Lunedì, 14 Ottobre 2019

ROBECCO PAVESE - CASCINA SABBIONE : «È LA NOSTRA MICROFATTORIA POLIFUNZIONALE»

“Voglio andare a vivere in campagna” cantava Toto Cutugno. Magari non apprezzano questo artista, ma di sicuro Nicola Piccione e Alice Zanaboni amano l’Oltrepò. Al punto che da Legnano vi si spostano ogni weekend per lavorare nella microfattoria che hanno messo in piedi a Robecco Pavese, ricavandola dal recupero dei locali storici e ormai abbandonati della storica Cascina Sabbione. Dopo il restauro cominciato nel 2010 l’azienda agricola ha iniziato l’attività nel 2015, dapprima con la sola apicoltura, poi, dal 2018, con la produzione di ortaggi di prima qualità e il recupero di antiche coltivazioni locali come il Peperone di Voghera. Oggi Cascina Sabbione è una piccola azienda a conduzione famigliare che si concede anche il “lusso” di dare lavoro a un giovane migrante della Guinea Bissau, favorendo l’integrazione in un modo che è valso ai due proprietari l’onorificenza dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu. «In pratica l’Onu ci ha premiati perché con le api siamo riusciti a creare lavoro e solidarietà» spiega Nicola Piccione.

Partiamo da voi: come mai da Legnano in Oltrepò? Conoscevate già la zona per altri motivi?

Nicola: «La mia famiglia è da sempre molto legata all’Oltrepò, a Robecco Pavese in particolare. Un mio antenato, Luigi Gatti (nome molto diffuso in zona) è nato proprio a Robecco e da lì è partito per una lunga carriera in magistratura a cavallo tra ‘800 e ‘900, passando alla storia per aver celebrato il processo all’anarchico Gaetano Bresci, colpevole del regicidio di Umberto I il 29 luglio 1900. Da allora in poi il legame con Robecco è sempre stato molto vivo. Appena ne ho avuto la possibilità,  cioè nel 2010, ho voluto comprare qui una cascina storica, ormai abbandonata, proprio a Robecco: Cascina Sabbione».

Alice: «Io sono milanese da sempre, ma fin dalla prima uscita con Nicola mi sono innamorata di questo territorio. Immaginate che al mio primo arrivo al Sabbione mi sono trovata subito con la tuta da apicoltore  a recuperare una sciamatura. Io che non avevo mai visto un’arnia da vicino! Da bambina poi dicevo sempre che avrei sposato un contadino!»

Nicola, nella vita avete un altro lavoro e quello della cascina al momento è un “side-project”. Come è nata l’idea di crearla e a quale esigenza risponde?

«L’idea, o meglio il sogno, nasce da una forte passione personale per la campagna, non so dire da dove nasca, forse dal DNA famigliare forse dall’aver trascorso tante felici domeniche durante l’infanzia a Robecco, chissà».

Qual è la vostra filosofia aziendale?

«Stiamo creando una microfattoria multifunzionale, concetto che  si può riassumere in “piccolo è bello”, ovvero un modo di intendere l’agricoltura diverso dalla tradizionale agricoltura intensiva, per la quale si richiedono sempre più risorse e sempre maggiori investimenti, nella quale il reddito marginale è molto contenuto e il valore aggiunto risiede “a valle” nella catena distributiva. Cerchiamo di fare molte cose, in piccoli quantitativi, in modo da garantire la massima qualità, per poi vendere direttamente al consumatore finale. Abbiamo iniziato proprio producendo per le nostre famiglie e per i nostri amici. Dati i riscontri molto positivi, abbiamo deciso di fare il grande salto ed aprirci al mercato».

Quante persone lavorano al Sabbione?

«Diciamo che siamo in un po’ a contribuire a vario titolo a questo progetto: Alice ed io, “sfruttando” come assaggiatrice ufficiale la nostra piccola Anita, di due anni;  il nostro amico Ricki, infaticabile artigiano della qualità; Giovanni, custode delle tradizioni locali e soprattutto Mamudu, il vero motore propulsivo, ma di lui vorremmo parlarvi meglio».

Alice: «Non dimentichiamo Daniela che ci aiuta in tutto: dalla casa ai fornelli, da Anita alle rose, e non manca mai di darci buoni consigli».

Che cosa producete oggi?

«L’azienda agricola nasce nel 2015 con l’apicoltura ed è sempre il miele il nostro prodotto di punta. Siamo specializzati nei mieli tipici dell’Oltrepò: Acacia, Tiglio, Castagno e Millefiori primaverili ed estivi».

Quest’anno come sta andando?

«Ad oggi è il miele di erba medica a darci le migliori soddisfazioni. è un prodotto ancora poco noto sul mercato nazionale, ma è quello che meglio rappresenta la pianura dell’Oltrepò: ha un sapore fruttato, di media dolcezza, si presenta con un colore ambrato chiaro splendidamente cristallizzato a testimonianza della completa assenza di trattamenti termici. Dall’anno scorso, poi,  abbiamo iniziato alcuni esperimenti nell’orti-frutticoltura di qualità con prodotti di antiche cultivar legate al territorio. Prima fra tutti il mitico Peperone di Voghera, seguito da mele pomella, pere madernassa, uva muscatel, etc.».

Il Peperone di Voghera in particolare è un prodotto sul cui recupero si sta puntando parecchio. come sta andando l’operazione?

«C’è molto fermento intorno al PepeVò (come lo chiamano gli amici), l’Associazione di Tutela e Valorizzazione, presieduta da Andrea Olezza, giovane e brillante agricoltore di Corana, in collaborazione con Slow Food Oltrepò e con l’ITAS Gallini di Voghera sta facendo molto per la sua valorizzazione. Sono stati attivati studi per curarne la genetica e per valutarne le proprietà nutraceutiche con l’Università degli Studi di Pavia».

Alice: «Il nostro evento preferito è la Sagra del PepeVò di inizio settembre a Voghera! L’anno scorso è stata un successo con le degustazioni in piazza Duomo organizzata da Slow Food e dal Ristorante Selvatico di Rivanazzano. Il peperone è andato a ruba, già alle 13.00 avevamo esaurito tutte le scorte!».

Si può dire che ormai la richiesta di prodotti Bio sia molto elevata?

«Prima ancora che di prodotti bio, abbiamo riscontrato grande richiesta di “qualità”, di “sapori” e di “profumi”. Piace un prodotto “buono” al gusto, ma che sappia trasmettere anche dei valori etici e una storia».

Chi cerca di più questo prodotto?

«Per la nostra esperienza le giovani famiglie, soprattutto in città, sono molto attente alle produzioni di qualità e ciò fa ben sperare per il futuro dell’agricoltura».

Alice, allevate anche animali di vario tipo: intendete commercializzare anche carni oppure hanno un’altra funzione?

«Al momento le capre Sara & Giusy, le oche Paolona & Barbarona e alcuni avicoli ornamentali tra cui la simpatica Gertrude e l’affettuoso gallo Mirko hanno un valore affettivo. Molti sono nati al Sabbione (ricordo l’ochetta Piercarisia) e vivono quanto più possibile liberi. E’ appassionante avere un’aia animata, meglio di qualsiasi social network. Le nostre amiche galline producono anche delle uova buonissime. Credo siano il nostro prodotto di maggior  successo! Nell’ottica di una fattoria multifunzionale ha sicuramente senso commercializzare anche piccoli quantitativi di carni, ma per questo non siamo ancora pronti. Dobbiamo ancora studiare e prepararci...siamo “giovani”».

Recentemente siete stati premiati  dall’ Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) per l’ impegno umanitario messo in campo con il vostro progetto agricolo e solidale. Com’è arrivata l’assunzione di Mamudu?

«L’ONU ha voluto premiare l’idea che poche famiglie di api potessero fare tanto per chi più ha bisogno. A Mamudu, fuggito giovanissimo dalla Guinea Bissau in guerra, siamo riusciti ad offrire un alloggio e un posto di lavoro stabile grazie soprattutto alla futura produzione delle api!

L’iniziativa è nata grazie al progetto Bee my Job, promosso dall’associazione Cambalache di Alessandria, nel quale i migranti partecipano ad un articolato percorso formativo (cittadinanza, lingua italiana, apicoltura ed agricoltura biologica). Ci siamo offerti per dar vita ad un tirocinio formativo che è poi sfociato naturalmente in un’assunzione. E’ un’esperienza che ci sentiamo di consigliare ad altri imprenditori agricoli. Crediamo che proprio questo sia il compito etico e sociale dell’imprenditore».

Che idea vi siete fatti di questo territorio voi che lo vivete da “esterni”?

«Qui corriamo il rischio di essere banali: è un territorio dalle grandi potenzialità non ancora espresse. Ma crediamo venga detto dai tempi del console Marcello (ride)! è inutile nascondere le difficoltà: infrastrutture e strade non sempre all’altezza, una rete di sostegno alle nuove iniziative piuttosto limitata e una certa fatica nel fare “distretto” collaborando allo sviluppo.

Tuttavia nella nostra piccola esperienza stiamo beneficiando di alcune collaborazioni molto proficue. Penso ad esempio al supporto di Slow Food Oltrepò (il prof Teresio Nardi è fonte inesauribile di consigli e contatti), all’associazione del Peperone di Voghera, ad Apilombardia, etc.

Ci piacerebbe ci fosse più sensibilità ambientale da parte dei Comuni e della Regione. Pensiamo al consumo di suolo, alla manutenzione dei corsi d’acqua, all’invasione delle nutrie, una vera piaga per chi come noi ha i campi in prossimità dei corsi d’acqua. Ma qui i temi diventano troppi e molto complessi».

In soldoni, viverci e lavorarci è facile?

«Più che facile è bellissimo! Rientrare alla sera dalla città e godere dei nostri panorami e dell’aria aperta, ripaga di qualsiasi fatica! In realtà da noi in pianura è piuttosto facile vivere. Pur essendo aperta campagna abbiamo tutti i servizi vicini e in meno di un’ora arriviamo a Milano (dove lavoriamo entrambi) anche con i mezzi pubblici.

Ci sentiamo dei grandi sponsor dell’Oltrepò e partecipiamo volentieri a più manifestazioni possibile cercando di coinvolgere amici e clienti!».

di Christian Draghi

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