Lunedì, 25 Marzo 2019

ANTONIO DENARI CAPÌ PER PRIMO CIÒ CHE OGGI IN OLTREPÒ HANNO CAPITO IN POCHI: IL METODO CLASSICO DOVEVA DIVENTARE IL TRAINO DI TUTTA UNA ZONA

L’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va… il 2018 del mondo del vino in Oltrepò si è chiuso con l’abbraccione plastico tra gli antagonisti di sempre: il Distretto di qualità abbraccia il Consorzio sotto prezzo e (soprattutto) i politici della Regione. La motivazione è sempre la stessa: se la politica lo chiede meglio stare al gioco e leccare il retro delle figurine, chissà mai che arrivi qualche soldo per continuare a giocare con i soldatini. I soldatini sono gli ignari produttori e i contadini, che tutti quanti dispongono di qua o di là in base alla convenienza del momento.

Nella realtà dei fatti non è cambiato niente a parte il nome dell’assessore regionale all’Agricoltura che, a differenza del suo predecessore che l’Oltrepò l’aveva misurato e sfidato anche in senso politico trovando una reazione degna di un museo delle cere, ha scelto – dicono gli addetti ai lavori - di ributtare soldi sull’incompiuto Centro Riccagioia e di abbandonare al proprio destino l’Enoteca Regionale della Lombardia a Cassino Po di Broni, nella quale a Milano non ha mai creduto nessuno se non il compianto Giancarlo Abelli, ultimo uomo politico dell’Oltrepò Pavese, un territorio oggi relegato al ruolo di colonia.

Le festività di Natale sono trascorse così, tra belle fotografie e le solite distrazioni: spumanti svenduti sugli scaffali dei supermercati; il nuovo Testarossa di La Versa che doveva debuttare per fine anno – come da dichiarazioni rese a profusione dalla nuova proprietà Terre d’Oltrepò – ma che invece arriverà solo nel 2019; un finto tentativo di dialogo animato dal Consorzio (tanto i voti li avranno in tasca sempre i soliti noti); una finta intesa con il Distretto dei duri e puri. Niente di nuovo sotto l’albero, a parte le retribuzioni da fame offerte ai vitivinicoltori dell’Oltrepò, neanche raccogliessero tutto in pianura e a macchina.

Nel mondo cooperativo locale, l’unico a essersi accorto che la vitivinicoltura di collina va pagata di più e che per farlo occorre fare progetti strategici sul vino a valore sembra essere il presidente di Torrevilla, Massimo Barbieri, che con la sua Cinquecento da corsa è partito e non si ferma. Non vuole farsi ammaliare dal canto delle sirene, anche perché il direttore d’orchestra lo conosce bene e sa che farebbe di tutto per se stesso e poco per gli altri. Un plauso per il lavoro svolto nel corso del 2018 va anche ad Alberto Carini, presidente della Cantina di Canneto Pavese, da sempre una sentinella anti monopolista e acceso sostenitore di un riequilibrio di pesi e contrappesi.

Per quanto concerne Coldiretti… pardon (refuso), per quanto concerne il presidente Andrea Giorgi, a capo del più grande polo cooperativo vitivinicolo della Lombardia, c’è da dire che in termini di tempo impegnato e di ore trascorse al telefono o su Whatsapp (con foto profilo e messaggi di stato eloquenti) è sicuramente da encomiare ma i risultati sono un’altra cosa: a Broni, Casteggio e Santa Maria della Versa i conti correnti dei soci sono al lumicino. Non basta fare spallucce e descrivere quanti protestano come un gruppo di decerebrati.

Non fosse per Cavit insieme ai grandi imbottigliatori del “tutto a pochi euro” e il fatturato di sussistenza che garantiscono la maxi cantina sociale sarebbe, forse, un’ex cantina sociale.

L’acquisizione di La Versa non ha cambiato la musica: lo scorso anno nemmeno una grande manifestazione culturale per ricordare il decennale della scomparsa del Duca Denari, padre nobile di La Versa e uomo marketing ante litteram del Pinot nero Metodo Classico in Oltrepò.

Denari ha segnato in modo indelebile la storia recente del vino

oltrepadano: è lui, infatti, il fondatore del Consorzio poi divenuto di Tutela; è lui ad aver presieduto per oltre 20 anni, con impronta nobile, la Cantina sociale «La Versa» trasformata in uno dei marchi storici dello spumante. Negli anni Ottanta aveva vissuto il punto culminante di una missione che lo aveva impegnato a: far comprendere all’Italia e al mondo che il Pinot nero d’Oltrepò, prodotto pregiato e richiestissimo dai grandi spumantieri, meritava attenzioni speciali perché la competizione era solo con lo Champagne e nessun altro in Italia. Nel 1971 divenne presidente della Cantina La Versa (non la sigla di adesso, quella di allora) di cui era uno dei soci più battaglieri sin dal 1951.

Rimase poi alla guida del colosso delle bollicine locali fino al 1994. Nel 1977 con un manipolo di produttori (tra cui Carlo Boatti di Monsupello, l’azienda rimasta fuori dal Consorzio alle ultime elezioni perché non votata dai grossi) fondò il Consorzio Vini Doc. La sede storica era in piazzetta San Francesco a Broni.

Denari fondò anche l’Ascovilo (l’associazione di tutti i consorzi del vino di Lombardia fatta eccezione per la Franciacorta che non ne fece mai parte). Per merito e standing venne eletto per acclamazione presidente dell’Istituto dello Spumante Classico Italiano. Nel 1987 Denari coronò il suo sogno portando al Castello Visconteo di Pavia la prima tappa di una mostra itinerante dedicata allo spumante italiano. Ancora oggi viene ricordato come l’evento più significativo per il vino d’Oltrepò. Negli anni Novanta, esausto, il Duca del vino uscì di scena da gran signore di un’epoca pre Facebook e pre fenomeni da Whatsapp. Antonio Denari capì per primo ciò che oggi in Oltrepò hanno capito in pochi: il Metodo Classico doveva diventare il traino di tutta una zona spingendo le aziende ad elevare il proprio impatto qualitativo e d’immagine sul mercato.

C’era La Versa a sostenerlo, a dimostrare che i grappoli di Pinot nero potevano essere lavorati e finire nelle bottiglie in Oltrepò anziché in Piemonte o in altre zone di Lombardia. Ci voleva classe per affermarlo. Oggi l’Oltrepò è il quarto territorio produttore di vino in Italia, peccato lavori per gli altri, per pochi centesimi al litro, tradendo l’eredità calpestata del Duca Denari.

Persino la tracciabilità è un problema e in merito alle riforme meglio riparlarne all’infinito che fare scelte con coraggio e lungimiranza. Bisogna che tutto cambi, perché tutto resti come prima, o forse peggio. Una buona notizia comunque c’è: l’anno che sta arrivando tra un anno passerà.

di Cyrano de Bergerac

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