Mercoledì, 17 Luglio 2019

OLTREPÒ PAVESE – BRONI – VOGHERA - LA CUCINA STELLATA NEL NUOVO ROMANZO DI MATTEO COLOMBO

‘’Magari disturbiamo’’ è stato il titolo del primo dei suoi corsi di scrittura creativa, che ormai da alcuni anni si svolgono in varie località dell’Oltrepò Pavese. In questa massima sta la cifra di un uomo abituato a entrare con garbo, con passo gentile, nelle case dei suoi lettori. Che lo leggono da molti anni sulle pagine del Popolo, il glorioso settimanale della Diocesi di Tortona, di cui è redattore. Che lo hanno apprezzato nei numerosi racconti editi fin dalla più giovane età. Racconti ambientati spesso nei territori che lo hanno visto crescere e farsi conoscere; racconti premiati in più occasioni, come nel 2002, quando vinse il concorso ‘’Un mercoledì da Italiani’’ lanciato da Beppe Severgnini; o come nel 2013, quando a premiarlo fu il laboratorio ‘’Io scrivo’’ promosso dal Corriere. Quella volta il racconto fu pubblicato e distribuito a livello nazionale, in allegato al quotidiano. Il titolo era proprio ‘’Magari disturbiamo’’. Da qui anche il titolo dei suoi corsi.

Dal 2017 è conduttore di un programma su Radio PNR: Bauci. Bauci è una delle città invisibili di Italo Calvino, costruita su altissime palafitte. Da lassù, da una posizione panoramica e giustamente isolata dal tran tran della vita quotidiana, il ‘’Mago’’ (così lo chiamano gli amici più cari) si è messo a osservare la realtà del mondo contemporaneo, con particolare attenzione alle problematiche locali. Con ospiti illustri, puntata dopo puntata; da Roberto Vecchioni ad Aldo Cazzullo.

Non giova ora ricordare tutto il corposo curriculum; peraltro già citato in buona parte nell’intervista rilasciata proprio a questo giornale nel novembre 2017. È tempo, infatti, di guardare a nuovi orizzonti.

Esce infatti proprio in questi giorni, per Unicopli, il suo primo romanzo, un giallo: Q.B.

Se non abbiamo ancora vergato in questa introduzione il nome di Matteo Colombo è perché pensiamo che nel parlare di una novità letteraria sia importante, prima di tutto, delineare il campo in cui ci si sta avventurando. Presentare lo scrittore in questo modo, attraverso le sue esperienze, crea aspettative – in questo caso aspettative giustificate. E serve un po’ a raccontare cosa abbia fatto, il nostro, negli ultimi otto anni: tale è il periodo che ha richiesto la definizione del romanzo. Un testo ricco: direi: ipercalorico, che è stato sminuzzato, ingollato, masticato, digerito, ed è ora trasformato in scorte di energia, cui il lettore potrà attingere durante questa estate.

Q.B. è un romanzo che contiene molto del Colombo lettore. Ci sono tutti i suoi riferimenti, puri e chiari, che sono gli stessi di un Baricco che non vuole sconfinare nel barocco. C’è una commistione di generi letterari, un ritmo cantato con perizia, con timbro educato, sicuro.

Non dimentichiamo che Matteo Colombo è uno scrittore del nostro territorio. Nato a Cervesina, vissuto a Voghera, trapiantato a Broni. All’Oltrepò, alla sua storia e alle sue bellezze, ha dedicato diverse monografie. Si potranno forse scorgere anche nel nuovo romanzo alcuni dei tratti che fanno di questo territorio il luogo che amiamo e nel quale abbiamo scelto di vivere. Ma questo lo chiediamo all’autore.

Perché pubblicarlo proprio ora?

«È stata una gestazione molto lunga. Arriva in libreria proprio ora perché ogni storia ha il suo momento. L’ho scritta, l’ho lasciata, poi l’ho ripresa... Guardando a ritroso, è stato un percorso con un proprio senso. Il romanzo arriva ad avere la voce che ha oggi attraverso un lavoro di continua cancellazione, di modifica, di ritocco. Questo perché se ha un senso ancora oggi scrivere narrativa, tale senso sta, per quello che mi riguarda, nel restituire alla parola il suo significato compiuto.»

Un bell’impegno.

«Non so se ce l’ho fatta, ma nelle mie intenzioni era, per quanto possibile con il mio stile e anche con il mio registro linguistico, andare al nocciolo della parola. Gadda diceva – come ricordo durante i miei corsi – che bisogna riuscire a nominare le cose. Questo spiega un po’ anche il fatto che il romanzo sia stato lì tanto: è il risultato di un percorso.»

Vogliamo parlare della trama?

«Siamo nel mondo dell’alta cucina, in un ristorante stellato, gestito dallo chef del momento: Quinto Botero. Q.B., il titolo del romanzo, significa ‘’quanto basta’’, ma sono quindi anche le iniziali del protagonista. In questo suo ristorante, che si chiama ‘’Beckett’’, arriva a un certo punto un giovane apprendista, Tony, che aveva vinto un concorso come miglior cuoco esordiente. Il premio di questo concorso era proprio la possibilità di andare ad imparare nella cucina di Botero. Tony viene da Sorrento.»

Il ristorante, invece, dov’è situato?

«Il ristorante di Botero è in una zona non precisata, ma può essere benissimo immaginato qui da noi, in Oltrepò, in pianura. Non a caso c’è la presenza continua della nebbia: tutto il romanzo, che si svolge in due mesi – novembre e dicembre del 2011 – è avvolto dalla nebbia. Botero fa in tempo a conoscere per qualche giorno questo ragazzo. Che però viene ucciso. Ucciso nella cella frigorifera di Botero.»

Botero come reagisce?

«Botero, con la sua sicurezza, la sua fama, anche la sua leggenda, viene intaccato nelle sue certezze da questo evento sconvolgente. Le indagini vengono seguite da un commissario, Stoppani, che veste soltanto in loden; tant’è che dopo un po’ tutti i personaggi del racconto iniziano a chiamarlo ‘’il loden’’. Ma alla fine un ruolo fondamentale è svolto proprio da Botero, che è una persona con una gran testa. Anche la sua cucina è un’esperienza molto intellettuale. È un uomo dalla logica molto raffinata e questo si evince anche dai suoi piatti, molto elaborati. Questa logica sarà importante per risolvere anche altri misteri...»

Per quanto concerne l’ambientazione... i lettori potranno scorgere anche un po’ di Oltrepò?

«La nebbia è proprio quella densa che c’è dalle nostre parti. La nebbia di Cesare Angelini, la nebbia di Gianni Brera, che è un velo che sembra ovattare il mondo; un velo nel quale noi siamo abituati a muoverci. Dalla nebbia ho scoperto anche tante cose. Un po’ come la neve copre ogni cosa, e ti costringe a vedere la realtà con un altro sguardo, forse più profondo, più attento.»

Qualche anticipazione sulla tecnica narrativa?

«Il romanzo è costruito alternando dei capitoletti che si intitolano “Botero’’ e “Tony’’. In uno a raccontare è lo chef, nell’altro il giovane cuoco. Tony parla da morto, però. Questo consente di leggere la stessa scena da due punti di vista: chi la vive all’interno e chi la vive da fuori. Un piccolo gioco, che può essere anche divertente per il lettore.»

Perché un giallo?

«Diciamo che non sono uno di quelli che legge solo gialli. Però, per un certo periodo, ne ho letti parecchi. Agatha Christie ne è la regina. Il suo capolavoro è ‘’Dieci piccoli indiani’’: lì c’è tutto. Il giallo ti permette di andare a ritroso nella vita di una persona. Si parte dalla fine, dalla morte, e si recupera tutto. È un procedimento al contrario quindi, che mi interessava molto perché ti può dare suggerimenti nel tuo percorso di conoscenza - anche di te stesso, in un certo senso. Il giallo ti dà modo di entrare nella psicologia delle persone.»

C’è stata una ricerca, per ambientare il romanzo in un mondo così particolare?

«Quasi tutti i piatti, tutte le ricette citate all’interno del romanzo, sono citazioni di quelli presenti nei gialli di Agatha Christie. Poi, naturalmente, a me piace molto frequentare buoni ristoranti, e mi piace osservarli. Sono una buona forchetta, ecco. Penso però anche che cucinare sia un momento importante. In Italia gli affari si fanno a tavola, e poi la cucina offre anche bei momenti per trovarsi in compagnia.»

Che chef è Quinto Botero?

«Botero sceglie gli ingredienti con molta cura, ha una maniacalità nella scelta dei particolari, degli ingredienti, ma anche delle tovaglie. Addirittura c’è un artigiano, un personaggio molto divertente del romanzo, che soffia e produce dei bicchieri solo per il suo ristorante. Sono bicchieri particolari: se tu batti il vetro con l’unghia senti un suono che non esiste in natura.»

Per quale profilo di lettore è immaginata questa storia?

«Questo è anche un giallo, è anche un noir, ma c’è molto di più. La spy-story a volte lascia spazio a riflessioni a tutto campo sul mondo, sulle emozioni, sulla vita. Insomma, il genere è quello, e l’ho scelto per raccontare la storia che avevo in mente. Ma c’è anche tanto di più, quindi penso possa piacere a chi è appassionato di gialli, a chi è appassionato di cucina, ma anche a molti altri. Si può leggere a vari livelli.»

Sono in programma presentazioni al pubblico?

«Diverse date già definite in Oltrepò, tra Voghera, Broni,  Cervesina e Rivanazzano Terme, poi una a Milano, con gli altri autori della collana, e andremo anche oltre i confini regionali.»

A proposito della collana: il libro è edito da Unicopli, editore che può contare su una distribuzione a livello nazionale...

«Si tratta di una nuova collana, ‘’La porta dei demoni’’, il curatore è Flavio Santi, traduttore e scrittore Mondadori, per me uno dei più interessanti. È lui che ha scelto il mio romanzo, e ne sono stato contento.»

di Pier Luigi Feltri

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