Domenica, 22 Settembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - TEATRO SOCIALE : «VOGHERA DOVRÀ FATICARE NON POCO PER CHIUDERE LE STAGIONI IN ATTIVO»

Voghera ha scommesso tutto sul restauro del Teatro Sociale, eppure il piano non sembra adatto a garantirne la sostenibilità economica nel tempo. Mentre i lavori procedono tra mille difficoltà, a causa di ritrovamenti archeologici e varianti, il Comune pensa a una Fondazione che si curi della gestione futura del bene che secondo le dichiarazioni dovrebbe riaprire il 19 aprile 2020. Tuttavia crescono i dubbi relativamente alla possibilità di un modello di business che consenta di chiudere gli esercizi in attivo.

«Troppo piccolo per le grandi stagioni di prosa nazionali, capaci di coprire i costi di gestione, ma anche inadatto a ospitare grandi ensemble internazionali di lirico sinfonica o spettacoli d’opera di alto livello, per via delle dimensioni del palco e di spazi troppo ridotti per gli orchestrali nel golfo mistico».

Andrea Dondi, grande esperto di teatri e spettacoli impegnato in tutto il mondo da più di trent’anni, non ha dubbi nell’analizzare il progetto in avanzata fase del nuovo Sociale.

Dubbi che molti anni fa erano stati espressi a esponenti del Comune di Voghera anche da un manager oltrepadano della gestione teatrale, produttore e autore di spettacoli, ovvero Marco Vaccari, già fondatore della società Fama Fantasma che portava a Voghera spettacoli di prosa di grande richiamo colmando un vuoto. Vaccari, rimasto inascoltato, da anni ha portato la sua professionalità a Milano, dov’è direttore artistico di successo del Teatro San Babila, tra piazza Duomo, cuore della città storica e via Montenapoleone, simbolo del lusso e zona rinomata per lo shopping esclusivo: la struttura conta su 340 posti a sedere in platea e 130 posti a sedere in galleria.

Dopo Vaccari, oggi sono molti a interrogarsi su versatilità e funzionalità del teatro ma anche su come dare copertura ai costi di funzionamento. Andrea Dondi, grande professionista del management dei beni culturali e dentro la macchina organizzativa di stagioni e concerti in tutto il mondo, interessato al problema ora osserva:

«A vedere il progetto di recupero e considerando ciò che accade un po’ in tutta Italia, dove sono in crisi anche i teatri di molte grandi città, probabilmente Voghera dovrà faticare non poco per chiudere le stagioni in attivo. Le istituzioni italiane riservano sempre meno investimenti ad arte e cultura, dunque sono i privati a dover fare la differenza ma spesso pesa anche l’impreparazione di un pubblico che va preparato e motivato a prendere parte agli spettacoli pagando il giusto». Una cosa che nel nostro Paese, secondo l’esperto, non va più molto di moda.

«Purtroppo le amministrazioni locali hanno disabituato per tanti anni il pubblico a pagare per prendere parte ad eventi culturali, lirici, operistici, sinfonici o teatrali di valore. Oggi l’Italia chiama spesso “evento culturale” qualcosa di piccolo, di minore, che dietro la necessità di un micro investimento da parte dell’ente di turno dà l’illusione di produrre un grande show a ingresso gratuito per gli spettatori. è così che si uccide la produzione artistica e chi cerca di fare impresa con la cultura.

Costa di più andare al cinema, che nell’ultimo triennio è sempre più in crisi anch’esso. Per fare la differenza bisogna saper stupire e colpire con cose grandi, che lascino il segno distinguendosi. In realtà c’è una grande differenza tra concerti o rappresentazioni low cost, mordi e fuggi, e un palinsesto vero con relativi investimenti, ben studiato e capace di generare marketing territoriale».

E gli effetti sono molto diversi: «Nel primo caso - spiega Dondi - si fa illusionismo, nel secondo caso si creano risultati tangibili e lungo termine».

Il progetto del Sociale di Voghera prevede il recupero del teatro, della platea, del primo, secondo e terzo ordine per un totale di 340 posti, dei quali solo 154 in platea e gli altri ripartiti nei tre ordini. «Con questi numeri - dice l’esperto - o si fanno stagioni più costose di almeno il 35% di quelle dei teatri di Milano oppure non si sta in piedi.

Per attivare una massiccia vendita di biglietti per ciascuno spettacolo inoltre, bisogna avere nomi di richiamo e spettacoli che costano e che vanno prenotati per tempo, con grande managerialità e spesso versando cospicui anticipi». Altro punto dolente sembra essere quello degli spazi per le orchestre. «Qualora non siano state apportate modifiche successive, il progetto non lascia sufficienti spazi agli orchestrali per candidare il Sociale a ospitare grandi ensemble nazionali o internazionali, anzi, sarebbe anche un problema portare a Voghera un’opera completa con artisti, scenografie e orchestrali in formazione non ridotta».

In merito a cosa di potrebbe fare in un Teatro Sociale di questo tipo, il manager non ha dubbi: «Ferma restando la componente della copertura dei costi, si potrebbe certamente fare molto di ciò che già si fa nei piccoli teatri di provincia, in quelli degli oratori più attrezzati o magari nelle piazze all’aria aperta quando la stagione lo consente.

A mio parere, tuttavia, l’Italia sbaglia. Ogni cittadina vuole il suo teatro ponendosi spesso dopo, quando è tardi, di risolvere il nodo della gestione e della sostenibilità economica.

Sarebbe forse più facile che in una territorialità ampia come quella della provincia di Pavia esistesse un’unica fondazione capace di dare un palinsesto vario, ampio e mirato a ciascuna delle strutture teatrali locali». Dondi riporta una sua esperienza negli Stati Uniti: «Dove sanno fare business, si mettono insieme e ottengono tutti dei risultati.

Coinvolgono anche le associazioni culturali operanti sul territorio, per chiedere consiglio e collaborazione. Ci sono cartelloni unici creati da più strutture con un anno d’anticipo e promossi capillarmente. Ci sono cittadine che trasformano il dopo spettacolo in happening per la promozione dei loro prodotti e delle loro identità. In Italia pensiamo spesso che gestire un teatro sia un gioco e un vanto in solitaria, pensiamo alla cultura come a qualcosa di disgiunto dalle economie locali. Non è così».

Parole importanti che fanno capire come occorra riflettere in fretta sul dopo cantiere. Resta il fatto che Voghera ha sempre visto nel suo Sociale una chance. La storia va infatti riletta e attualizzata, perché non fu facile nemmeno agli inizi. è negli anni venti del 1800 la città più grande dell’Oltrepò Pavese sente il bisogno di un teatro consono alla propria realtà. Abbandonato un primo progetto, stilato nel 1821 dall’ingenere Gian Battista Petrino, l’incarico viene affidato all’architetto Giacomo Moraglia, il cui progetto venne approvato dal Consiglio Comunale nell’anno 1824. Tuttavia l’area prescelta inizialmente non aveva il consenso generale della Società degli azionisti per il nuovo teatro, oltre ad una riconosciuta maggiore spesa non rilevata in fase di progetto.

Fu dunque nuovamente affidato all’architetto milanese Moraglia il progetto di una nuova pianta del teatro in una zona diversa e più spaziosa della città. Dopo alcuni anni di controversie per il definitivo posizionamento del nuovo teatro, finalmente nel 1837 venne deliberato di costruirlo nell’area posta tra la Regia Traversa (Via Emilia) e la Piazza Maggiore (Piazza del Duomo), a fianco del nuovo Palazzo Civico, anch’esso da costruirsi contemporaneamente. L’architetto Moraglia, non potendo più proseguire la sua opera a Voghera a causa dei numerosissimi impegni presi nel frattempo, dovette ritirarsi dall’incarico, consigliando però all’Amministrazione Comunale un architetto di sua fiducia, il torinese Gioacchino Dell’Isola, il quale aveva già realizzato, sempre per il Comune di Voghera, il progetto del nuovo Ospedale. L’inaugurazione avvenne la sera del 19 aprile 1845 con la rappresentazione dell’opera “I Lombardi alla prima crociata” di Giuseppe Verdi. Per tutta la seconda metà del 1800 il Teatro Sociale continuò la sua attività ininterrottamente, fornendo al suo folto pubblico spettacoli interessantissimi, soprattutto musicali; la prosa, infatti, era ancora una sezione marginale del teatro. Con il 1900 si hanno le prime interruzioni dell’attività teatrale prevalentemente per ragioni economiche, dettate dalle spese per gli spettacoli e per i restauri dell’edificio. La situazione peggiorò tra le due guerre mondiali con sempre maggiori periodi di chiusura. Dal 1962 il teatro fu concesso in affitto come cinematografo e le rappresentazioni teatrali si ridussero notevolmente, fino ad arrivare alla chiusura definitiva del 1986. La città aspetta ora di vedere cosa accadrà il fatidico 19 aprile del 2020. Certo che al progetto esecutivo del “Recupero, Restauro e Adeguamento funzionale” della struttura ora manca un’appendice: il “Piano di gestione e sostenibilità”.

Tutto questo tenuto conto che non c’è nemmeno più una Fiera dell’Ascensione di grande impatto com’era un tempo.

Infatti, sempre rileggendo la storia, in molte città e luoghi di provincia dell’Italia del centro-nord, dove più intensamente si sviluppò tra Settecento e Ottocento “l’Industria del melodramma”, gli spettacoli melodrammatici si affermarono in occasione delle fiere. A Voghera vennero a coincidere con lo svolgimento di quella principale, tenuta nella stagione primaverile a partire almeno dalla seconda metà del Settecento. L’elenco dei titoli delle opere rappresentate al Sociale di Voghera, considerato già allora periferico, non ha mai riservato grandi sorprese nemmeno allora: si trattava sempre di un repertorio ampiamente consolidato, che constava delle opere più popolari di Verdi (come l’Otello), Donizetti e Bellini, integrato da esecuzioni solitarie di opere del secondo Ottocento (Carmen, Manon Lescaut, Faust, La Wally, La Gioconda, Mefistofele).

Molto consistente è stata poi la presenza nell’antico palinsesto di opere dei compositori della cosiddetta Giovane Scuola, Puccini e Giordano in particolare. Una chicca fu l’arrivo di Tosca a Voghera a meno di 3 anni dalla prima rappresentazione assoluta di Roma. Spazio poi a Rossini con il Barbiere e ad altri grandi classici.  Altri tempi, con una Voghera certamente più popolosa, più attiva e più di richiamo per un pubblico che non sentiva certo da Milano l’attrazione che avverte oggi in senso culturale, ludico e ricreativo. Sarà certo una sfida, nel 2020, sbaragliare la concorrenza con idee accattivanti, sapendo fare impresa e anche squadra.

 di Luca Cruciani

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