Sabato, 17 Agosto 2019

OLTREPÒ PAVESE - BRONI - "IL PANORAMA DEGLI EVENTI CULTURALI IN OLTREPÒ È ABBASTANZA POVERO"

Un giovane artista originario dell’Oltrepò, Aris Marakis, si sta facendo notare in tutta Italia per le sue originali opere scultoree, definite dall’artista “primitiviste”, brutaliste e sperimentali”. Dopo alcune mostre ospitate fra alcuni dei più importanti eventi artistici di Milano, esce il “Catalogo Ragionato delle Opere”, un volume che racchiude tutte le sue esperienze, accompagnate e descritte da alcuni saggi sull’artista.

Chi è Aris Marakis? Qual è stato il suo percorso?

«Sono nato a Broni nel 1989 da madre italiana e padre greco. Mi sono diplomato in Disegno di architettura e arredamento a Pavia e ho conseguito la laurea specialistica in Scultura, magna cum laude, all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, con l’opera Icoglipto. Nel 2015 candidai Icoglipto al concorso di arti visive Milano Città Mondo, vincendo il primo premio. Esposi alla mostra collettiva Arte da Mangiare al Palazzo delle Stelline di Milano. In occasione di Expo2015 partecipai al contest: Who Art You? e al progetto: Artisti in Opera a Milano. Ho lavorato col gruppo Cold Discussions. Nel 2016 sono stato selezionato da NOLAB per esporre alla WE Gallery di Berlino. A giugno dello stesso anno realizzai un’installazione nel parco di sculture di Milano-Nosedo per Depurart Lab Gallery. Partecipai anche alla mostra internazionale del Premio Arte Laguna 2017, all’Arsenale di Venezia. Durante l’estate del 2017 ho esposto in diverse mostre».

Quali sono state le mostre più recenti?

«Le ultime esposizioni collettive a cui ho partecipato sono state la mostra Contempora Langobardorum, ospitata nelle sale dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia e la mostra Around & About, tenutasi presso la torre di Bazeos sull’isola di Nasso. Nel mese di luglio del 2018 ho esposto diverse opere allo Studio Museo Francesco Messina. La casa Museo Boschi Di Stefano ha accolto infine una performance di Icoglipto il 26 luglio 2018. Alla continua ricerca dell’unione tra scultura e suono, i miei lavori sono fortemente influenzati dalle mie radici italo-greche.

Le mie opere interattive e partecipative producono un suono che è inverato dall’indissolubile rapporto tra forma e vibrazione acustica (arte morfosonora). Questi lavori sono stati definiti vasofoni, ovvero: vasi sonori. Attualmente vivo e lavoro tra Pavia, Milano e l’isola di Naxos (Grecia)».

Quando ha capito che l’arte era la sua strada? Quando comincia a cimentarsi?

«Ho capito che da grande avrei voluto fare lo scultore all’età di sei anni, quando per la prima volta, nell’isola di Naxos scolpii, nella bottega di un vasaio, un gattino in argilla. Nello stesso laboratorio, venivano realizzati dei fischietti ad acqua in terracotta che catturarono la mia attenzione. La passione e l’abilità di questo artigiano lasciarono in me un segno indelebile, riempiendomi di ammirazione».

Come definirebbe la sua arte? Cos’è la scultura morfosonora?

«Definirei le mie opere con tre parole chiave: primitiviste, brutaliste e sperimentali. La caratteristica fondamentale delle mie sculture “morfosonore” in terracotta è l’essere a un tempo statue e strumenti sonori. Con questo termine, da me coniato, (dal greco morphè, forma, e sonoro aggettivo che si usa per indicare un corpo capace di vibrare, producendo un suono), ho deciso di indicare un tipo di scultura che, oltre all’aspetto plastico, integri una componente sonora; ciò significa che la forma della scultura racchiude una cassa di risonanza, che produce la sua tonalità e a seconda della forma dell’incavo si genera un suono differente».

Scultura morfosonora, ha da poco realizzato una mostra presso il Museo Boschi di Stefano di Milano, come è stata? Come sono articolate le sue mostre?

«La mostra svoltasi l’anno scorso presso la Casa Museo Boschi Di Stefano consisteva in una performance, ovvero un’esibizione con una delle mie opere dal titolo Icoglipto. Si tratta di una sorta di organo a mantice azionato dall’artista, che premendo sui pedali convoglia l’aria entro un complesso sistema di valvole e tubi, azionati dalla tastiera di una fisarmonica. L’aria è spinta nelle fistule che vanno ad azionare delle testine in terracotta sistemate su pilastri di legno. Ogni testa ha la forma di un animale e produce un suono diverso, l’intero meccanismo si ispira alle teorie di un medievista, Marius Schneider».

Cos’è il “Catalogo Ragionato delle Opere” che ha presentato il mese scorso? Non sembra essere un semplice catalogo di presentazione delle sue sculture.

«Il catalogo ragionato delle mie opere è nato dall’esigenza di documentare la mia ricerca sperimentale sulla scultura morfosonora, ormai decennale. È stato curato da Mauro Di Vito e contiene saggi di diversi autori che approfondiscono aspetti delle mie sculture, mettendoli in relazione con usi e pensiero di altre popolazioni (i vasi cinesi Xun, l’abitudine giapponese di ricongiungere con lacca dorata i frammenti di una ceramica rotta, il kintsugi, la filosofia dello spirito nell’arte di Pavel Florenskij, il Paradiso di Dante, ecc…). Si tratta di un libro d’artista, pubblicato in cento copie numerate, rilegato e decorato a mano da me, con l’antica tecnica della carta marmorizzata».

Ha mai realizzato mostre in Oltrepò?

«L’Oltrepò è la mia terra materna e il forte legame che ho con essa non è solo simbolico, ma anche materiale: infatti molta dell’argilla che uso per le mie sculture la raccolgo proprio in Oltrepò, dove un tempo le fornaci erano un importante cardine dell’economia nazionale. Ho partecipato a quattro mostre, di cui tre personali: all’associazione Culturale Costa del Rile a Retorbido, a Villa Racagni, a Torrazza Coste, al Castello Beccaria e al Centro Artistico Culturale Contardo Barbieri a Broni. Sto lavorando all’organizzazione di una quinta mostra, sulla quale però non posso anticipare ancora nulla».

Ultimamente si sente sempre più parlare di arte nella nostra zona, pensa che ci sia una specie di risveglio artistico in atto o che si tratti di rare eccezioni?

«L’Oltrepò è una terra che, culturalmente, soffre della magnetica vicinanza con Milano. Potrebbe essere in atto un risveglio dal punto di vista artistico, ma a mio avviso questa presa di coscienza è ancora esigua rispetto a quanto si potrebbe fare e andrebbe fatto. Vorrei ricordare che diversi paesi, grazie agli artisti, sono divenuti famosi e hanno beneficiato di un turismo colto e raffinato. Anche se in realtà il nostro territorio non è artisticamente ricco come la famigerata Toscana, almeno paesaggisticamente, non ha nulla da invidiare al Chianti, inoltre non soffre di invasioni turistiche di massa. Le poche emergenze d’interesse storico artistico giacciono nell’oblio e non sono per nulla valorizzate, si pensi alle Muse affrescate dal Bramantino nel Castello di Voghera: un capolavoro pressoché sconosciuto. Per questa ragione l’intervento dei privati, in alcuni casi, è fondamentale per la rinascita, penso ad esempio al caso virtuoso del Castello Beccaria a Montebello della Battaglia, che si configura come un cantiere di restauro d’eccellenza, nella zona.  Vi sono invece casi di degrado e semi abbandono come quello di Palazzo Nocca, a Barbianello: nell’Ottocento fu acquistato da un alchimista, parente del direttore dell’Orto Botanico di Pavia e amico di artisti come Tranquillo Cremona e Carlo Dossi, e fu trasformato in un Palazzo Signorile con un giardino romantico: parco all’inglese, grotte, lago e torri. Oggi, benché l’Università di Firenze abbia pubblicato una proposta di restauro, l’intero complesso, una vera e propria perla sia per il palazzo che per la storia dei giardini, giace quasi in uno stato di fatiscenza. L’attitudine nei confronti dell’arte in Oltrepò soffre sia di un mancato campanilismo, sia dell’incuria in cui spesso versano i pochi monumenti presenti sul territorio. Soprattutto nelle generazioni più giovani, che dovrebbero invece essere state educate all’amore per la propria terra, manca questo sentimento per la patria, ed è assai difficile che gli animi trovino una sensibilità per l’arte contemporanea, che, essendo ancora viva e parte di un contesto ben più dinamico rispetto a quello dei monumenti storici, è ancora più difficile da apprezzare».

Cosa ne pensa delle amministrazioni comunali dell’Oltrepò, pensa che si potrebbe fare di più per aiutare giovani e meno giovani artisti della nostra zona ad emergere? Pensa che manchi qualcosa?

«Il panorama degli eventi culturali in Oltrepò, soprattutto per ciò che riguarda la pittura e la scultura è abbastanza povero. Questo non dipende soltanto dalla mancanza di occasioni per gli artisti, ma anche e soprattutto dall’impermeabilità delle istituzioni a collaborare e mostrare apertura alle proposte degli artisti stessi. La crisi non aiuta. Le poche iniziative che si riescono a organizzare sono spesso comunicate male. Un vero peccato poiché la vicinanza con Milano potrebbe portare numerosi turisti. È necessario investire, ma i fondi sono sempre meno. Eppure non mancano le intelligenze e i tentativi di creare qualcosa che superi la sagra o la rievocazione. Da un altro punto di vista però il bello della provincia è il suo isolamento, il suo essere in ritardo, perché conserva più gelosamente le sue tradizioni. Forse si potrebbe fare in modo di concedere più spazi agli artisti, per esempio affidandogli vecchi edifici dismessi del nostro territorio, che poco a poco si potrebbero ristrutturare e trasformare in studi d’arte, laboratori fino a creare veri e propri sistemi di botteghe».

 

                               di Elisabetta Gallarati

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