Lunedì, 25 Marzo 2019

SONO TANTE LE ECCELLENZE D’OLTREPÒ. E PAOLO MASSOBRIO LE CONOSCE TUTTE…

Giornalista enogastronomico fra i più affermati, Paolo Massobrio è un fine conoscitore dell’Oltrepò Pavese, dove sono in molti a reputarlo un amico e a stimarlo. Nel corso della sua carriera non si è limitato alla semplice attività giornalistica, ma può annoverare nel curriculum importanti iniziative editoriali e manifestazioni ormai consolidate. Due su tutte: il Golosario (volume che ogni anno raccoglie ‘‘mille e più ghiottonerie e vini’’, oltre a consensi unanimi) e Golosaria, la fiera enogastronomica che tocca varie località del nord Italia. Ma l’elenco sarebbe davvero lungo.

Proprio in virtù di tali esperienze e competenze, le sue opinioni godono di grande considerazione negli ambienti dell’enogastronomia. Se non un oracolo, poco ci manca.

Abbiamo scambiato con lui qualche pensiero, alla ricerca - se non di qualche profezia - di una speranza: quella che l’Oltrepò Pavese non venga riconosciuto dagli osservatori come una terra di lotte senza quartiere e senza futuro; ma in virtù soprattutto delle cose buone che questo territorio riesce ad esprimere.

Che sono tante. E il Massobrio le conosce tutte.

Golosario, la guida enogastronomica che racconta le eccellenze enogastronomiche del nostro paese, compie con l’edizione 2019 il venticinquesimo compleanno. Dalle 100 realtà descritte nel 1994 oggi siete arrivati a ben 1670, con la segnalazione di ben 10mila referenze. Indice questo non solo che l’eccellenza (r)esiste nel nostro paese, ma pure che si è sviluppato un piccolo esercito di collaboratori, affidabili e di esperienza.

Ci sveli, se può, un segreto: come fate a scovare le chicche che suggerite, poi, nel Golosario.

«Il segreto è che intorno alla mia attività giornalistica, o meglio al giornale Papillon, è nato un movimento di consumatori, il Club di Papillon, che si è radicato in varie parti d’Italia. Questa è una vera e propria lente di ingrandimento sui territori che mi ha agevolato nei viaggi e nella conoscenza dei vari prodotti. Tuttavia Il Golosario è cresciuto in foliazione non per l’aumento dei collaboratori ma per il boom del settore che ha visto tanti giovani dedicarsi in varie forme all’agroalimentare».

Ci anticipi almeno alcune delle eccellenze oltrepadane che è possibile trovare sulla guida.

«Rischiando per qualcuno la banalità, dico che il Salame di Varzi è sempre una sorpresa. Lo abbiamo portato anche in Giappone ed è stato un successo. L’altro giorno sono stato nella miglior boutique del gusto d’Italia, dai fratelli Damini ad Arzignano ed erano entusiasti, come me, dei formaggi del Boscasso di Ruino che hanno raggiunto una sorta di perfezione. Il riso non lo annoverate fra i prodotti oltrepadani, ma è bene sapere che a Gropello Cairoli c’è il numero 1 assoluto del riso mondale che trae il riso dalla riserva San Massimo. E poi i vini dell’Oltrepò: tre annate consecutive di Bonarda strepitose; la grandezza del Buttafuoco; il Riesling che è una chicca tutta del territorio e naturalmente il Pinot nero nelle declinazioni brut. Fantastici. Alcuni campioni champagneggiano. E nessuno si fila il Sangue di Giuda, che a me personalmente piace molto».

Golosaria, la fiera enogastronomica nata proprio dall’esperienza della guida, è una realtà che ormai macina numeri importanti, nelle sue varie declinazioni - milanese, monferrina, veneta.

Crede che iniziative di questa risma potrebbero vedere la luce anche nell’Oltrepò Pavese, dove non esiste alcun grande evento enogastronomico, eccezion fatta per le sempre più piccole feste di piazza?

«Non credo. E lo dico con rammarico. Ma il tasso di litigiosità che poi diventa scarsa operatività, in questo territorio, è davvero altissimo. Troppe iniziative fanno il passo del gambero. Mi piacerebbe poter dare una mano, ma non si trova mai la maniera giusta o l’interlocutore che si appassioni a fare sistema».

Qual è per lei, che può osservare l’Oltrepò un po’ dall’esterno, la bandiera enologica del nostro territorio? Sa, non riusciamo a metterci d’accordo. Per molti è ancora la Bonarda (ferma o mossa?). Per altri è il Pinot - anche per una questione di superfici vitate – a dover fare la parte del campione, sia vinificato in nero che in bianco. Ma poi, è così importante avere una bandiera?

«È importante avere un’identificazione, questo sì. Molti hanno abbandonato la Barbera e non si capisce perché. Comunque la Bonarda è una goduria assoluta, mentre i brut da Pinot nero in purezza sono davvero eccellenti. Quest’anno ne ho assaggiati moltissimi. Trovo invece una discrepanza fra produttore e produttore sul Pinot nero vinificato in rosso. Vertici davvero pochi».

Quanto alle tipicità alimentari, vorrei affrontare con lei il tema delle De.Co. (Denominazioni Comunali), grande intuizione di Veronelli. Credo sempre più spesso vengano “male interpretate”, per così dire, rispetto all’idea originaria. Dovrebbe essere uno strumento ottimo per preservare quei prodotti che sono davvero parte della storia di una comunità, e metterne nero su bianco un minimo di disciplinare. Invece vengono trattate alla stregua di un marchio se non - e mi scuso per il francesismo - di una marchetta elettorale alla gelateria o alla panetteria di turno. In Oltrepò ne abbiamo alcuni esempi.

Nota anche lei un po’ di svalutazione, cui occorrerebbe mettere mano?

«Io spero che in questa legislatura il ministro Centinaio, che è di queste terre, voglia dire una parola chiara su questo bene collettivo che è la denominazione comunale. Che non è un marchio, ma un semplice riconoscimento, un censimento di ciò che caratterizza, produttivamente parlando, una comunità. È un flatus voci che poi può creare fenomeni più interessanti fra produttori, partendo proprio dal patrimonio storico del proprio comune. Ma finché da una parte ci sono i funzionari ministeriali che per non avere rogne dicono che non si possono fare e la politica che non dice una parola chiara su una cosa che esiste di fatto, come il nome e cognome che portiamo, restiamo nella condizione che lei denuncia. E nel chiaroscuro c’è sempre qualcuno che se ne approfitta».

 di Pier Luigi Feltri

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