Martedì, 16 Luglio 2019

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - «POCA PASSIONE PER I LIVE, SONO TEMPI DURI PER LE BAND»

La sua voce e le sue performance da showman infiammano i locali d’Oltrepò da oltre 25 anni. Quella di Giovanni “Giò” Fascella è la storia di un cantante rock e di una delle cover band più longeve e amate nel panorama oltrepadano: i Censura. Attivi dal 1994, hanno vissuto gli anni d’oro della musica live e oggi, pur di fronte al progressivo declino di questa forma di intrattenimento continuano a “scalciare” giù dal palco sconforto ed energie negative. I Censura sono la  creatura con cui viene più naturale, per chi è cresciuto dalle parti di Voghera, identificare Giò Fascella. Sono centinaia i ragazzi che hanno ballato sui tavoli del “Ranch” al ritmo dettato dalla batteria di Cristiano Giovanetti e dal basso di Paolo Foti per esaltarsi agli assoli di chitarra di Igor Nembrini. Tuttavia, la storia di Giò affonda le radici ben più in là nel passato.

Il ragazzino nato a Palermo nel 1970 e trasferitosi a Voghera nel 1973 era timido, e non avrebbe mai immaginato di finire a fare il frontman. La sua prima esperienza musicale non è stata neppure da cantante, bensì da batterista.

Giò, qual è il suo primo ricordo legato alla musica?

«Credo sia un disco di Bennato o di Pino Daniele. Ero legato a quel tipo di cantautorato, quando ero bambino la mia passione è nata così. Avevo una predisposizione innata e un certo orecchio che mi permetteva di cantare».

Eppure non è stato attraverso il canto che si è avvicinato alla musica suonata. Il suo primo live è stato da batterista, è corretto?

«Sì, avevo 16 anni. Non me la sentivo di cantare, ero timido e non avevo la vena del frontman. Imparai a suonare la batteria da autodidatta grazie all’amico Sergio Gatti, che mi permetteva di esercitarmi nella sua sala prove. Mi sentivo più a mio agio in quella dimensione allora».

Poi che cosa è accaduto?

«Sempre in quel periodo ho iniziato a strimpellare anche la chitarra e a cantare in un inglese piuttosto maccheronico, però un amico mi disse che secondo lui avrei dovuto provare a cantare. Mi lasciai convincere e provai. Era la fine degli anni 80».

Ed è così che capì qual era il suo vero posto sul palco. Che musica le piaceva all’epoca?

«Ero sotto con il rock. AC/DC, soprattutto nel periodo con Bon Scott, poi Led Zeppelin, Deep Purple, Van Halen. Poi è arrivato il grunge, quindi Screaming Trees, Alice in Chains, Pearl Jam e compagnia bella. Con tutta quella energia in corpo sentivo di dover mettere su una rock band mia».

Era ancora presto per i Censura. Quale fu la sua prima formazione?

«Eravamo io al basso e alla voce, Sergio Gatti alla batteria e Massima Cinefra alla chitarra. Ci chiamavamo “Fratelli Turone”».

Perché “Turone”?

«Perché il mondo era un buco e noi dovevamo “turarlo”! Più uno gioco tra di noi che altro».

Suonavate spesso?

«Nel circondario, per lo più cover, ma nel ’90 arrivammo in finale al concorso Pavia Rock con il nostro inedito “Big Head”. Lo registrammo alla Phantom di Tortona, fummo uno degli ultimi gruppi a registrare in quel mitico studio che di lì a poco chiuse i battenti».

Quanto andò avanti l’esperienza “Turone”?

«Dall’87 al 90, poi passai nei Rube ‘n Soda e da lì agli Zest, con i fratelli Giardina e Lallo Tanzi alla batteria. Quella fu la prima cover rock band “seria” con cui iniziai a girare i locali e andò avanti fino al ’94, anno in cui misi insieme la primissima formazione dei Censura».

Non era la stessa che poi è diventata in qualche modo “classica”?

«No, la prima line up, che suonò per un paio d’anni, fino al ’96, era composta da Fulvio Tartara al basso, Giorgio Bei alla chitarra, Lallo Tanzi alla batteria e Igor Cantarini alle tastiere. Dopodiché nacque la formazione “classica” di Censura, che è arrivata fino ad oggi».

All’epoca si lavorava molto con la musica?

«Decisamente più di adesso. Facevamo quasi tutti i weekend, 7-8 concerti al mese, i locali erano pieni e si veniva pagati decisamente meglio, anche perché con le lire all’epoca il potere d’acquisto era più alto».

Faceva solo musica a quel tempo?

«No, ho sempre affiancato un lavoro all’attività musicale, al tempo un part time come commesso in un negozio di mobili».

Con i Censura siete passati alla storia come cover rock band, ma avete anche tentato la fortuna con degli inediti. Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Fu una scelta che portammo avanti nel 2008: dopo molti anni insieme avevamo composto diversi pezzi originali e avevamo voglia di registrarli. Nacque l’ep “Ancon Effect”, che conteneva il singolo “Vuoto d’Aria”. Un rock ballabile con testi in italiano».

Eppure l’esperienza non ebbe seguito. Cosa andò storto?

«Arrivammo a un punto in cui, per provare ad avere riscontri importanti, servivano investimenti promozionali e nessuno di noi aveva abbastanza soldi da investire. Dal punto di vista musicale forse ci mancò un po’ di originalità, ma quello fu l’ostacolo principale. Resta un video professionale che girammo e lanciammo su youtube. Per chi volesse vederlo è ancora lì. Basta digitare Censura e Vuoto D’Aria».

Oltre a quella con i Censura ebbe altre esperienze musicali. La sua voce fu prestata anche al film del cartone animato Pokemon 3. Come nacque quell’esperienza?

«Entrai nel mondo delle sigle grazie al maestro Enzo Draghi, che mi stimava e mi aveva proposto in quell’occasione per cantare una sigla importante. Era il 2002».

Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Era il 2002, registrammo tutto nello studio privato di Enzo Draghi a Voghera ed ero molto a mio agio anche se non avevo mai affrontato quel tipo di musica. Poi però la casa di produzione, la Universal, volle che ri-registrassimo tutto nel loro studio a Milano. Fu traumatico. Non avevo mai avuto esperienze in uno studio professionale e l’emozione creò non pochi problemi. Poi, con l’aiuto e lo sprone di Enzo riuscimmo a portarla a casa, ma che sudata!».

Un’altra esperienza la ebbe in un musical, “I Dieci Comandamenti”. Una produzione internazionale, che aveva nel cast anche la figlia di Zucchero, Irene Fornaciari. Come entrò in quella situazione?

«Fu un amico a propormi, perché conosceva chi faceva casting e mi propose di tentare perché cercavano ancora qualcuno che interpretasse il faraone Sethi. Mi presero soprattutto per la mia fisionomia. In realtà non ebbi alcuna gloria a livello canoro perché il mio era l’unico ruolo muto di tutto il cast! Facevo l’attore e stop, ma calcammo palchi ovunque in Italia ed Europa, finimmo in tv a Striscia la Notizia e Buona Domenica».

Poi come finì?

«Andò avanti 6 mesi, poi finì che, nonostante i grossi piani per fare una tournée mondiale, venne fuori che la produzione non riusciva più a sostenere i costi troppo elevati e così tornammo a casa».

Con i Censura siete ancora molto attivi?

«Diciamo che facciamo una media di una data al mese, più un divertimento che altro. I tempi sono cambiati».

Com’è la scena musicale oltrepadana oggi?

«Deprimente direi. La mentalità della gente, dei gestori, il modo di fare musica sono cambiati. Non c’è più passione per il live, i tempi per le rock band sono durissimi, le possibilità sono pochissime e le paghe sempre più basse».

Come mai secondo lei?

«Non c’è più cognizione musicale, ai giovani certa musica non interessa più. Il nostro pubblico è praticamente tutto over 30».

Non c’è nessuno quindi che può raccogliere il vostro testimone?

«Non credo che i Censura potranno avere eredi. A prescindere dai tempi, siamo unici».

di Christian Draghi

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