Mercoledì, 22 Maggio 2019

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - «LA CRISI È IRREVERSIBILE. I GIOVANI NON FANNO PIÙ LA SPESA NELLE BOTTEGHE»

L’avventura della famiglia Ceci, trasferitasi da Parma a Voghera nel 1969, coincide con un pezzo di storia delle botteghe alimentari in città. Il loro negozio, da tempo nell’elenco degli “Storici” lombardi, è al numero 37 di via Cavour, nel cuore di Voghera, dal 1973. Lo fanno andare avanti i fratelli Massimiliano e Danilo che hanno dato continuità al lavoro dei loro genitori. Quando i Ceci aprirono la serranda nel 1969 la bottega era ancora in piazza Duomo, nei locali che oggi ospitano il Bar Marino. Altri tempi, un’altra Voghera.

Nel ’73 si trasferirono in via Cavour, da dove non si sarebbero più mossi. Prima del loro arrivo tra quelle mura, nel retro, fin dal 1928 si producevano insaccati. Oggi i salumi non si producono più, ma si offrono quelli di nicchia, scelti con cura e perizia da intenditori. Prosciutti di Parma, Salami di Varzi DOP, coppe piacentine, Pecorino di Amatrice riserva e molto altro. Una girandola di sapori che raccontano il meglio della tradizione. Da qualche tempo, per resistere alla crisi, i fratelli Ceci hanno anche creato un marchio tutto loro, “Ceci – Gusto italiano”, per provare a rilanciarsi puntando su prodotti pregiati della gastronomia locale: conserve, confetture, mostarde, sott’oli, sott’aceti, e persino cioccolatini, pesche e fragole di Volpedo.

Non mancano né il recuperato peperone di Voghera, né la mostarda Barbieri, unico produttore rimasto in città. Mentre curiosiamo tra gli scaffali che hanno soddisfatto le esigenze di chissà quante  casalinghe di Voghera, ne entra una un po’ avanti con gli anni che ci garantisce che da Ceci abbiano «il prosciutto migliore che si possa trovare». Loro che sono di Parma d’altra parte devono pur intendersene. Dietro al bancone, a servirla, gli inossidabili Massimiliano e Danilo.

Com’era la Voghera in cui avete iniziato?

«Una città viva, bella, in cui si lavorava davvero molto. All’inizio, quando il negozio dei nostri genitori era ancora in piazza Duomo, eravamo in cinque a lavorare. Una vigilia di Natale tagliammo quattro forme di parmigiano reggiano ed entro sera erano state tutte vendute. Cose che pensate oggi appaiono davvero di un altro mondo».

Come mai secondo voi una differenza così abissale nella mole di lavoro rispetto al passato? è solo colpa dei centri commerciali?

«Sicuramente per il nostro settore, quello degli alimentari, la presenza sempre maggiore di centri commerciali ha creato i problemi più grossi, ma anche altri fattori concorrono: c’è la crisi economica che è generalizzata e le persone hanno un potere d’acquisto inferiore rispetto a una volta, per cui non possono permettersi di spendere  molto e questo è un fattore importante, perché chiaramente i prodotti in vendita nei piccoli negozi hanno qualità ma anche prezzi diversi da quelli del discount. C’è poi stato un cambiamento generazionale importante per il quale soffriamo».

Di giovani a fare la spesa da voi non ne vengono?

«Quasi mai. La nostra clientela è sempre stata composta da persone che cucinano e ricercano la qualità degli ingredienti. Oggi sempre meno persone cucinano a casa, vuoi per mancanza di tempo, voglia o altre ragioni. Quindi risulta più facile rifornirsi in un supermercato, in cui si va una volta alla settimana e stop. Sono cambiate le abitudini alimentari, una volta la casalinga veniva a comprarsi il pezzo di grana buono per fare gli agnolotti in casa, oggi questo non accade più».

Quindi anche la vostra clientela, come il negozio, è “storica”?

«Purtroppo sì, anche se i nostri clienti meriterebbero sicuramente la targhetta anche loro!».

Cosa ne pensate di una possibile legge che ripristinerebbe le chiusure domenicali?

«Crediamo che magari una piccola mano a noi potrebbe darla. Oggi, sapendo che comunque la domenica ci sono sempre i supermercati, tante persone che prima si rifornivano il sabato oppure il lunedì non vengono più.

Ma si tratta pur sempre di una concorrenza che non si potrà mai battere».

Non siete troppo ottimisti dunque. Credete che questo processo sia irreversibile?

«Temiamo di sì, almeno per come stanno andando le cose da un po’ di anni a questa parte».

Eppure vi siete inventati un vostro marchio che non è molto. Qual è il senso di questo progetto?

«Il senso è opporsi alla crisi. Ci siamo resi conto che non aveva più senso vendere prodotti su cui la concorrenza dei supermercati non era battibile, così abbiamo deciso di puntare soltanto sulla qualità. La filosofia è vendere meno ma ad alto livello e con standard qualitativi di eccellenza e ovviamente prezzi più alti. Dieci anni fa ci siamo resi conto che bisognava spingere ancora di più su questa strada e abbiamo deciso di personalizzarci ancora di più creando una linea di prodotti tutta nostra che valorizzasse anche le materie prime del territorio. L’abbiamo chiamata “Ceci – Gusto Italiano”».

Che cosa vendete?

«La prima creazione sono stati i “mostardini”, dei cioccolatini ripieni di mostarda, un abbinamento che nessuno aveva mai osato. Poi abbiamo lavorato il Peperone di Voghera, prima mettendolo sott’olio con tonno e acciughe, poi ne abbiamo ricavato anche una mostarda molto saporita caratterizzata dal suo classico gusto. Sempre restando sui prodotti locali uno degli ultimi nati è stata la mostarda con la pomella genovese, che ne rende un po’ più forte il gusto. La caratteristica fondamentale è che rispettiamo la stagionalità degli ingredienti. La produzione avviene una volta all’anno e va ad esaurimento scorta». 

di Christian Draghi

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