Martedì, 20 Agosto 2019

VARZI - IL “RESISTENTE” DELLA MUSICA VARZESE: «MI PIACE RACCONTARE LE STORIE DEGLI ULTIMI»

Classe 1983, nato a Voghera e varzese per parte di madre, Camillo “Camo” Moroni è uno dei “resistenti” del panorama musicale indipendente oltrepadano. Ha iniziato come batterista negli Skavallo, poi dal 2007 è diventato voce e autore della band ska-punk-folk AshPipe. Da poco ha esordito con un nuovo progetto, “Bataquaerch”, che porta in scena racconti musicati della lotta partigiana in Valle Staffora.

Il minimo comune denominatore è sempre quello dell’impegno politico, perché, come racconta, «mi piace dare voce alle storie degli ultimi, dei più deboli».

Ha scelto di vivere e lavorare a Varzi «con orgoglio», ha scritto l’inno della squadra di calcio locale e rivendica come la sua terra non sia «solo per pifferi e fisarmoniche».

“Camo”, come si avvicinavano alla musica quelli della sua generazione?

«Sono cresciuto a pane e vinili fin dalla più tenera età. Alla sera mio padre mi faceva ascoltare un po’ di tutto. Di quel periodo ricordo in particolare i dischi dei Beatles e di Bruce Springsteen. Ho poi attraversato l’epoca delle musicassette e dei cd rimanendo folgorato dalla musica punk e ska».

A suonare quando ha iniziato?

«Sullo strumento ci sono arrivato un po’ tardi, a 17 anni. Ho iniziato suonando la batteria negli Skavallo. Ora mi sono dato al canto e negli anni ho imparato a suonare la chitarra diventando compositore della maggior parte delle musiche e dei testi degli Ashpipe e dei Bataquaerch. Mi è poi capitato di scrivere l’inno ufficiale del Varzi Calcio, “Varzi Olè”, cosa di cui vado molto fiero».

Quando è nato il progetto AshPipe?

«Con gli Ashpipe ci siamo formati nell’estate del 2007. L’idea venne a Jarno e Fabio che mi contattarono perché gli serviva un batterista. Di suonare la batteria però non ne avevo più voglia e così chiamammo Marco Binda alle pelli. Io mi misi a cantare con Fabio, Jarno al basso e David alla chitarra. Da lì partì un po’ tutto perché poco dopo pubblicammo il nostro primo disco».

Quanti ne avete registarti ad oggi?

«Abbiamo all’attivo 3 Lp e 1 Ep. Il primo disco “Waiting for wave”, uscì nel 2008 interamente autoprodotto per poi essere ristampato in Germania da una piccola etichetta tedesca con nome italiano: la “Diffidati Records”. Poi pubblicammo nel 2011 “Born Bad” per l’italiana Kob Records e la tedesca Mad Butcher. Nel 2013 l’ep, dal titolo lunghissimo: “Too Much Focused About the Current Political and Economical Situation So Let’s Talk About Ironic and Thoughtful Matters” sempre per Kob e Mad Butcher. Fino ad arrivare al 2015 con l’ultima nostra fatica che è “Ancorati”, uscito per IndieBox. Siamo poi presenti su numerose compilation».

Il vostro genere mescola ska, punk e folk. Sulla vostra pagina facebook dichiarate di fare “musica antifascista”. Qual è per voi la connessione tra musica e politica?

«La musica è un potentissimo mezzo di comunicazione e spesso e volentieri ha dato voce agli ultimi e alle fasce della popolazione più deboli. è uno strumento che permette di sensibilizzare, di far sognare interi popoli e generazioni e contribuisce ad alimentare il dibattito su grandi temi come: l’ingiustizia sociale, la lotte alle disuguaglianze, l’amore e la resistenza. Le radici del genere blues sono da ricercare tra i canti delle comunità di schiavi afroamericane.  Il punk in Europa nasce da un conflitto sociale, un atto di ribellione. La musica reggae è diventata patrimonio dell’Unesco proprio per le ragioni che dicevo prima. La connessione tra politica e musica c’è sempre stata, poi possiamo discutere se un’artista o una band vuole farla in maniera più o meno esplicita. Ma quelle sono poi scelte di ognuno».

Avete suonato spesso in Germania. Com’è la scena là e in che modo si differenzia da quella locale oltrepadana?

 «In Germania c’è fermento. Tutte le band europee vorrebbero suonare in Germania, gli Americani stessi, nei loro tour, non saltano mai la Germania. è l’approccio che è diverso. Innanzitutto la parola meritocrazia è una parola piena e la musica è presente nell’agenda di un paese che la considera come un’espressione culturale irrinunciabile.

Il pubblico tedesco esce alla sera per gustarsi tutte le band in cartellone, non solo l’ultima, quella diciamo sulla carta “di più impatto”. A fine concerto vendiamo dischi, non magliette come ci capita in Italia. Accade quindi che la “casalinga di Bielefeld” abbia una cultura musicale maggiore della “casalinga di Voghera”».

Italia e Germania sono state tristemente accomunate dai regimi nazifascisti. Come è vissuto l’antifascismo (in musica) dal pubblico tedesco?

«Credo che in Germania sia stato fatto prima un lavoro di presa di coscienza su quello che è stato il nazismo e la Seconda Guerra Mondiale. Quindi oggi l’antifascismo in musica è vissuto bene dal pubblico tedesco, con passione. C’è grande attenzione per le band italiane che trattano questi temi e per i loro testi. Faccio un esempio: molto spesso chiudiamo i nostri concerti con “Bella Ciao” perché il pubblico impazzisce cantandola assieme a noi in Italiano. Questa cosa l’abbiamo riscontrata anche in altri paesi in giro per l’Europa dove ci è capitato di suonare: Svizzera, Repubblica Ceca, Polonia, Finlandia, Croazia, etc, etc, etc. Si percepisce che all’estero Bella Ciao venga recepita in maniera corretta, come canto della libertà. In Italia purtroppo è etichettata come canzone “dei comunisti”, relegata nella nicchia, dimostrando che non abbiamo ancora capito il vero significato della parola antifascismo. Peccato».

Parliamo del suo nuovo progetto, i “Bataquaerch”. Anche questo è connotato politicamente, dato che avete registrato un disco di canzoni ispirate ai racconti della Resistenza. Come è nata l’idea?

«Ricordo da ragazzino le storie che mi raccontava Luigi “Gigi” Boveri, orafo di Varzi, sulla Resistenza. Il suo modo di raccontarle semplice ma al tempo stesso appassionato fecero molta presa sul sottoscritto. Erano tutti racconti legati al nostro territorio, al nostro Oltrepò e all’Alta Valle Staffora. L’idea è quindi nata allo scopo di salvare quei racconti e di dar modo ad altri bambini e non di approcciarsi alla nostra storia in modo diverso: con i testi, le musiche dei Bataquaerch e le illustrazione presenti nel libretto a cura di Andrea Franzosi».

Perché il nome “Bataquaerch”?

«Il tutto è nato al Castello di Oramala. Ogni anno suoniamo in occasione della festa “Aspettando la Liberazione”. Carlo Schiavi, che è uno degli organizzatori, per presentarci invece che dire:”Ecco a voi gli Ashpipe”, soleva dire “Ecco a voi i Bataquaerch”. Diciamo che gli veniva più facile. Da qual momento mi sono ripromesso che se mai un domani avessi creato un nuovo progetto lo avrei chiamato Bataquerch, e così è stato. Bataquerch è un’espressione dialettale che vuol dire letteralmente “battitori di coperchi”».

Che giudizio esprime sulla scena musicale d’Oltrepò?

«In Oltrepò la scena musicale ristagna. Dopo l’epopea del Thunder Road il tempo si è fermato. Non esistono spazi, locali e luoghi dedicati alla musica. Solo piccole “riserve” dove noi musicisti ogni tanto ci troviamo. In più mi sono imbattuto spesso e volentieri in gestori e impresari locali certi di conoscere i gusti musicali della gente senza la voglia di andare oltre la solita proposta fatta di cover band e piano bar. Manca cultura, intraprendenza, voglia di rompere i soliti schemi.

Recentemente abbiamo suonato alla “sensia” di Schwabisch Gmund, vicino a Stoccarda. Questa cittadina può contare su circa 60mila abitanti, un po’ come Vigevano. Ebbene c’erano 5 palchi, in 5 piazze diverse e si suonava musica dal vivo di ogni tipo con band locali e estere. Nessuna delle 5 piazze era vuota. Il loro coraggio è stato premiato».

A Varzi esistono diversi gruppi musicali oltre a voi che suonano o hanno suonato regolarmente in giro per l’Italia e l’Europa. Una ricchezza di cui però il territorio non sembra andare fiero tanto che quasi mai vi si vede esibirvi nel vostro paese natio o nei dintorni. La Valle Staffora è dunque solo terra da pifferi e fisarmoniche?

«No non siamo un territorio solo di pifferi e fisarmoniche. L’Oltrepò però è una terra di confine, di contaminazioni ed è un territorio che ha sfornato e ha ottime band che vengono valorizzate all’estero. Penso ai Retarded nel punk rock, i Radio Days nel power pop, i Doctor Cyclops nel rock di matrice seventies, i Mandolin’ Brothers per il blues/country e i The Legendary Kid Combo per il rockabilly. Nemo profeta in patria?»

Un paese da 3.000 anime senza neppure un bar che faccia musica dal vivo, neanche di tanto in tanto. Avete mai pensato di organizzare qualcosa voi del posto?

«L’associazione “A tutta Varzi” assieme ad “Arte Musica” avevano creato il “Meridiana Music Fest”. Per due anni (2014 e 2015) si è cercato di aprire una finestra sulla musica indipendente a Varzi portando nomi come i Giuradei e il vogherese Massaroni Pianoforti.

Suonammo anche noi come Ashpipe e la risposta del pubblico fu molto buona. Serve però continuità ma soprattutto la musica deve ritornare ad essere un tema centrale per fare cultura ed abbattere barriere e, al tempo stesso, rappresentare un’alternativa per giovani del territorio».

  di Christian Draghi

agierre-marzo TecnoSerramenti-copia studio-medico-tagliani panificio-santa-maria-AGOSTO-copia

  1. Primo piano
  2. Popolari