarda troppo cosa fa il concorrente e non si investe su se stessi. Nel Mondo c’è spazio per tutti, non c’è da aver paura. Un circuito che faccia coesione con le strutture storiche e quelle di ospitalità è essenziale, tant’è che stiamo già iniziando a collaborare, per nostra iniziativa, con altre attività a noi vicine. Creare sinergia non significa farsi portare via lavoro. Inoltre le varie attività della nostra zona sono collegate da strade che si affacciano su un bellissimo paesaggio, però caratterizzate da una pessima manutenzione. Io penso che le strade siano il settore principale su cui operare al momento: se vogliamo più turisti cerchiamo di offrirgli strade più percorribili e non rischiose.

di Manuele Riccardi

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