Martedì, 21 Maggio 2019

OLTREPÒ PAVESE - CÄRVÀ O CÄRNUÀL, LA TRADIZIONE VOLEVA CHE TUTTI, RICCHI O POVERI, A CARNEVALE MANGIASSERO RAVIOLI IN QUANTITÀ ...I racconti di Giuliano Cereghini

Tra Febbraio e Marzo di ogni anno, si festeggiava la prima festività laica dell’anno, carnevale – cärvà o cärnuàl– che anticipava una festività religiosa, le Sante Ceneri inizio della quaresima. Il mio amato mondo contadino del primo dopoguerra, usciva da un periodo di semi letargo invernale e si preparava ad  affrontare i pesanti lavori previsti nel periodo che va dalla tarda primavera all’estate.

In inverno i contadini rallentavano le attività spesso impedite dalle abbondanti nevicate che ricoprivano l’Oltrepò da novembre a marzo; alcuni lavori quali la cura del bestiame era costante durante tutto l’anno, altri ancora quali la potatura delle viti, l’abbattimento degli alberi per legname da ardere nella stufa o nei capaci camini, alcuni piccoli lavori di artigianato quali ceste, scope, rastrelli, forconi e zappe, erano riservate a quel periodo di cosiddetto riposo.

Carnevale rappresentava spesso lo spartiacque tra il periodo tranquillo e la frenesia lavorativa del resto dell’anno, era la prima festa dopo il periodo natalizio e gli animi, ben riposati, cercavano motivi di distrazione e di divertimento. Per la verità tra Natale e carnevale, una festività molto sentita dal popolo contadino era il diciassette di gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e molto invocato per la salute degli stessi allora determinanti per la scarna economia contadina; ogni stalla esibiva con gli animali, una piccola nicchia con la statua del santo che veniva benedetta dal Parroco in quei giorni in visita presso tutti i rustici del paese.

La tradizione voleva che il giorno di Sant’Antonio in ogni casa fossero bollite delle castagne secche in acqua o latte e zucchero da consumarsi in famiglia e da offrire agli amici. Carnevale giungeva quindi come una benedizione per quella gente che  preparava festeggiamenti adeguati alla ricorrenza. Settimane prima si accordavano suonatori liberi per i tre o quattro giorni  di festeggiamento di quell’anno.

Liberi dovevano effettivamente esserlo perché, di fatto, vivevano giorno e notte nel paese per le diverse fasi dei festeggiamenti. Come solito festeggiare significava mangiare, bere, ballare ma carnevale significava anche, recarsi presso ogni singola casa del paese, suonare, cantare e fare festa presso ogni famiglia. Nei calendari il giorno delle Sante Ceneri è sempre di mercoledì: i festeggiamenti di carnevale iniziavano la domenica prima, proseguivano nella giornata di lunedì e martedì per concludersi la domenica dopo detta di carnevalone. La tradizione voleva che tutti, ricchi o poveri, nei giorni di carnevale mangiassero ravioli in quantità. Così avveniva: presso ogni famiglia, con la convinta partecipazione di uomini e donne, si attivavano enormi pentole di stufato profumatissimo, si provvedeva a tritarlo minuziosamente con la mezzaluna e tanto olio di gomito, a stendere sottilissime strisce di pasta all’uovo, posarle su appositi stampi e preparare il ripieno con lo stufato, il parmigiano grattugiato, l’uovo e uno spolvero di noce moscata o pepe.

Si ricopriva lo stampo con una prima sottilissima striscia di pasta, si trasferiva negli appositi alloggiamenti una pallina di ripieno, si ricopriva il tutto con altra sfoglia di pasta e quindi si passava il matterello. Ultimata tale operazione, si staccavano con cura i ravioli posandoli delicatamente su un supporto intriso di farina.

Tutti partecipavano in allegria alle varie fasi delle lavorazioni  profittando della disattenzione dell’arsadùra, per trangugiare con rapidità  un raviolo crudo. A Sant’Eusebio di Montepico, a Carnevale, dopo una pantagruelica mangiata di ravioli, uomini di tutte le età, si davano appuntamento a cà d’Arnësta - casa di Ernesta - il bar, trattoria, commestibili, sale e tabacchi, posto telefonico pubblico, sala da ballo e albergo del paese.

In poco tempo il centro di ritrovo si animava della più varia umanità: uomini giovani, anziani, ricchi, poveri, tutti accomunati in quel giorno benedetto, dalla voglia di trascorrere insieme il pomeriggio in allegria. Finalmente giungeva il fisarmonicista con il fido strumento e, in lenta processione laica, l’allegro gruppo si incamminava verso la prima casa del paese diviso alla bisogna, in tre tronconi o gruppi di case, che sarebbero state attinte dall’allegra brigata nei pomeriggi di domenica, lunedì e martedì.

Giunti alla prima casa, dopo i saluti di rito, ci si avviava all’interno dove sulla tavola troneggiavano diverse bottiglie di vino buono già stappate  ed altre ancora da stappare. Veniva servito il miglior vino dell’annata per l’apprezzamento dei compaesani produttori e quindi esperti conoscitori della materia. Erano altresì schierati, come soldatini di piombo, tutti i bicchieri in possesso della famiglia e, raramente, qualche dolcino, qualche cicciolo di maiale o, a pomeriggio inoltrato, qualche acciughina sotto sale che aveva il compito di risvegliare seti ormai sopite.

In una sola casa del paese non veniva servito il vino migliore: era ormai noto a tutti ma nessuno si permetteva di fare dell’ironia o, peggio ancora, di non accettare o non brindare con quel pessimo prodotto che solo il padrone di casa chiamava vino. Passata la festa qualcuno ebbe ad affermare che non era vino d’uva quello offerto, ma fatto con le polverine e con il bastone. Dopo un brindisi d’auguri per la famiglia, uno per la buona salute, uno per i futuri raccolti, uno per le donne di casa, uno per l’arsadù - capofamiglia - , uno per l’arsadùra e avanti con la fantasia e la sete legata all’orario del pomeriggio, si iniziava uno splendido coro a tre voci dove il secondo o baritono intonava una canto della tradizione, il primo o tenore entrava con voce potente e tutto il resto della compagnia fungeva da basso.

Chiaramente i primi due erano molto bravi, i bassi o per meglio dire alcuni bassi, lasciavano spesso a desiderare. Il risultato complessivo era comunque molto buono e gli stessi interpreti a volte si giudicavano con espressioni del tipo “la và”,  oppure “la và no”, ed in questo caso si apportavano le dovute correzioni che spesso erano un semplice invito a qualche basso stonato ad andare a fare un giretto al fresco e berci sopra. Dopo qualche cantata, si invitava il fisarmonicista a suonare. Tutti ascoltavano in religioso silenzio, a volte i vecchi si commuovevano ricordando i bei tempi e, se esisteva lo spazio necessario, i migliori ballerini invitavano le donne di casa ed aprivano le danze.

Dopo le diciotto, era facile imbattersi anche in balletti tra soli uomini leggermente brilli. Questo era il termine da loro usato: allegri o leggermente brilli, per significare la loro condizione alcolica: in realtà si trattava di sane ubriacature dette anche ciùcch o sùmi. Dalla prima si passava alla seconda casa del paese con la processione guidata dal fisarmonicista che suonava preavvertendo l’imminente arrivo della banda. Qui il rito si ripeteva con le modalità ricordate e così sino a tarda sera, verso le venti, quando l’allegra, in tutti i sensi, compagnia si scioglieva per permettere a ciascheduno di ritornare a casa, sopportare i rimbrotti delle donne, occuparsi blandamente della stalla, abbuffarsi di nuovo di ravioli e da ultimo prepararsi per il ballo serale nella ricordata sala da ballo a Cà d’ Arnësta. Inutile aggiungere che la cosiddetta sala da ballo altro non era che che uno stanzone di una sessantina di metri quadri: serviva alla bisogna e, quando i ballerini erano troppi per le ridotte dimensioni della sala, interveniva il capofesta che invitava gruppi alterni al ballo sfoltendo in tal modo i ballerini sulla pista: chi non aveva ancora ballato saliva in pista mentre chi scendeva si metteva disciplinatamente in fila e ruotava ai bordi della sala o addirittura usciva da una porta per rientrare dall’altra; tale operazione avveniva in pieno inverno, era denominata cäré e personalmente non sono mai riuscito a capire il significato di tale sostantivo: forse intervallo tra due balli. Poco tempo dopo l’apertura delle danze, il cosiddetto salone brulicava di uomini e ragazze in apparenza timide ma in realtà determinate ad accasarsi al più presto, stante l’affollamento delle rispettive dimore causate dai matrimoni dei fratelli maggiori che, nella stragrande maggioranza dei casi, aumentavano di un’unità il già affollato parco residente.

Il fumo delle sigarette saliva verso la volta dell’edificio unitamente ai pochi profumi esibiti da alcuni e dai molti strani afrori offerti dai più. Predominava un sano profumo di stalla che persisteva presso molti in tonalità diverse, seguito da un leggero aroma di sudaticcio dovuto alla concentrazione della folla per finire con un sano sentore di cipolla o d’aglio prerogative salutistiche di quei tempi. Per fortuna era una condizione largamente condivisa e pertanto minimamente influente sui sani rapporti tra le varie umanità. A questo poco edificante sentore di vita, non partecipavano signore e signorine profumatissime e ben truccate impegnate nelle ricerche di cui sopra. 

A tardissima ora per quei tempi, intervallando canti, balli, bevute ed allegria in ogni sua forma, la festa si scioglieva e gli attori si ripromettevano di trovarsi il pomeriggio successivo per progredire nelle visite di cortesia presso tutte le case del paese, e quindi,  per un’altra serata danzante con lo stesso spirito ridanciano e festoso. Solo nella giornata di martedì, identica alle due precedenti per attività e festeggiamenti, si notavano alcuni, lievi primi segni di cedimento fisico per le abbondanti libagioni oltre al ballo, al canto e alla frenesia degli avvenimenti. Nelle tradizionali tre giornate tutte le famiglie venivano in tal modo visitate, ad ognuna di loro era data la possibilità di offrire vino ed ospitalità in cambio di tanta armonia e auguri di buona sorte. Da tempo immemorato si ripetevano i riti ricordati con gli stessi personaggi e le medesime procedure attuative: verso gli anni settanta alcuni iniziarono a ritenere tali tradizioni retaggio di incultura e di comportamenti grevi e maldestri. In tal modo una splendida tradizione che si, forse poteva subire alcune modifiche, mantenendo però il vero significato originario, venne sacrificata a squallide cenette in pizzeria o ad una triste serata davanti ad una televisione sempre più demenziale.

I riti si erano ripetuti immutabili per tanti anni senza subire sostanziali modifiche tranne, a mia memoria, in due occasioni. Nella prima i giovani del paese, notando che negli spostamenti tra una casa e la successiva, si lasciano alle spalle tanto ben di Dio sotto forma di bottiglie stappate e non completamente vuotate, si ingegnarono a costruire un carretto sormontato da una specie di marionetta realizzata a grandezza d’uomo, che sosteneva un grosso imbuto collegato con una cannuccia ad una graziosa botticella che veniva in tal modo riempita con il vino rimasto sulla grande tavolata, permettendo a quegli allegri beoni di avere una riserva per la sera a costo zero. Per alcuni anni questo fantomatico carretto circolò per le vie del paese e quindi, furtivamente come era giunto, sparì. Nella seconda occasione, nei primi anni di un difficile dopoguerra , un simpaticissimo personaggio, tale Picchi Giuseppe detto Gipétu, ebbe la brillante idea di coinvolgere i più piccoli nei festeggiamenti che li vedevano di fatto esclusi o comunque molto emarginati.

Si vestì in modo trasandato, si dipinse la faccia di nero con un tappo di sughero bruciacchiato da un lato, coinvolse i bambini più piccoli del paese mascherandoli in qualche modo, si armò di un lungo e nodoso bastone e con andatura dondolante seguì quella strana processione laica degli adulti a sua volta tallonato dai suoi piccoli mascherati e vocianti. L’allegra combricola non gradiva il vino ma chideva uova, farina e zucchero che sarebbero serviti per confezionare delle splendide frittelle dette farsö, la domenica successiva di carnevalone, a cà ad don Gustê.

La trovata ebbe un clamoroso successo, accolta con simpatia ed ilarità pari alla generosità dell’orgoglioso ispiratore dell’originale bizzarria. Per qualche anno Gipétu guidò l’allegra comitiva e quindi, per sopraggiunti limiti di età, cessò questa splendida usanza senza che nessuno sapesse raccoglierne l’eredità. Successivamente, dopo tanti anni, anche in sua assenza e in concomitanza con il carnevale dei grandi, i ragazzi autonomamente proseguirono nella tradizionale raccolta e nel successivo realizzo delle frittelle di carnevale. Coordinatrice delle attività dopo il buon uomo, fu la maestra della locale scuola elementare rallegrata, in occasione dei festeggiamenti, dal grammofono a manovella del signor Dùlfo.

L’impareggiabile Gipétu aveva interrotto la ricordata attività di capocomico non per volontà ma per età conservando sempre, anche in tardissima età, uno spirito giovanile e la battuta pronta. Una sera, buia come i pensieri degli invidiosi, mentre mi recavo al bar del paese, senza distinguere bene quanto avveniva data l’assenza di illuminazione, lo sentii bofonchiare in lontananza qualcosa che non capii. Mi avvicinai e lo sorpresi ancora armeggiante con i pantaloni; chiesi cosa stesse accadendo e se avesse bisogno d’aiuto. Mi guardò, mi riconobbe e, sorridendo, mi disse “stasìra no e mé fiö, stasìra le andata bê”, sarebbe bello continuare con il dialetto ma l’italiano garantisce una più facile comprensione. “Questa sera non ho bisogno di aiuto figlio mio, questa sera le attività si sono svolte in modo regolare contrariamente a qualche sera fa quando, uscito di casa per fare un po’ d’acqua”, così definiva una sana pisciatina, “dopo aver frugato nei pantaloni, aver scelto quello che al tatto ed al buio sembrava il giusto attrezzo, mi ritrovai la gamba destra bagnata. La sera seguente la ricerca fu ancor più minuziosa ma il risultato simile a quella precedente con la sola differenza di ritrovarmi bagnata la gamba sinistra. Questa sera, memore degli infortuni precedenti, ho aperto per bene la braghetta, ho provveduto ad estrarre tutta la mobilia, ho detto loro sotto a chi tocca e finalmente non mi sono bagnato; come ti dicevo, tutto è andato bene”.

Lo salutai sorridendo e trattenendo una risata sguaiata per rispetto alla sua veneranda età ma, successivamente , ho riso di tutto cuore ogni volta che ho ripensato alla vicenda e con me hanno riso di gusto gli amici a cui o raccontato l’avventura. Questo era il personaggio, questo era Gipétu, mitico anche nel trasformare una disavventura in una autoironica battuta da condividere con un giovane fanciullo qual io ero in quei lontani e magici tempi. Anche se non paragonabili al mitico Gipètu, altri buffi personaggi rallegrarono quelle lontane feste a volte per innate capacità, altre per effetto dell’euforia alcolica momentanea che permeava le gesta di molte persone, in altri momenti, serissime. Carnevale aveva questi significati ludici che molto raramente sconfinavano nello scherzo crudele o becero, il rispetto comunque prevaleva anche nei momenti di allegria e di estremo divertimento. Le feste, così come velocemente erano iniziate, altrettanto velocemente terminavano lasciando uomini e cose a confrontarsi con la dura realtà, certi che altre occasioni festose avrebbero rallegrato la loro grama vita, ma coscienti che in nessun altro caso la partecipazione avrebbe coinvolto la totalità del paese in modo così radicale, spontaneo e coinvolgente come i festeggiamenti di carnevale.

di Giuliano Cereghini

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