Martedì, 17 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - LA TREBBIATURA: «È RIVÀ MÀCHIN DA BÀT» di Giuliano Cereghini

Un vecchio montanaro con il volto bruciato dal sole, guarda lontano seduto su una scala di legno appoggiata al fienile e rigira tra le mani un  tozzo di pane bianco. Un bimbetto gli si avvicina con passo traballante tendendo una manina e stringendo nell’altra una merendina. Il nonno lo guarda, tende a sua volta il tozzo di pane che il frugolo cattura squittendo di felicità e corre lontano. Il vecchio carica lentamente la pipa, l’accende e, sorridendo, ripensa ai tempi andati, ai tempi della sua gioventù...

...Per tanti, troppi anni, l’attività prevalente dell’uomo, fu la ricerca del cibo quotidiano, procacciare giorno per giorno il pane per se i per la propria famiglia. Da qui l’estrema importanza della coltivazione del frumento, graminacea principe delle coltivazioni collinari e montane. Fino alla metà del secolo scorso, gli animali e le braccia di robusti contadini, erano l’unica energia impiegata nella produzione agricola che, nel caso del frumento, iniziava con l’aratura di verdi campicelli montani e terminava con la trebbiatura di messi rigogliose.

Una magra vacchetta di razza varzese o, per i più benestanti, una coppia di giovani manzi aggiogati, trainavano un piccolo aratro di legno o di ferro che ‘graffiava’ il terreno più che ararlo. Le zolle, lasciate per un paio di mesi a “maturare”, venivano triturate e sminuzzate con l’erpice, con la sterpatrice, con la zappa o, in alcune annate particolarmente secche, con l’accetta. Semina, leggera zappatura a mano nel mese di marzo ed infine una lunga attesa, confidando nella clemenza del tempo: acqua e sole benevoli, gelo vento e grandine negativi. Sul finire di giugno, iniziando dai terreni meglio esposti, si dava inizio alla mietitura con la falce messoria detta “msùria” usata esclusivamente per il frumento e la segale: il rumore della “martladüra”, martellatura, della piccola falce era una specie di tam-tam che coinvolgeva tutti e dava di fatto, inizio alla mietitura. Per molti giorni il caldo, il sudore, il mal di schiena e, nei casi peggiori, qualche taglio alle falangi, avrebbero accompagnato uomini, donne e ragazzi in questo esaltante lavoro. Successivamente i covoni, legati da abili mani con l’ausilio di una manciata di spighe, sarebbero stati raccolti, trasportati su carri o slitte nei luoghi più impervi ed infine ordinatamente accatastati sotto capaci portici, nelle cascine o in accumuli all’aperto, “capà”, alti parecchi metri. Iniziava il periodo di quarantena dei covoni detta “buidüra” che durava appunto circa quaranta giorni a cavallo tra il mese di luglio ed agosto. Trascorso tale periodo, si dava finalmente avvio alla trebbiatura. Nel silenzio di un meriggio oppresso da un’afosa calura e rotto dal coccodè di una gallina, si udiva in lontananza un rumore inconfondibile, ritmico e metallico, il rumore della trebbiatura. «È rivà i màchin da bàt» si ripetevano l’un l’altro i contadini, quasi a sottolineare il momento, la magia di un evento unico nell’anno, stressante, faticoso ma vissuto con estrema allegria e complicità . «È rivà i màchin da bàt» ripetevano donne e ragazzi eccitati e ciarlieri mentre gli uomini controllavano cortili, attrezzi e mezzi da adibire a quel lavoro duro ma ricco di soddisfazioni: era la realizzazione dei sacrifici di tutto un anno, il vedere e toccare il grano, sognarne una quantità sempre maggiore, sapere che il grano sarebbe diventato pane e il pane la sicurezza alimentare della famiglia.

La trebbiatura era un lavoro, un duro lavoro ma, specialmente in montagna, era e rappresentava molto di più: era comunità, allegria, aiuto reciproco, era avventura nel solo “piasà i màchin” sistemare le macchine, ovvero nel raggiungere cortili improbabili abbarbicati sulla montagna, difficilmente accostabili e una volta raggiunti, difficilmente gestibili: occorrevano circa trenta metri di cortile per il trattore, la trebbiatrice e, da ultimo, la pressa, senza contare gli spazzi per il carrello dei carburanti e il cavalletto per stendere e preparare il fil di ferro necessario per legare le balle di paglia.

Quest’ultima operazione era riservata ai più giovani ed era dagli stessi, molto ricercata perché costituiva motivo per farsi invitare a pranzo. La trebbiatura era lavorare assieme, era la cooperazione tra grandi e piccoli produttori, era mangiare assieme, concludere la giornata con un canto liberatorio e finalmente riposare poche ore per riprendere il mattino seguente prima dell’alba. Era un modo di vivere solidale di cui si è perso letteralmente segno e volontà, era l’allegro ringraziamento alla clemenza del tempo che aveva permesso messi rigogliose. “L’atàch o tìr di màchin da bàt”, era costituito da un trattore che serviva sia ad agganciare e trainare la trebbiatrice e la pressa, sia a trasmettere tramite una robusta cinghia, forza motrice a cinghie e pulegge  presenti sulle macchine sunnominate. Prima degli anni cinquanta il trattore come oggi lo intendiamo, non era disponibile ed era sostituito da una macchina a vapore detta “fugôn”, funzionava a legna ed era trainata, come le altre macchine, da diverse paia di buoi rapportando la forza necessaria alla ripidità della strada che divideva la cascina dalla via principale; tutta l’attrezzatura veniva trainata, spostata e sistemata per il lavoro esclusivamente con l’ausilio di forza animale; in montagna occorrevano da sei a otto paia di buoi per raggiungere remote cascine in luoghi impervi ed isolati. Raggiunto lo spiazzo adiacente al portico o alla capà, le macchine dovevano essere poste alle prescritte distanze al fine di far funzionare bene cinghie e pulegge, dovevano essere livellate per permettere ai setacci di lavorare correttamente  ed infine, l’ occhio esperto del macchinista, doveva valutare la giusta collocazione di tutti gli addetti alle varie lavorazioni. La macchina più importante era certamente la trebbiatrice: alta, imponente ed austera era letteralmente coperta e percorsa da cinghie, ruote, maniglie, scalette, appigli, setacci e pulegge, tra loro collegate e necessarie alle varie lavorazioni. I covoni di frumento venivano inseriti dal tetto della macchina in un apposito sito “batër”, dove due cilindri provvedevano a sgranare le spighe. La paglia veniva convogliata nella parte anteriore della  macchina ed immessa per caduta sulla pressa. Il grano, con un percorso contrario, veniva vagliato, selezionato, pulito e restituito nella parte posteriore della macchina dove gli addetti ai “sacät” provvedevano a trasportarlo sino al magazzino che, negli anni cinquanta, era invariabilmente il solaio di casa. La paglia convogliata sulla pressa e precisamente su un nastro trasportatore della stessa, giungeva in un apposito sito dove uno strano parallelepipedo di ferro detto “menelìk” cadendo ritmicamente, la schiacciava verso il basso e un ancor più strano meccanismo collegato al precedente, la spingeva in avanti. Quando la balla di paglia era ben pressata e della voluta dimensione, un macchinista con l’aiuto di un contadino, provvedeva alla legatura con fil di ferro. All’alba in un frastuono di rumori e in un turbinio di polvere, si dava inizio al lavoro che impegnava sino al tramonto una ventina di persone; uomini e donne si occupavano freneticamente delle diverse attività: caricare i covoni sulla trebbiatrice, spostare ed accatastare le balle di paglia legate con il fil di ferro, portare il grano nel solaio ed ogni altra attività legata al momento ed alla necessità; persino i ragazzini avevano un compito specifico, preparare il fil di ferro per legare le balle di paglia “fà i ramê”. I lavori già pesanti erano gravati anche dal caldo e dalla polvere che le macchine sollevavano; erano brevemente sospesi verso le otto del mattino per una veloce colazione, alle tredici per il pranzo e, finalmente, terminavano la sera verso le ore ventuno per la cena al termine della quale un canto liberatorio concludeva la giornata. Un secondo o baritono iniziava una canzone della tradizione, il primo o tenore entrava con voce potente mentre tutti gli altri fungevano da basso. Splendide esecuzioni che nascevano dal cuore, dalla tradizione, dal ricordo di fatti o momenti di vita che non si possono dimenticare, armonie di vecchie canzoni risuonavano nella notte riandando alla più antica tradizione contadina e militare. L’allegra comitiva si scioglieva per sfinimento fisico dopo la mezzanotte su precisa disposizione di qualche anziano che pensava saggiamente al lavoro del giorno dopo. Un altro giorno di fatica, di sudore, di frenetica attività  era passato; restava l’armonia, il profumo del grano prima e del pane poi, la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere e comunque, di aver dato una mano ai più bisognosi. Un’anziana donna raccontava di un anno lontano in cui il marito si ammalò nel periodo della trebbiatura, l’unico figlio era militare e lei impegnata ad accudire l’infermo. Al momento della trebbiatura del frumento di sua proprietà, la povera donna, non avendo potuto aiutare alcuno, ingaggiò a pagamento quindici persone per il lavoro da compiere. Ultimate le operazioni si accinse a pagare i lavoratori ma nessuno volle essere pagato rammentando le condizioni della povera donna che, ben sapeva, le precarietà economiche di chi l’aveva aiutata e quanto avrebbero fatto comodo i pochi soldi a cui tutti avevano rinunciato. La generosità di quel mondo, di quella gente era forse meno sbandierata ma sicuramente più legata a principi ed azioni che nobilitavano pensieri e gesti di uomini semplici dove, se la cultura a volte lasciava a desiderare, la dirittura morale, la generosità e il senso di comunità non mancavano mai...

...Il vecchio guarda il tramonto, respira l’aria leggera della sera; riaccende la vecchia pipa, sorride al nipotino che, dopo aver buttato la merendina, addenta con voluttà  il pane del nonno, il pane dei ricordi, della generosità, il pane del futuro, mentre il sole scende pian piano nascondendosi dietro la montagna.

  di Giuliano Cereghini

agierre-marzo TecnoSerramenti-copia studio-medico-tagliani panificio-santa-maria-AGOSTO-copia

  1. Primo piano
  2. Popolari