Lunedì, 14 Ottobre 2019

OLTREPÒ PAVESE - MESTIERI AMBULANTI: “AL MULÌTA, EL CADREGHÈ , AL MÄGNÄN” di Giuliano Cereghini

Continua il nostro viaggio tra i mestieri ambulanti di una volta. In Oltrepò, anche nel più sperduto villaggio, periodicamente “spuntavano” diverse figure che con il loro arrivo portavano “scompiglio”: alla loro vista iniziava il passa parola da una porta all’altra, come per assicurarsi che al vicino non fosse sfuggito il loro arrivo. Erano altri tempi e certamente, se non tutti, quasi, avevano un coltello da affilare, una sedia da mettere a nuovo o una pentola da “rattoppare”.

L’arrotino, giungeva in paese di buon mattino su una sgangherata bicicletta munita di strane appendici, ruote, cinghie e manovelle, autopromuovendosi al grido “mulìta, è rivà al mulìta!”, - arrotino, è arrivato l’arrotino -. Dopo aver percorso due o tre volte la via principale del paese, si stabiliva in un piccolo spiazzo adiacente all’unica osteria, montava due cavalletti che, di fatto, sospendevano la bicicletta dal terreno, collegava la pedaliera con una catena alla ruota abrasiva, riempiva d’acqua una piccola scatola sospesa sopra la ruota medesima e cominciava a pedalare canticchiando in attesa di clienti che non tardavano ad arrivare.

Ed erano uomini con accette, cesoie, scuri da affilare, cunei usati per spaccare la legna, ma anche donne o ragazzi con forbici e coltelli di ogni forma e dimensioni. Il mulìta concentrato sul proprio lavoro non prestava molta attenzione alla piccola moltitudine che ammirava il metodico e ritmico lavoro di affilatura dei vari attrezzi a lui affidati; scorreva sulla ruota abrasiva, in un nugolo di scintille che non lo preoccupavano affatto, forbici e coltelli saggiando di tanto in tanto, il filo delle varie lame. Il loro rumore a contatto con la ruota abrasiva pareva il lamento di un gattino maltrattato.

Al termine di ogni affilatura, puliva con cura l’oggetto, lo incartava in un foglio di giornale, lo riconsegnava al proprietario ricevendone pochi centesimi di mercede. Lavorava sino a tarda ora e comunque, sino ad aver soddisfatto tutti i clienti, rimontava la bicicletta pronta per il viaggio verso un paese poco lontano. Se i clienti erano stati numerosi, cenava all’osteria spesso uscendone brillo, se di contro gli affari erano stati poco remunerativi, si accontentava di pane e formaggio offerto in pagamento da uno dei clienti più poveri accettando senza lamentele, una povertà dignitosa e fiera.

L’impagliatore di sedie, era un bergamasco di antico pelo, duro come le pietre della sua terra; aveva due mani nodose ed ispessite dai calli che diventavano svelte ed agilissime durante il lavoro. “L’e’ chè el cadreghè pòta” gridava poche volte e quindi si metteva al lavoro. Scaricava dalle robuste spalle scheletri di seggiole di legno, fasci di bionda lisca, erba palustre lunga e molto resistente, una borsettina di ferri che aveva visto tempi migliori, si accomodava su un basso sgabellino, e cominciava silenziosamente a lavorare. Come d’incanto le sue nodose mani divenivano rapidi ceselli che arrotolavano una manciatina di lisca, roteavano velocemente la sedia affidata alle sue cure per una pulitura e riliscatura, pescavano dal grande fascio di erba palustre altri fili da aggiungere ai precedenti, arrotolavano più volte la paglia, la ripassavano sul pianale della sedia in riparazione componendo a poco a poco un mosaico bello e resistente. Non si schiodava dal suo lavoro, rispondendo con sordi grugniti a nuovi clienti, se non dopo aver ultimato il suo quadro: si rigirava tra le mani la sedia impagliata a nuovo, la guardava e la riguardava in ogni suo particolare, batteva con la mano il piano d’appoggio, per sciogliersi in un sorriso che gli illuminava per pochi istanti un viso stanco, ma che ancora aveva guizzi dell’antica grazia giovanile.

Quindi rivolto ai presenti, con lessico che scendeva direttamente dalle sue valli, bofonchiava parole incomprensibili ma facilmente traducibili in mal celati complimenti alla sua arte. Continuava sino ad aver esaurito tutti i clienti o, in qualche caso, tutto il materiale da lavoro che aveva al seguito; a volte si fermava in paese anche due giorni comportandosi benissimo per tutto il tempo. Ultimate le operazioni di responsabilità, spesso si concedeva qualche bicchiere di vino generoso e genuino che gli agricoltori e l’osteria offrivano: purtroppo il bicchiere più in uso per il vino era il pêcar, boccale il vetro della capacità di mezzo litro circa, che finiva per confondere il pover’uomo sino a renderlo ubriaco a livello patologico. Fortunatamente in quel tempo non esisteva la prova dell’etilometro in caso contrario avrebbe avuto guai veramente seri. Lasciava il paese, a ciuca smaltita, silenziosamente come era arrivato, salutando i bambini che lo accompagnavano per il primo tratto di strada vociando e ridendo come solo i bambini sanno fare. Lo stagnino, si chiamava Francesco Moro, per tutti Cècu al mägnän, era originario della lontana Romagna che il padre mägnän, aveva raggiunto dal lontano Piemonte: aveva sposato una bella figliola romagnola e si era definitivamente colà accasato. Il figlio, dopo aver appreso il mestiere dal padre, si era trasferito nel pavese da dove partiva per i suoi periodici giretti; delle origini mai dimenticate e spesso decantate, conservava la parlata cantilenante e la battuta sempre pronta e salace.

Con una sgangherata bicicletta trascinava un malandato rimorchietto carico all’inverosimile di pentolini, coperchi, padelle e pentole di rame che avevano vissuto tempi migliori, oltre a un’attrezzatura completa per il lavoro di stagnino: tenaglie di foggia e dimensioni diverse, martelli, forbici, bombole e bombolette, barrette di stagno, bottigliette di acido, spazzole, carbone ed altre diavolerie non facilmente descrivibili. Tutti lo conoscevano e tutti profittavano della sua opera di esperto restauratore, riparatore e solo in pochi casi, venditore di pentolame di rame; per tale motivo evitava la pubblicità, si sistemava nel solito piazzalino davanti all’osteria, accendeva un piccolo braciere, preparava tutti gli attrezzi e canticchiando sottovoce, iniziava a lavorare non disdegnando una battutina salace, mai volgare, alle belle signore e signorine che lo avvicinavano per lavoro. Per ogni cliente che esibiva una pentola malandata, la sua risposta era invariabilmente improntata all’impossibilità di riparare l’utensile proposto, al tentativo di vendere un sua pentola di seconda mano e, al rifiuto della proposta commerciale, alla perfetta riparazione del malconcio utensile iniziale dimenticando che, pochi istanti prima, era stato definito irriparabile: Cècu ne deduceva meraviglie sulle sue capacità in particolare sull’estrema abilità delle sue mani e....non solo per lavorare, come diceva alle giovani clienti che si schernivano sorridendo.

Un acre odore di acidi, di aceto, di sali e di stagno fuso ammorbava l’aria tutt’intorno all’angolo di lavoro: l’artigiano prima puliva a secco, martellava, raschiava e strofinava la padella di turno, quindi la detergeva con gli acidi e, da ultimo, ricopriva la parte interna della stessa con lo stagno che fondeva al momento avvicinando la barretta di metallo ad un martelletto arroventato. Con pazienza e precisione l’artigiano ultimava la stagnatura, poggiava la padella sul terreno per farla riposare come Lui stesso diceva ed infine la passava delicatamente con uno straccetto di lana; al termine dei lavori la sua faccia era nera come la pece o per meglio dire, “négra mé la fàcia d’un mägnän”  nera come la faccia di uno stagnino. Il lavoro era finito, pronto per la consegna, per una salace battuta e per un arrivederci alla prossima. Soddisfatti tutti i clienti Cècu dopo un frugale pasto annaffiato con la sola acqua di fonte, - a suo dire non poteva bere alcolici che potevano reagire con i fumi degli acidi che inalava durante il lavoro provocando gravi malattie - ripartiva con il suo rimorchietto carico al’ inverosimile del materiale precedentemente scaricato per lavoro. Si raccontava che il materiale che l’uomo rivendeva o per meglio dire, tentava di rivendere, provenisse da poveracci in condizioni disperate o, peggio ancora, passati a miglior vita. Naturalmente l’interessato smentiva sdegnato. Sorridente com’era arrivato, felice per aver rivisto gli amici del paese, con un piccolo gruzzolo raccolto col sudore della sua fronte, se ne andava, raramente per tornare a casa, spesso per raggiungere il paese vicino e ripetere l’avventura della sua vita. In tempi recenti ho rivisto un moderno mägnän ambulante: con un vecchio camioncino si ferma in piccoli spiazzi nei mercati di paese o nelle fiere, espone la sua mercanzia, vende pentole di rame veramente belle ed altre di scarso pregio in quanto leggere e sottili come la carta. Scaltro come una vecchia volpe, il bobbiese, da lì arriva, se t’azzardi a richiedere uno sconto agli esosi prezzi richiesti, prima tenta di affibbiarti materiale diverso da quello scelto e di scarsa qualità , poi dice che ci rimette e conclude raccontando che a casa l’aspetta una sorella manesca che lo percuote se non spunta il prezzo stabilito.

È una vera sagoma. Conoscendolo un poco, mi sorge il dubbio che non segua la stessa scuola di pensiero del suo collega sopra ricordato in merito alla pericolosità di bere vino dopo aver lavorato con gli acidi. Sarà che attualmente il suo lavoro è più commerciale che artigianale, ma ho la netta sensazione che tra il saggio mägnän di Bobbio e il frutto della vite e del lavoro dell’uomo, vi sia qualcosa più che un’infatuazione: trattasi di amore vero, duraturo e indissolubile.

di Giuliano Cereghini

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