Domenica, 20 Ottobre 2019

OLTREPÒ PAVESE - RICORDI DI CACCIA CON GIANNI BRERA di Giuliano Cereghini

“Gioànnbrerafucarlo” nacque a Pianariva, come lui stesso definiva San Zenone al Po, nei primi anni dell’altro dopoguerra: in una data che sarebbe diventata tristemente famosa: l’8 Settembre; giovanissimo divenne giornalista e scrittore di vaglia. Scriveva con stile inimitabile ed innovativo sul Giorno e sul mitico Guerin Sportivo oltre che su altre testate prestigiose. Proprio su questo settimanale dalle pagine verdi, curava una rubrica “lettere al direttore”: rispondeva a domande di lettori curiosi di fatti di calcio e di vita. Le sue risposte erano spesso dotte ed intriganti perché spaziavano oltre i confini dell’arido argomento calcio, per toccare alte vette dai contenuti culturali e lessicali nuovi ed incisivi.

Avevo diciannove anni, matricola universitaria pavese di Economia e Commercio, sinceramente intrigato dal modo di scrivere del grande padano e dai contenuti dei suoi articoli spesso travisati, come in occasione della polemica nata per alcune sue affermazioni circa la difficoltà del meridione nel produrre grandi atleti: uomini di pensiero sì, ma non grandi atleti, prerogativa di regioni del nord quali il Veneto, il Piemonte e la Toscana. Parlava di étnos, alimentazione e clima e fu beceramente frainteso ed accusato di razzismo. Non se ne adontò più di tanto se non polemizzando in modo feroce con Palumbo, da lui chiamato avis palumba, canzonato in parecchi articoli e mai considerato il grande giornalista e il direttore che in effetti fu. Decisi di scrivere al direttore del Guerino, come confidenzialmente appellavo il settimanale del mio cuore, ponendo dieci domande e firmandomi pavese d’adozione. Diede puntuali risposte ai quesiti e concluse chiedendomi dove abitassi nella Pavia dei suoi splendidi anni universitari oggetto spesso di ricordi ed aneddoti in alcuni suoi memorabili articoli. Profittai della richiesta per scrivere di nuovo precisando che ero un oltrepadano, a Pavia per studi, innamorato dei suoi neologismi: goleador, libero, euclideo, abatino, cursore, melina, ed altri, che erano ormai entrati nel lessico comune sportivo e non. Gli ricordai un suo splendido verbo: sgrillettare dei mozzi, ad indicare il metallico rumore delle ruote delle biciclette e un articolo del Guerin Sportivo di qualche anno prima dal titolo  “Invectiva ad Patrem Padum”. Mi rispose che ero troppo buono con lui che era un semplice servitore della sua Olivetti, che conosceva l’Oltrepo Pavese come terra di vini e di caccia e si augurò di incontrarmi un giorno per parlare il nostro bellissimo dialetto girando a caccia per boschi e radure, sotto il cielo tenue dell’autunno oltrepadano. La modestia di quell’uomo conscio del suo enorme valore ma restìo a magnificarlo, mi spinge a riportare parte di quell’articolo firmato dal sunnominato “modesto servitore della sua Olivetti”. Parlando di se stesso scriveva: “Sono un uovo fatto fuori dal cavagnolo, quando mio padre e mia madre non pensavano più di avere un altro figlio. Il mio paese è Pianariva, che l’Olona divide a mezzo prima di confluire in Po. Sono cresciuto brado fra i paperi e le oche naviganti l’Olona. Ho imparato a nuotare con loro e a desumere i fondali dai diversi colori e dalle diverse increspature dell’acqua. Ti sarai accorto, cortese lettore, che non indulgo a retoriche di sorta. Molto facile sarebbe abbandonarsi a inni e cachinni.  La verità è che il Po è un sacramento di fiume incostante e capriccioso. Nasce dal Monviso, da un antro che pare giusto la matrice di un animale mostruoso; arriva a Saluzzo e prende bruscamente a salire verso Torino: qui aggira nuove colline e riceve le Dore, mettendosi a correre sbandato da un sabbione all’altro. Diventa un po’ più rispettabile ricevendo il Ticino, la cui parte cerulea si distingue dal resto per una buona ventina di chilometri. Adesso ci puoi crepare di tifo e di epatite virale: ai miei tempi si beveva acqua di Po dalle sèssole, che i toscani chiamano vetàzzolo nel loro fossile e noioso dialetto. Dopo l’amplesso con il Ticino, padre Po rincoglionisce letteralmente e assume l’aspetto d’un inquieto serpentone dalle larghe ed inutili spire”.

Così il Grangiuànn. Poesia, poesia vera. L’augurio di incontrarci un giorno in Oltrepò sembrava una battuta ma, complice il destino che spesso si diverte alle nostre spalle, un giovedì mattina a caccia da Maffeo Zonca, nella riserva che spaziava da Cecima a Gomo di Godiasco, vidi il grande giornalista in atteggiamento venatorio con a tracolla una bellissima carabina artigianale. Mi avvicinai titubante e mi presentai; fui stupito nel constatare che si ricordava delle mie lettere, gli scritti di “un paìs bassaiolo”- paesano della bassa-, come da quel momento iniziò a chiamarmi, nonostante io insistessi nel dire che potevo essere suo compaesano in quanto pavese, ma non della bassa perché io ero semmai dell’alta collina. Non ci fu verso: nei pochi incontri sempre venatori, che il buon Dio mi concesse, continuò a chiamarmi paìs bassaiolo e non volle intendere ragioni dato che entrambi eravamo, a suo dire, figli dell’Alma Ticinénsis, dell’Università di Pavia e quindi compaesani e, dato che lui era bassaiolo cioè della bassa, necessariamente lo dovevo essere anch’io. Tanti anni dopo leggendo un suo articolo magistrale, intesi perché si sentisse oltrepadano: scriveva “...il Po lambiva troppo colline da vino per non essere pericolosamente ubriaco, ancora nel 1380, Po scendeva sparato su Belgioioso e saliva e non per lambire Corteolona, dove riceveva l’Olona: poi piegava a sud-est passando per Pieve Porto Morone puntava contro Castel Sangiovanni, dall’altra parte. Il mio paese era sulla riva destra. Po rifiutò rombando di percorrere l’ansa di Corteolona e tirò dritto tra Arena e Pianariva rientrando nel suo letto solo fra Pieve PortoMorone e Castel Sangiovanni! In tal modo il mio paese si trovò sulla riva sinistra avendo a sud il fiume che prima aveva a nord...” In quel lontano fine trecento Pianariva era oltrepadana!

Parlavamo rigidamente ed esclusivamente in dialetto mettendo in difficoltà i dotti invitati di Zonca che spesso, mi chiedevano di tradurre ciò che avevamo appena biascicato in un gergo a loro sconosciuto. Si divertiva come un matto a vedere le loro difficoltà dicendo spesso “i capìsan  gnënt” (non capiscono nulla)... di dubbio significato. A caccia finita, dove spesso eccelleva come tiratore e grande conoscitore di cani e arte venatoria, ci affidavamo alla cucina di Maffeo nella sua splendida villa ed il grande giornalista, noto intenditore di cibi e di vini, confidava di apprezzare sempre più la cucina semplice, fatta di cose genuine difficilmente ritrovabili nei grandi ristoranti. In Oltrepò la tradizione vuole che il giorno dei morti, il 2 Novembre, si cucinìno i ceci e, a caccia da Maffeo, gradì moltissimo la zuppa preparata dalle donne di casa Zonca nella grande zuppiera grondante parmigiano trentaseimesi e volle provare un’insalata di ceci tiepidi con cotiche bollite condita con aceto, olio e sale da me suggerita. La definì una squisitezza confondendo un professore universitario di Prato che non intese la parola dialettale “bisˆiù” scambiata per un avverbio che fece molto divertire Gioàn. Era un grande cacciatore anche se, partendo dalla casa di caccia, sembrava indolente, lento e quasi “scazzato”; camminava piano con il fucile in spalla distratto dai colori e dagli odori della campagna che d’Autunno esplodevano nei vigneti, nei boschi e nei frutteti: la poesia della campagna lo riportava ai suoi amati tempi giovanili quando, così raccontava, a circa dieci anni, aveva attraversato Po a nuoto rischiando la vita ma promuovendosi grande agli occhi dei grandi. L’indolenza passava di colpo se vedeva un cane in ferma: si avvicinava quatto quatto al cane spianando il fucile e, appena il selvatico muoveva le penne, con uno scatto felino ingobbiva e sparava usando raramente la seconda cartuccia. Era orgoglioso di questa sua attitudine venatoria che ritrovava in me giovane emulo di tanto maestro, mi guardava dopo una sua bella fucilata quasi a compiacersi della sua abilità e mi guardava anche quando altri invitati di Zonca padellavano inomignosamente o dicevano castronerie venatorie che lui, cacciatore vero, commentava con sarcasmo. Sorrideva e sottovoce mi diceva “capìsan gnënt” rimetteva l’arma in spalla e tirava dritto. Maffeo nelle giuste occasioni serviva grandi vini. Gianni Brera era l’occasione anche perché grande intenditore. Amava i suoi piemontesi, come lui li definiva, Barolo ed ancor più sua maestà il Barbaresco ma in Oltrepò, beveva volentieri il Barbacarlo “un po’ bullo di speme e mandorlato” come lui stesso lo definiva, del suo amico cav. Lino Maga di Broni, “al butunòn col vê pusê bon dal pavés” - l’abitante di Broni con il vino più buono di tutto l’Oltrepo pavese -. Degustando una bottiglia di Barbacarlo e sentendolo da lui magnificare, gli chiesi se conoscesse il “Priolino” uno altro splendido vino di una cantina di amatori di Casa Vescovo in comune di Borgo Priolo. Non lo conosceva e mi ripromisi di fargliene omaggio alla prima occasione utile. Al termine del pranzo mentre si parlottava, si avvicinò Maffeo che, rivolto al grande scrittore ed indicandomi disse:  “Giuliano l’è un bel caciadù ma l’è un montagnè cä rìva sˆù da S. Isëbi, indè chièn ancù ä dré ä sarcà a campana dòra ad Montpìc” - Giuliano è un bel cacciatore ma trae le sue origini montanare in Sant’ Eusebio dove stanno ancora cercando la campana d’oro di Monte Pico -. Giuànn si interessò moltissimo alla storia di questa misteriosa campana d’oro sepolta a Monte Pico e mai più recuperata per l’anatema del frate a cui Barbarossa aveva sottratto una campana dalla chiesetta della Pieve. Mi incitò a scriverne promettendomi una sua prefazione ma colpevolmente, non ne feci nulla. Molti anni dopo la sua tragica e prematura morte, mi ricordai dell’invito a scrivere di Monte Pico e, complice anche il fatto che una bella storia tra favola e realtà rischiava di perdersi nelle nebbie del tempo, scrissi ‘La Campana d’oro di Montepico’ iniziando la prefazione con queste parole.

“Se ancora fosse vivo questa prefazione porterebbe la firma di Gioànnbrerafucarlo; me lo promise...”.

Quando fortunatamente era ancora in vita, ricordai anche la promessa del “Priolino” ed alla prima occasione omaggiai il grande scrittore di sei bottiglie del prezioso vino del ‘59. Volle assaggiarne subito una dopo il pranzo e mi maltrattò a lungo convinto che l’avessi imbrogliato inserendo subdolamente il suo amato Barbaresco in una bottiglia vuota di Priolino. Rimirava la bella bottiglia con un cappello da vescovo sull’etichetta e guatandomi da sopra gli occhialini mi diceva “t’è un bel malnàt, ma täm ciùlat no, muntagnè” - sei un bel furbino ma non mi freghi, montanaro -. Non ero più il paìs bassaiolo: ero diventato un montanaro falso! Tentai inutilmente di convincerlo del contrario ma non ci fu verso. Ne “il vino che sorride” ebbe a scrivere di vigne, di modi di bere, di mescite corrette e di disdicevoli cose quali l’ubriacarsi grossolano. Fin da giovane, con il padre, andava da un amico ad acquistare l’uva da pigiare: il proprietario li aspettava sull’ultima capitagna con le scòrbe d’uva allineate dietro di se come un plotone rigido sull’attenti. Era maniaco nel trattare la bottiglia di vino: “maneggia la bottiglia con la circospezione di chi sposti un bucchero prezioso. Investi il cameriere con i tuoi stessi quarti di nobiltà ma troppo ignorante per sapere che una bottiglia di vino non è un’aranciata nè una birra: che non si versa facendola glugluàre, ma lentamente, così che non abbiano a sollevarsi le feci posate sul fondo. Impedisci a chiunque di riempirti il bicchiere rimasto a mezzo dopo l’ultima mescita: non vale dire che, tanto, è lo stesso vino: ogni bottiglia infatti ha una sua anima”. Aveva uno strano rapporto amore-odio, con la tecnica o, per meglio dire, con la tecnica enologica fuorviante come amava dire: “la tecnica spinta all’eccesso, lo priva del suo carattere più sincero... hai l’impressione, bevendo, di baciare una donna troppo truccata: sempre donna è, ma forse andrebbe meglio al naturale. Comunque non esageriamo: una Venere priva di tecnica e di pulizia può disgustarti, così come ti può attirare una racchietta che almeno sia brava e pulita”. Aveva un modo suo di bere, lento e solenne che descrisse magicamente: “e chi beve per mero vizio di gola o con fini distorti, subito lo vedi: gluglueggia con l’epiglottide come le bottiglie mal inclinate alla mescita:....... si nutre di quello come potrebbe un amante della poesia mandando a memoria una composizione in lingua sconosciuta: i soli suoni non bastano: e così le sorsate. Il bere deve essere lento e continuo, quasi a formare sulla minor porzione di lingua un ruscelletto fluido e costante: meno si spande per la bocca e meno il vino ubriaca. Per contro, i bevitori ingordi si sborniano grossolanamente; ubriacarsi è quasi sempre disdicevole; inebriarsi può essere bello ma è ben presto vietato agli abitudinari; bere senza affogare il cervello è piacere sottile e raro, da veri specialisti”.

Parlando dei vini bianchi pavesi si alterava se alcuno osava definirli simili agli champagne francesi, erano diversi e fors’anche più buoni. Per i rossi aveva una passione per i vini sinceri: “il Barbera pavese, per berlo bene, qualche volta bisogna attaccarsi al tavolo: ma se matura un poco, perde arroganza e diviene pastoso e civile. Il Barbacarlo che un cugino monsignore prende a Broni o lui stesso da Lino Maga, basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono altro che storie!”.

Mi chiese un giorno che tesi avessi discusso nella mia facoltà di Economia e Commercio, risposi sorridendo che avevo fatto e discusso una tesi dal titolo “Le tendenze evolutive della vitivinicultura in Oltrepò Pavese”, rimarcando la U in luogo della O nel sostantivo vitivinicUltura. Nel corso della discussione della citata tesi, ebbi a farlo notare al Magnifico Rettore Professor Fornari, che aveva rilevato un errore nel titolo della mia tesi, - per Lei sarà coltura della vite e del vino ma per me, figlio delle terre oltrepadane, è cultura della vite e ancor più del vino -. Il buon professore non scherzò più sul mio italiano e fu invece coinvolto dall’amore per la mia terra e per il suo vino. Si divertì molto nel sentirsi raccontare questa storia e concluse con “t’è fat bê ä fag fà la figura da lùc, insì l’impara ä fà al fùrb”, hai fatto bene a fargli fare la figura dello stolto, così impara a fare il furbo. Grande uomo, grande giornalista e grande cacciatore. Un mattino di fine Novembre uggioso e freddino come stagione comandava, ci incamminammo in un prato pieno di rugiada io con i miei bracchi, lui ed Adriano Dezzan, famoso commentatore televisivo. Per verità ebbe a confessarmi ancor prima di partire, che “il ciclista”, così lo chiamava, non lo convinceva troppo a caccia. Dezzan era una bravissima persona, gentile, cortese, educato con tutti, ma con la caccia aveva pochissimo da spartire. Dopo pochi passi nel campo carico di rugiada, lamentò d’avere le scarpe bagnate. Giuàn lo squadrò, guardò gli splendidi scarponcini di tela rossi e rivolto a me disse “al duvìva nì a cacia dascùls par bagnà no i scarpè növ” - doveva venire a caccia scalzo per non bagnare le scarpette nuove - e rivolto ad Adriano “forse l’er mèi mât su i stivàl” - forse sarebbe stato conveniente mettere gli stivali - Il buon telecronista non capì ma un guardiacaccia provvide a portare due stivali di misura che risolsero il problema. Verso la fine della battuta ci trovammo a dover attraversare un ruscello. Effettuammo il piccolo guado camminando sui sassi affioranti prima io, poi i cani, poi Brera ed infine fu la volta di Dezzan. Giuan lo guardò sogghignando e disse “adès al bòrla long e distés int l’àcqua” - adesso cade lungo disteso nell’acqua -. Non aveva ancora finito di parlare che il buon Adriano scivolò su un sasso viscido e precipitò in acqua; fortunatamente in piedi ma con gli stivali pieni d’acqua. “Sà tôni dìt” - Cosa t’avevo detto - commentò, e a Dezzan che bagnato gli chiedeva come mai noi due non eravamo caduti in acqua rispose “ nùm a bòrlam no int l’ àcqua, nüàtar sùm principi della zolla” e si tacque. - noi non cadiamo in acqua, noi siamo principi della zolla, figli della terra -. Le sue amate origini contadine, quante volte ne parlava con orgoglio e, credo che avesse capito, quanto importanti fossero quei valori anche per me: il nostro parlare in dialetto, quasi ad isolarci da un mondo che ben conoscevamo ma che in fondo non ci apparteneva completamente. Pur senza conoscermi bene e nonostante i quasi trenta anni di differenza, aveva con me una complicità che, anche dopo tanti anni, ancora non so spiegarmi se non come lui diceva, perché entrambi principi della zolla. Dopo quegli anni magici non l’ho più rivisto anche a ragione della scomparsa del grande Maffeo Zonca a cui Serra del Monte di Cecima, suo paese natale, ha giustamente dedicato una via. Per anni ho avuto la tentazione di scrivergli ma desistevo perché lo vedevo totalmente impegnato in televisione e sul quotidiano La Repubblica che avevano il privilegio di ospitare le sue splendide pagine di vita. Grande uomo e letterato sopraffino, il cui ricordo mi commuove a tanti anni di distanza. Pochi anni fa su invito dell’amico ing. Alberto Ferrarotti, partecipai ad una riunione a Belgioioso con il figlio Paolo Brera che disquisiva sulle donne di casa Brera. Fui presentato a Paolo e parlai con lui di suo padre e volle che lo facessi in pubblico al termine del suo breve intervento. Fui costretto a parlare per quasi un’ora usando spesso il dialetto imitando il grande Giuan e suscitando interesse ed ilarità in molti; particolarmente in una dottoressa che, al dialetto mio e del grande scrittore, rideva in modo tale che il rimmel degli occhi le colò sul viso costringendola ad abbandonare la sala per una rapida ristrutturazione. Il grande comunicatore colpiva, mio tramite, anche dall’aldilà! Il figlio Paolo si meravigliò di quanto lo conoscessi pur avendolo frequentato poco; risposi che entrare in sintonia con un uomo di quel livello se lui riteneva di sceglierti, era tremendamente facile perché la sua grandezza si camuffava spesso in una semplicità che esaltava il valore delle piccole cose, celebrava picchi culturali raramente riscontrabili e innalzava la sua poesia persino nelle pedate di uomini in calzoni corti. Mi resta il ricordo di un gigante, mi restano le sue citazioni e le sue considerazioni sulla vita grama della povera gente, il suo essere un pezzo importante della letteratura italiana già da vivo e, contemporaneamente, “il principe della zolla” che ricordava a tutti d’aver imparato a nuotare dalle papere in Olona.

  di Giuliano Cereghini 

«In Oltrepò, beveva volentieri il Barbacarlo “un po’ bullo di speme e mandorlato” come lui stesso lo definiva, del suo amico cav. Lino Maga di Broni,  “al butunòn col vê pusê bon dal pavés”  l’abitante di Broni con il vino più buono di tutto l’Oltrepò pavese»

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