Martedì, 23 Luglio 2019

OLTREPÒ PAVESE - “ÂL MENABÖ”, IL CONDUTTORE DI BUOI

I tempi grami tra le due guerre oltre a fame e miseria, poco offrivano a uomini e donne disposti a qualsiasi sacrificio pur di rimediare pochi denari o un pezzo di pane per la famiglia spesso numerosa. Il personaggio di cui parleremo, “âl menabö” svolgeva certo uno dei lavori più umili, appannaggio di gente al limite del vagabondaggio, spesso senza arte ne parte ed a volte ultimo ripiego dopo fallimenti commerciali. Il detto “u sè vansà dä fä é menabö” stava ad indicare chi dopo aver provato di tutto, finiva per fare il conduttore di buoi o di altri animali che dovevano essere trasportati da una località ad un’altra. è bene ricordare che in quegli anni eroici i mezzi di trasporto più comuni, anzi gli unici per i contadini, erano i carretti trainati da buoi o cavalli e i proprii o gli altrui piedi, mezzi sicuramente più disponibili ed economici. Nel caso di trasporto delle merci, venivano usati carri per i materiali più pesanti trascinati da buoi lenti e robusti, carrozze o carretti per il trasporto di persone o merci di poco peso trainati da splendidi e nevrili cavalli.

Quando invece si dovevano trasferire gli animali stessi, bastava trovare qualcuno che li accudisse e li accompagnasse: questo era il lavoro dei menabö, letteralmente conduttore di buoi.

Erano tra loro molto diversi per verità, i migliori erano gli uomini di fiducia dei commercianti e dei macellai. Questi ultimi giravano mercati e stalle private nei piccoli paesi d’Oltrepò, contrattavano soprattutto bovini di ogni età, razza o condizione con un’unica costante: se possibile fregare il contadino. Se vendevano, magnificavano all’inverosimile la loro merce, anche se presentava difetti anche visibili, se invece acquistavano tendevano a spendere pochissimo, denigrando ai limiti della calunnia i poveri animali oggetto della trattativa. Spesso le animate e lunghissime contese terminavano con sonore battute di mano a conclusione di ‘contratti’ favoriti da maliziosi mediatori rotti a tutte le trovate e con dialettica degna di ben altri palcoscenici. Se la trattativa avveniva in cascina, il sacrificato era sicuramente un buon salame accompagnato dalla miglior bottiglia dell’annata, se di contro, i fatti si svolgevano al mercato, tradizionalmente terminavano con una colazione: un un piatto di trippa fumante con alcune bottiglie di vino; il tutto offerto dall’acquirente tra una chiacchierata, una risata ed una cantatina a mezza voce di buon augurio.

Il commerciante o il macellaio si congedavano garantendo che nel breve volgere di un paio di giorni, avrebbero inviato il menabö a prelevare gli animali che nel frattempo sarebbero rimasti in custodia presso il venditore che li tratteneva volentieri fino al saldo del prezzo pattuito. Si rivolgevano quindi a persone di loro fiducia per il servizio che doveva essere eseguito con le dovute avvertenze non potendo gli animali essere assoggettati a sforzi eccessivi, a camminate troppo veloci o peggio, essere sottoposti a sete o fame, se il ‘trasloco’ si protraeva nel tempo. Questi galantuomini si presentavano in cascina accolti da saluti e dall’immancabile bevutina benaugurante, prelevavano la merce e si mettevano in cammino seguiti dagli sguardi malinconici di uomini e donne che per i loro animali avevano allora un sentimento particolare,  legato spesso alla condivisione di immani fatiche, tribolazioni e quotidiane vicende. I bambini, vocianti e scalmanati, seguivano il piccolo corteo di uomini e animali fino all’uscita del paese, salutavano quindi prima l’uomo e poi gli animali ed infine tornavano alle loro occupazione o ai loro giochi interrotti. Il menabö adeguava i suoi comportamenti al tipo di animale affidatogli; sopravanzava le mucche tirando leggermente la corda che le legava al collo incitandole a seguirlo con voce suadente, con i buoi generalmente aggiogati o legati uno di fianco all’altro in posizione da lavoro, usava porsi lateralmente, incitarli con un lungo bastone - l’aghiö - rivolgendosi loro con voce ferma e stentorea. Mi è capitato di riflettere su ciò che abitualmente contadini e menabö dicevano alle loro bestie: ho concluso che per fortuna gli animali non ascoltavano gli uomini in caso contrario invece di procedere in modo rettilineo, il loro cammino sarebbe stato un balletto insensato. - Vé chì, và là - Questo gridavano in continuazione, senza indicare chiaramente dove dovevano andare i poveri e pazienti animali che fortunatamente, ben sapevano cosa fare e come farlo.

Quando la trattativa in fiera si concludeva, spesso gli acquirenti si rivolgevano a menabò meno affidabili ma più a buon mercato. Questi a volte, consegnavano gli animali sudati e stravolti dall’immane fatica causata dalla fretta dell’improvvisato menabò; in casi simili i pacifici contadini si infuriavano molto giungendo alle minacce fisiche od oltre in rare occasioni. Per questo motivo mio padre dovendo acquistare una mucca a Varzi e non volendola affidare a mani estranee, decise di portarmi al mercato, per avere un aiuto nel caso la bestia non lo volesse seguire. Avevo dieci anni, partimmo da Sant’Eusebio alle cinque del mattino e giungemmo a Varzi praticamente camminando in mezzo ai boschi: da Sant’Eusebio a Casa Grossi, da qui a Pratolungo, Molino Cassano, Oramala e finalmente Varzi. Non ricordo l’ora d’arrivo, ricordo solo che ero stravolto dalla fatica ma eccitatissimo dal vocìo del mercato. Gente che parlava, altri che gridavano, altri ancora che confabulavano a bassa voce in modo carbonaro, muggiti, nitriti e sonori e ripetuti ragli di asinelli irrequieti: mucche, vitelli da latte, buoi e manzi, asini, capre, pecore, cavalli e muli erano legati ad anelli o picchetti posti lungo i bordi della piazza, altri animali da cortile quali polli, tacchini, conigli, oche ed anatre, erano invece custoditi in grandi gabbie o piccoli recinti che impedivano loro la fuga.

Papà salutava colleghi agricoltori, commercianti e mediatori senza informarli della sua volontà di acquistare una manzetta di razza varzese. Dopo aver esaminato le bestie che lo interessavano, concluse che due avevano le caratteristiche richieste. Avvicinò il proprietario della prima, confabulò brevemente, chiese il prezzo della seconda e, dopo più di un’ora ed il rituale teatrino della compravendita assistito da un compaesano mediatore, “Vigìn”, concluse l’ acquisto dal primo contadino montanaro perché richiedeva un prezzo inferiore per un animale più bello e garantito. Erano ormai le dieci e trenta quando, prima di partire, papà decise di degustare un fumante piatto di trippa: invitò il mediatore e il montanaro che gli aveva ceduto la manza, entrammo in un locale buio e maleodorante, ci servirono quattro piatti di trippa, una bottiglia di vino ed una micca di pane sul nudo tavolino annerito dagli anni e dall’incuria, consumammo in fretta il piatto tradizionale e prima di mezzodì ci avviammo con la nostra manzetta sulla strada di casa. L’animale per il primo tratto anche di ripida salita scalpitava agile seguendo il passo di mio padre mentre io arrancavo gonfio di “büsäca”, così era detta la trippa, faticando a tenere il passo dei due.

Da Oramala a Cassano e Pratolungo, la strada sterrata in mezzo ai boschi era in piano o in discesa e la vacchetta pur rallentando sensibilmente il passo, seguiva mio padre senza miei interventi. Il bello iniziò alle prime rampe della salita verso Casa Grossi: l’animale prima rallentò vistosamente, quindi si fermò, non ascoltando più mio padre che con voce suadente la incitava a proseguire. Eravamo presso un ruscelletto e dopo aver abbeverato l’animale e fatta una breve sosta per riprendere fiato, mi fu consegnato un legnetto con il quale incitavo la povera bestia per farla avanzare. Per la verità non picchiavo l’animale ma, poggiando leggermente  il bastoncino sulla sua groppa, ottenevo l’effetto sperato.

Quando l’animale rallentava ed io mi distraevo, papà non so se rivolgendosi più a me o alla mucchetta, minacciava di fermarci la notte nel bosco per riposarci e proseguire il cammino l’indomani. Nel tardo pomeriggio giungemmo in vista del paese e l’animale quasi intendendolo, aveva ripreso a camminare pur di lento pede. La gente al nostro passaggio commentava brevemente le fattezze dell’animale e, guardandomi e sorridendo, chiedevano se mi ero ben comportato: papà rispondeva orgoglioso “l’è un bel menabö”! La sera cenando ripetè il complimento di cui io allora ero fierissimo, promettendomi  un ulteriore escursione all’occasione. Giunse con la vendita di due buoi al macellaio Risött - Rizzotti - di Godiasco. Avevo ormai dodici anni e durante le vacanze di Natale babbo mi chiese di ripetere l’esperienza di due anni prima, anche se con animali diversi. Partimmo un primo pomeriggio di dicembre con il sole che scaldava gli uomini e scioglieva la neve ai bordi della strada, gli animali aggiogati con una semplice cordicella, camminavano spediti al seguito di mio padre come avevano fatto per tre anni senza supporre la destinazione finale e la loro triste sorte. Fortunatamente non fu necessario nessun mio intervento e in un paio d’ore giungemmo a destinazione, lasciammo i buoi nella stalla del macellaio con papà che aveva gli occhi lucidi guardando per l’ultima volta i due fedeli compagni di lavoro per tanti anni; purtroppo il cambio era naturalmente imposto dall’età e dalla calante vigoria degli animali. Risött pagò papà, offrì una bibita ben accolta e, dopo i saluti di rito, imboccammo la via del ritorno con le ombre della sera che si allungavano viepiù sulla strada e nella campagna attorno. Camminammo spediti sulla strada inghiaiata che scricchiolava al nostro passaggio mentre il freddo con il buio, attanagliava uomini e cose, il respiro diveniva affannoso e le mani e i piedi si avviavano ad un rapido e doloroso congelamento. Papà rideva alle mie rimostranze continuando a ripetermi che stavamo per arrivare a casa, anche se eravamo ancora a metà strada. Finalmente avvistai il comignolo di casa, aumentai il passo sognando la stufa e una calda cenetta rinfrancante con tutta la famiglia che venne informata dei fatti e del mio puntuale svolgimento dell’incarico di menabö.

 di Giuliano Cereghini   

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