Sabato, 21 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - «SERVE PIÙ CORAGGIO NEL PROPORRE MUSICA NUOVA IN ZONA»

Gianluca Giagnorio a Voghera e dintorni è per tutti “Giagno” e chi lo conosce sa che è uno di quegli artisti che hanno fatto la gavetta e non hanno mai mollato. Ha aperto concerti a Tozzi, Raf, Vecchioni e Albano ma oggi, a 34 anni e con molti chilometri sulle spalle, inizia a togliersi qualche soddisfazione di quelle “serie”. L’anno scorso ha vinto Area Sanremo ed è arrivato a un passo dal partecipare all’ultima edizione di Sanremo Giovani. Il sogno si è infranto contro la giuria guidata da Claudio Baglioni in persona, ma per “Giagno” non è stata una sconfitta, tutt’altro: un punto di partenza semmai, per rincorrere nuove avventure e nuovi sogni musicali. Si fa chiamare “MaLaVoglia”, ha preso il nome in prestito da un romanzo di Verga e ci ha giocato su per ricordarsi e ricordare a tutti che, in fin dei conti, la differenza tra chi ce la fa e chi no la fanno l’intenzione e la perseveranza: la “Voglia”, appunto.

Gianluca, MaLaVoglia però non è il nome della la sua band?

«Sì, il progetto iniziale è nato infatti come idea di band, poi ho virato verso la carriera solista, ma ho mantenuto il nome e ho comunque una band che mi affianca per i concerti»,

Come è nato il progetto?

«è nato nello studio di Ron a Garlasco, tre anni fa. Ero con il mio produttore artistico Davide Maggioni e altri musicisti, stavamo cercando un nome per la band. Guardando nella libreria di Ron ho visto il romanzo “i Malavoglia” di Verga e ho pensato di trasformarlo nella domanda che mi fanno sempre tutti:“Gianlu, Ma La Voglia a trent’anni suonati di farti tutti di sbattimenti, dove la trovi?” (ride)».

La vostra musica si può definire pop italiano. Musicalmente quali sono le sue influenze?

«I miei generi di riferimento sono il cantautorato italiano e il rock. Quello che ne è venuto fuori? Boh… dico MaLaVoglia, con qualche influenza folk in alcuni brani».

Quando ha cominciato a comporre?

«Non saprei dire un’età. Ho sempre scritto, sin da bambino. Poesie che poi cantavo e quando ho iniziato a suonare la chitarra mi accompagnavo con il mio nuovo strumento. Posso dire però quando ho iniziato a rendermi conto che scrivere e cantare le mie canzoni mi faceva stare bene e mi regalava delle emozioni grandissime: è stato più o meno intorno ai 20 anni. Relativamente tardi...ma credo che ognuno abbia i suoi tempi per capirsi e conoscersi. Più mi raccontavo attraverso le mie canzoni e più mi conoscevo veramente. Tutto è nato da questo bisogno».

Oggi la musica è la sua unica professione?

«La musica non è la mia unica professione, per scelta. Nel senso che potrei cantare, fare serate dove faccio solo cover...ma non voglio. Intendo realizzare un progetto e per realizzarlo devo investire soldi e tempo, quindi lavoro per poter dare finanze al mio sogno. Ora nell’ultimo anno, con la vittoria di Area Sanremo, ho stretto diverse collaborazioni che mi stanno aiutando molto anche a livello economico».

A proposito di Area Sanremo. La vittoria le ha aperto le porte per le selezioni di Sanremo Giovani. Alla fine non ce l’ha fatta per un soffio…cosa non ha funzionato secondo lei?

«Rimane l’amaro in bocca perché il mio brano era stato ben recepito e aveva preso molti consensi...però c’era gente più avanti di me nel percorso e che arrivava direttamente dalle case discografiche. Era difficile, ma io ho fatto il massimo e ho dato tutto. Sono a posto con me stesso».

Lei ha partecipato anche alle selezioni per “Amici”, il talent show di Maria De Filippi, alcuni anni fa. I meccanismi del mondo dello spettacolo li ha visti da vicino, che impressione ne ha ricavato?

«Certi meccanismi sono difficili da scardinare, devi entrarci dentro e conoscere gente. Non intendo dire che bisogna essere raccomandati, però che a volte basta una conoscenza giusta per mettere in luce tutto il lavoro che hai fatto per anni. Dico sempre che non basta  l’idea, conta molto di più la forza che hai per spingerla».

Nel seguirla sul web e sui social è impossibile non imbattersi in “Camoscio”. E’ curioso il modo in cui promuove questo brano, come se non fosse solo una canzone. Che significato ha per lei?

«Camoscio è il brano con cui ho vinto Area Sanremo e che poi ho portato davanti alla commissione RAI di Baglioni ma in effetti non è solo una canzone. è una storia, la storia di un ragazzo, Giacomo, che ho conosciuto a Roma tramite un amico e voleva che qualcuno scrivesse una canzone sul suo vissuto in carcere. Camoscio è il soprannome che viene dato alla matricola carceraria. Con la sua storia, Giacomo non voleva suscitare pena, forse nemmeno protesta. Voleva solo raccontare come una persona, divorata dal peso degli sbagli, può avere ancora la lucidità e la forza di uscire da quella prigione che inevitabilmente ti rimane dentro. E in quella sua storia mi sono rivisto anche io, perché ognuno di noi ha le sue gabbie. Il coraggio di uscirne anche quando ti sentirai soffocare, farà di te un uomo veramente libero. Quando la canto impersono lui».

Si dice spesso “nemo profeta in patria”. Lei però recentemente qualche riconoscimento dalla sua città l’ha ricevuto: l’hanno invitata ad inaugurare la Sensia 2019 e ha recentemente suonato in piazza Duomo. Merito della patina sanremese?

«Credo che il nemo profeta in patria sia una cosa normale…la verità è che alla gente della tua città, di quello che fai, non frega nulla. Prima mi incazzavo ma ora lo capisco e vivo molto più serenamente il ritorno a casa».

Come ha fatto a “elaborare”? Così magari chi se ne lamenta potrà prendere spunto…

«In primis ho pensato che se scegli di fare musica tua e ti accontenti di fare l’eroe in patria, stai sbagliando tutto. Poi non tutte le persone riescono a comprendere la vita di un “artista”... per la maggior parte della gente la normalità è l’università, il lavoro, la famiglia...figurati se hanno tempo per star dietro alle tue serate o ai passi che fai. Va bene così. E sinceramente mi dà anche fastidio che alcuni dei miei colleghi  continuino a lamentarsi della gente che non li segue ai concerti o sui social è così. La gente ha i fatti suoi. Certo, vincere Area Sanremo mi ha fatto notare e mi ha permesso di avere dei riconoscimenti anche nella mia città di origine, ma preciso che a Voghera, come MaLaVoglia, in tre anni ho suonato 3 volte. Ma è la mia città, mi ha adottato. Se posso fare qualcosa per lei lo farò, che ci sia poca o tanta gente».

Che giudizio esprime più in generale sulla scena musicale oltrepadana?

«Non c’è una scena musicale vera e propria. C’è chi fa musica valida, ma manca un punto di raccordo di artisti, musicisti e pubblico che crei una scena musicale... Ed è triste perché, ripeto, c’è tanta gente qui che la musica la fa e anche bene».

Eppure non viene molto valorizzata. Soprattutto chi produce inediti…

«Devo dire che il grande problema è che manca proprio la mentalità di proporre musica emergente qui in zona. Ci vorrebbe solo un po’ più di coraggio da parte di gestori di locali (ormai pochi) e organizzatori di eventi. Mi sembra assurdo che con tutte le feste della birra che ci siano in giro, mai a nessuno sia venuto in mente di fare una serata dove venissero promossi gli artisti della nostra zona. Bisogna tutti cambiare mentalità. Noi musicisti compresi».

Cosa consiglia di fare?

«Bisogna girare di più, suonare in altre città. Si torna a casa con un altro spirito...e se ci si torna incazzati, vuol dire che si sta sbagliando qualcosa».

di Christian Draghi

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