Venerdì, 06 Dicembre 2019

STRADELLA - «NON SOLO FISARMONICHE, ERA ANCHE LA CITTÀ DELLE MOTO»

Stradella è conosciuta nel mondo come la “Città della Fisarmonica” per la nota produzione di questo strumento musicale. Ma il nome di questa città è stato reso famoso in Italia e nel mondo da un’altra attività: il motociclismo. Nel 1886 vi nacque Gino Magnani, il quale dopo un’esperienza al Touring Club di Milano decise di fondare nel 1914 “Motociclismo”, la prima storica rivista di settore della quale mantenne la direzione per ben 50 anni. Nel 1924 il ventisettenne stradellino Pietro Trespidi, dopo aver acquisito preziose competenze presso la Gilera, assemblò in una piccola e improvvisata officina di Via de Amicis il suo primo prototipo di moto 250cc.

Già l’anno successivo le sue moto iniziarono ad ottenere i primi successi sportivi, guidate dai piloti locali Pernetta e Brega. La produzione stradellina di motociclette durò all’incirca 38 anni, dal 1924 al 1962. In questo periodo vennero commercializzate in tutto il mondo modelli a marchio Moto Trespidi, Alpino e Ardito. Moto e storie che rimangono impressi nella memoria degli appassionati. Grazie al lavoro e alla loro passione è stato possibile mantenere vivo il ricordo di questi gloriosi marchi nostrani.

Abbiamo intervistato Angelo Fiori, 69 anni, pensionato e presidente del Motoclub Città di Stradella da circa quattro anni, che si è posto l’obiettivo di ricostruire in modo minuzioso il passato motociclistico stradellino. Nel 2013 ha curato la pubblicazione di “Alpino e Ardito – Le Moto di Stradella”, un vero e proprio catalogo dei modelli stradellini.

Fiori, quando avete fondato il Motoclub Città di Stradella?

«è stato fondato dieci anni fa, nel dicembre 2009. Quest’anno è il decimo anniversario della fondazione. Le finalità erano quelle di riscoprire le tradizioni motociclistiche di Stradella, in particolare quelle legate alla produzione locale dell’Ardito e dell’Alpino».

Stradella è stata una città importante per il motociclismo italiano: Gino Magnani fu il fondatore di Motociclismo, Pietro Trespidi un innovatore nella progettazione di moto. Secondo lei la Città di Stradella ha dato il giusto riconoscimento ha questi personaggi?

«Gino Magnani fu pioniere della moto e sponsorizzò il Circuito di Stradella nel migliore dei modi. Pietro Trespidi fu un genio della tecnica motociclistica che fondò nella nostra città ben tre marchi di moto: la Moto Trespidi nel 1924, l’Alpino nel 1945 e l’Ardito nel 1951. Sarebbe bello che entrambi questi personaggi fossero ricordati in modo opportuno. Nel 1925 Ignazio Pernetta vinse il Campionato Italiano Gentlemen, riservato ai dilettanti, in sella ad una Moto Trespidi 250, davanti al compagno di squadra Brega. L’anno successivo, per mantenere vivo l’interesse suscitato dalle vittorie sportive, Trespidi aveva bisogno di una fabbrica più grande. Venne promossa quindi una sottoscrizione popolare per azioni da 100 lire l’una, che gli permise di ampliare l’attività. Nonostante ciò la crisi fu sempre forte e nel 1927 Trespidi fu costretto a chiudere la fabbrica. Dopo anni, nel 1944, presentò un motore ausiliario laterale, dal peso di 9 kg, che si applicava direttamente sul mozzo della bicicletta. Questa “invenzione” fu essenziale per la ricostruzione postbellica, in quanto permetteva a chi possedeva già una bicicletta di potersi “motorizzare” e poter lavorare. Fu la fortuna di molti che avviarono un’attività commerciale\artigianale nel dopoguerra dato che tale motore venne applicato anche a tricicli da trasporto cassonati. Quindi i commercianti e gli artigiani potevano muoversi in un raggio d’azione molto più ampio per svolgere le loro attività. Certo, la velocità non era un granché, ma la fatica di certo era parecchio ridotta… Anche il Senatore Sclavi raccontava di aver iniziato la sua attività imprenditoriale acquistando un “laterale” Trespidi, per poter recarsi da Stradella al Carmine e occuparsi della costruzione di un ponte sul Tidone».

Quindi possiamo dire che i motori di Trespidi hanno dato un grande aiuto al boom economico?

«Certo, c’erano anche altri motori, come il Cucciolo e il Mosquito che avevano alle spalle aziende come Ducati e Garelli, ma l’Alpino era certamente competitivo. Queste moto nel dopoguerra partecipavano alle gare nei “circuiti cittadini”, dedicati a motori di piccola cilindrata, facendosi non poca pubblicità. C’erano determinate regole da rispettare in queste gare, come il limite di pedalate all’uscita della curva. L’Alpino, 48cc si imponeva in queste gare proprio perché aveva parecchia ripresa. Queste vittorie contribuirono alla crescita delle nostre fabbriche e di riflesso allo sviluppo economico della nostra città: si pensi che nel periodo d’oro, nella prima metà degli anni ’50, l’Alpino occupava direttamente ben 130 dipendenti e l’Ardito circa 30, generando un consistente indotto».

I vostri soci vantano una grande collezione di moto stradelline?

«Complessivamente i soci del motoclub sono in possesso di oltre una ventina di modelli. Io ho un Alpino, ma c’è anche chi ne ha due, tre o più. La “collezione”, se così si può definire, non è ancora completa. Ci sono però diversi appassionati non stradellini che vantano grandi collezioni. Per esempio c’è Juan Santos, un collezionista portoghese appassionatissimo dell’Alpino, che tutte le volte che trova qualcosa in vendita lo acquista e mi tiene sempre informato sul materiale che recupera. Ha una collezione molto vasta, di cui va molto orgoglioso. Un altro grande appassionato, Luciano Battisti, si trova a Pesaro, dove ha realizzato un’esposizione privata di circa 45 modelli: è un industriale, figlio di un concessionario Alpino della zona, il quale è rimasto molto legato al marchio».

Siete riusciti a censire l’intera produzione?

«Più o meno sì. Ci sono stati oltre una trentina di modelli tra ciclomotori, motoleggere, motociclette, scooter e motocarri. Insieme al direttore Perelli di Motociclismo d’Epoca, abbiamo ipotizzato che siano state prodotte a Stradella circa sessantamila moto, molte delle quali esportate all’estero».

Quindi possiamo trovare alcuni modelli anche in giro per il Mondo?

«In Sud America c’era un importatore in gamba, il quale aveva fatto parecchia pubblicità stabilendo diversi record di velocità. L’Alpino è stato anche esportato in tutta Europa, ma abbiamo documentazioni di esportazioni, non quantificate, in Siam, Giappone, Indonesia e sud est asiatico. Proprio per quest’ultimo mercato Trespidi aveva parecchia attenzione, producendo appositamente un modello chiamato “Indo” un “tubone”, piccolo, leggero, dalle forme morbide ed eleganti».

Prima ha parlato di record di velocità. Quanti primati detiene l’Alpino?

«La produzione è iniziata con il 48cc “laterale”, a cui si sono aggiunti nel corso degli anni modelli di cilindrata superiore: un 63cc, un 75cc, un 125cc fino a 200/250cc: queste cilindrate venivano commercializzate soprattutto in Argentina. Per farsi pubblicità c’erano due modi: stabilire record di velocità oppure partecipare ai “Circuiti cittadini” e vincerli. Per quanto riguarda i primati di velocità va segnalato che il primo record mondiale è stato segnato il 16 gennaio 1952 sulla tratta “Castel San Giovanni – Borgonovo -  Castel San Giovanni” da Andrea Bottigelli su un 75cc, con una velocità media di 129 Km\h. Era un Alpino  con carenatura “a uovo” aerodinamico e per farlo partire ed arrivare i meccanici dovevano prenderlo al volo, in quanto il pilota non aveva la possibilità di appoggiare i piedi. Era un siluro. Il 1 febbraio dello stesso anno l’importatore argentino Perales aveva preparato un 49cc, pilotato da Vaifro Meo, il quale raggiunse una velocità di 90km\h nella categoria <50cc. Due anni dopo a Monza l’Alpino stabilì ben 7 record di velocità sulle grandi distanze. Le moto di Stradella hanno vinto in tutt’Italia, partecipando anche a gare di durata come la “Sei giorni di Milano”, “Giro d’Italia Motociclistico” e la “Milano-Taranto”. Riguardo la “Milano-Taranto” del 1953 c’è un aneddoto particolare…».

Di cosa si tratta?

«Un postino, tale Ledda, prese il via in piena notte da Milano a bordo del suo Ardito 48cc non preparato, con il quale solitamente svolgeva il suo lavoro, con l’obbiettivo di raggiungere Taranto in giornata. Dopo aver affrontato pioggia e freddo sui vari passi dell’Appennino ed aver forato ben due volte, raggiunse finalmente la Puglia. Qui sfortunatamente sforò di nuovo, non avendo più nessuna camera d’aria di ricambio. Essendo già tarda sera i gommisti avevano già chiuso le officine. Girando per il paese si informò e ne trovò uno al cinema: senza demoralizzarsi si diresse dentro la sala e, disturbando tutti gli spettatori, riuscì a trovarlo. Lo convinse a riparargli la gomma e ripartì verso Taranto. Qui però non trovò più nessuno al traguardo, in quanto la gara era terminata ore prima. Riuscì però a scoprire dove alloggiava un commissario di gara: lo buttò giù dal letto e si fece timbrare il foglio d’arrivo, unico 48cc a concludere la massacrante gara. Quest’impresa fu talmente particolare che venne utilizzata parecchio come pubblicità per il marchio Ardito».

Sul mercato collezionistico che valore hanno queste moto? Quali sono i pezzi più pregiati?

«Sono moto che valgono tra gli 800 e i 1500 euro. Ci sono modelli che praticamente sono rarissimi, come i primi motori laterali. Di listino valgono dai 2000 ai 4000 euro, ma il valore lo si decide dall’incontro tra i venditore e l’acquirente. L’interesse di quest’ultimo non ha un valore prestabilito da un listino. Per esempio un collezionista della zona possedeva diversi motori “laterale” che non era interessato a vendere: un collezionista svizzero gli ha fatto la tipica offerta “che non si poteva rifiutare” e quindi ha ceduto. Poi certo dipende dalla conservazione e dall’originalità dei pezzi».

Cos’avete fatto come Motoclub per mantenere vivi questi marchi?

«Organizziamo manifestazioni aperte a tutti, esponendo i nostri modelli. Per diversi anni, nel mese di settembre, abbiamo esposto una cinquantina di modelli sulla Allea Dallapè, in modo che la gente  potesse avere l’occasione di ammirare buona parte della produzione stradellina. L’esposizione ha suscitato molta curiosità e ha riscosso l’interesse di numerosissimi visitatori. Inoltre nel maggio 2013 abbiamo pubblicato un libro intitolato “Alpino e Ardito – Le Moto di Stradella” in cui è stata ricostruita l’intera storia motociclistica con foto e schede tecniche».

Tutte le documentazioni in vostro possesso dove le avete trovate?

«Molto materiale arriva dagli articoli di Motociclismo. Purtroppo gli archivi dell’editore non sono completi, quindi altre ricerche sono state fatte presso la biblioteca Sormani di Milano in cui è conservata un’intera collezione.  Altri dati li abbiamo poi grazie alle documentate monografie che Piero Inglardi ha dedicato rispettivamente all’Alpino e all’Ardito».

Torniamo al Circuito di Stradella. Di cosa si trattava?

«Il Circuito di Stradella era una gara molto famosa ed importante per l’epoca. La prima edizione venne vinta da Ignazio Pernetta su una Moto Trespidi , nella classe 250cc, mentre nella classe 500cc si impose Achille Varzi. Nel 1927 vi partecipò anche Tazio Nuvolari, il quale riuscì a segnare il giro più veloce ma fu costretto al ritiro. Cosa che non accadde nel 1930, edizione in cui si impose nella classe regina. Il Circuito di Stradella era valido per il Campionato Italiano, alla stessa stregua di Monza. La partenza era ai giardini, poi si proseguiva in Via Garibaldi e via fino all’incrocio di Montescano per poi raggiungere Montù Beccaria. Successivamente si scendeva fino in località Braccio e si proseguiva fino al Cardazzo, per poi rientrare a Stradella lungo la Via Emilia. Le strade non erano tutte asfaltate, quindi era un’impresa ardua. La gara era sponsorizzata da Motociclismo, diretto e fondato dallo stradellino Magnani, il quale teneva molto ad organizzare un evento motociclistico di spessore nella sua città e riteneva il circuito stradellino tra i migliori d’Italia a livello tecnico. Si corsero sei edizioni dal 1926 al 1933».

Secondo Lei a Stradella non sarebbe opportuno avere un museo dedicato al Motociclismo?

«Questo è il mio obbiettivo. Bisognerebbe avere a disposizione uno spazio di un centinaio di metri quadrati dove esporre i modelli che sono già a Stradella, tenendo conto che ci sono anche collezionisti non del luogo disposti a metterci a disposizione i loro modelli. Servirebbe una struttura non troppo decentrata, relativamente in centro. In periferia non avrebbe senso. Singoli esemplari di Alpino e Ardito sono esposti in diversi musei e collezioni in giro per l’Italia e nel mondo: per esempio ho trovato per caso un Alpino Piuma esposto al Musèe de la Moto di Entrevaux, in Provenza. Sarebbe opportuno valorizzare adeguatamente una pagina di storia sportiva ed economica che ha dato lustro alla nostra città».

  di Manuele Riccardi

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