Venerdì, 15 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - «AIUTO L’AFRICA CON ZAVATTARELLO NEL CUORE»

Medico, originaria di Zavattarello, di madre italiana e padre inglese, Giovanna Cowley si è laureata in Inghilterra dove ha lavorato per 6 anni prima di prendere la via dell’Africa. Lì ha proseguito gli studi in vari paesi, lavorando al contempo a diversi progetti di ricerca. Quello più recente era nella zona di Yanfolila, regione Sikasso, nel Mali, dove gestiva progetti di sviluppo di sanità comunitaria per 10 paesi attorno a una miniera d’oro. Ora è tornata in Italia e sta cercando fondi per portare avanti un nuovo progetto già ideato e per cui i fondi le sono stati sospesi dalla ditta per cui lavorava. Lo presenterà a Zavattarello sabato 6 luglio, durante la festa che animerà il borgo.

Dottoressa Cowley, che cosa sta cercando di finanziare?

«Si tratta del rinnovamento dell’arredamento e delle attrezzature di una delle quattro cliniche che sostenevo (la clinica di Kabaya). Le altre sono in uno stato decente ma in questa clinica mancano persino i materassi per i lettini per non parlare di un frigorifero o uno sterilizzatore».

Chi ci lavora?

«Ci sono un’ostetrica e un infermiere che sono fantastici. Non si stancano mai nonostante il fatto che hanno tantissimi pazienti che devono curare in condizioni molto difficili. Queste persone fanno molto più del necessario: facevano un’ora di moto su strade penose per seguire i nostri corsi di formazione e organizzano tantissimi incontri con la gente del paese per insegnare l’importanza dell’allattamento, dell’igiene e delle consultazioni prenatali».

Quanti soldi servono per partire?

«Si parla di 7.014 euro per l’esattezza».

In che modo contate di raccoglierli?

«Al momento abbiamo creato una pagina facebook e cercheremo di presentarlo il più possibile in giro. Una nuova presentazione del lavoro svolto e del progetto si terrà alla biblioteca di Zavattarello il 26 luglio. Sto informandomi arrivare anche ad altri eventi locali e cercherò di organizzare un evento più specifico per raccogliere fondi (forse una cena ma non è ancora definitivo)».

Di che cosa si occupava in Africa?

«Gestivo progetti di sviluppo. In particolare l’apertura di un ‘CSCOM’, ovvero un Centro di sanità comunitario, uno studio sui bisogni sanitari nella zona e per capire bene quello che ci voleva per migliorare lo stato di salute della popolazione. C’era poi un progetto per la prevenzione della malnutrizione, formazione e sostegno per la clinica (CSCOM) che noi abbiamo aperto ma anche per  altre tre cliniche della zona.

Abbiamo elaborato poi un progetto per combattere la malaria e altri progetti più piccoli, come giornate di ‘screening’ e consigli medici per la pressione alta, un progetto d’informatica per le cliniche locali e dei “shadowing programmes” dove invitavamo infermiere locali a visitare la nostra clinica come stage, fornendo insegnamento di primo soccorso per gli abitanti dei paesi locali».

Lei è originaria di Zavattarello, ma ha un cognome inglese. Come è composta la sua famiglia?

«Mia mamma è nata a Crociglia ed è un’insegnante in pensione. Mio padre è britannico sud africano. Io sono nata a Voghera ma abbiamo sempre avuto la casa a Casale, frazione di Zavattarello».

Quando avete lasciato l’Oltrepò?

«Quando avevo due anni la famiglia si è trasferita a Cambridge, Inghilterra. Abbiamo vissuto poi in Sud Africa e sono tornata in Inghilterra per gli studi. Mi sono laureata a Cambridge e a University College London e ho un diploma in medicina tropicale dal London School of Hygiene and Tropical Medicine».

Fare il medico è una missione, nel suo caso in senso letterale. Quando e cosa l’ha spinta ad andare fin là?

«La mia passione per l’Africa è nata quando siamo andati a vivere in Sud Africa (all’età di 8 anni). Finito il primo anno di medicina sono andata a fare la volontaria in Mbale, Uganda (in un hospice,  clinica generale, e una clinica di ostetricia e pediatria). Una volta laureata, sono andata a fare il diploma in medicina tropicale in Uganda e Tanzania (2015). Poi sono andata in Guinea Bissau (2016) per gestire due progetti di ricerca - uno sul trachoma e l’altro sulle infezioni sessualmente trasmesse.  Sono tornata a Londra per lavoro e in Agosto dell’anno scorso (2018) sono partita per il Mali».

Come è finita in una miniera d’oro?

«Lavoravo per una ditta che recluta medici per ditte in zone remote. Cosi sono andata a lavorare per una miniera d’oro. Inizialmente nella clinica per i lavoratori e poi gestendo progetti sanitari per la communita locale».

C’erano altri italiani con lei?

«No. I progetti di sviluppo erano gestiti da me e una mia collega olandese aiutati da infermiere e agenti sanitari Maliani».

Come vedono l’Italia da là? Come il paese che può dar loro una vita migliore?

«Sono stata molto bene accolta da tutti ed erano soprattutto contenti di conoscere un’italiana perché là sono tutti appassionati di calcio e ci sono tanti tifosi azzurri. La qualità di vita nella zona è molto bassa - per esempio il livello di analfabetismo dove lavoravo io era all’88% per le donne. La maggior parte delle persone abitano in costruzioni fatte di fango e una percentuale alta non ha neanche accesso a servizi igienici. Ovviamente, date queste condizioni, l’Europa e l’Italia sono visti come posti dove la gente vive meglio».

Il ritorno in Italia. Forzato o le mancava il suo paese?

«Una combinazione di motivi. Sono tornata in Europa per fare un master in ‘sanità pubblica per lo sviluppo’ che comincerò a Londra a settembre. Inoltre, il progetto comunitario stava arrivando alla fine per esaurimento dei fondi e poi avevo anche un po’ di nostalgia e voglia di tornare in Italia per passare del tempo con la mia famiglia e amici di Zavattarello e mangiare il salame».

Il “Mal d’Africa” esiste?

«Certo che esiste. Non vedo l’ora di tornarci: amo la gente, la cultura e il paesaggio. Pero è il lavoro che mi attira di più. Lì si può davvero fare la differenza e migliorare la vita di gente che ne ha proprio bisogno».

Torna spesso a Zavattarello? Ha un legame con il paese?

«Sono legatissima. Torno quando posso, di solito 3 o 4 volte all’anno, e mi ritengo Zavattarellese  - le mie radici sono qui!».

L’Oltrepò le sembra un territorio sensibile ed ospitale?

«Per me sì: io, la mia famiglia internazionale e i miei amici siamo sempre stati molto bene accolti. Trovo la gente aperta, generosa e sempre disponibile ad aiutare».

di Silvia Colombini

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