Giovedì, 27 Giugno 2019

CODEVILLA - «IL PRIMO NEGOZIETTO RISALE AL 1898»

Carlo Dallera Poggi è il titolare di un’azienda, La Codevillese, che spegne quest’anno ben centodieci candeline. Un traguardo di notevolissimo spessore, che davvero poche imprese possono vantarsi di aver raggiunto. Praticamente nessuna nel nostro territorio. Nel 1908 l’Italia era ancora un giovanissimo regno; paesi come Codevilla non avevano ancora né telefono, né luce elettrica. Ciò nonostante, acuti imprenditori del tempo che fu riuscirono a mettere le basi di aziende capaci di superare più passaggi generazionali e di arrivare ai giorni nostri. Dallo spirito di questi pionieri si possono - e si debbono - trarre insegnamenti senza tempo. Domenica 2 dicembre La Codevillese è stata premiata dalla Camera di Commercio di Pavia, durante la giornata dedicata alla fedeltà al lavoro e allo sviluppo economico, proprio per questo traguardo. Abbiamo incontrato il titolare, e il direttore commerciale Silvana Salvo, che ci hanno raccontato la storia di questa impresa e i suoi valori, sedimentati nel tempo e rafforzati da una passione sempre salda, come il primo giorno.

Quando ha avuto inizio la storia imprenditoriale della sua famiglia?

«Mio nonno Poggi Lazzaro ha fondato la falegnameria anche prima del 1908. Almeno dieci anni prima, e si occupava anche delle onoranze funebri. Allora erano i falegnami a fare tutto, anche questo servizio. L’esercizio era nel cortile dove oggi è ubicato il bar Da Lucio, in via Umberto I. Mio nonno fondò lì il primo negozietto nel 1898».

Di cosa si occupava, all’inizio, l’impresa?

«Mio nonno faceva il falegname, e quando decedeva qualcuno produceva anche le bare. Come si vede nei film del far west: si trattava di quattro semplici assi di legno, costruite nel momento del bisogno. Tutti i paesi avevano un falegname, anche le frazioni. Alla Piana, piccolissima frazione di Codevilla, c’era il signor Fiori. Poi andavano con un carretto e con il cavallo al cimitero».

Era un’epoca in cui c’era tutta un’altra cultura di lavoro…

«Ma c’era anche un materiale diverso. Odiernamente il legno viene tutto coltivato; allora se ne usava molto meno di adesso, mentre con il consumo che c’è oggi quella della coltivazione è l’unica via possibile. Oggi per esempio si usano per i serramenti le assi prismate, che provengono spesso dall’estero, dalla Svezia o dalla Cariglia, in buona parte. All’epoca invece il legname era locale, le assi si producevano direttamente con l’albero acquistato dall’agricoltore. Qualche giorno fa mi è capitato di passare nei pressi di un’abitazione, nella via principale di Codevilla. Ci sono ancora le persiane che aveva fatto mio nonno. Sono lì dal 1905…».

Il falegname era un punto di riferimento per il paese…

«Mio nonno, con la collaborazione dei figli, ha fatto moltissimi lavori in paese. Per la chiesa per esempio. Come le cornici delle vetrate sugli altari laterali, sotto la direzione dell’architetto Carlo Codebue. Che sono anche un lavoro artistico. Altri lavori nel palazzo comunale, presenti e utilizzati ancora oggi. Ma ce ne sono tantissimi».

Quando l’attività della falegnameria ha iniziato a separarsi da quella delle onoranze funebri?

«Nel 1932 hanno iniziato ad acquistare le bare da un’azienda di Alessandria, la Carlo Baliano. Abbiamo ancora tutti i documenti in azienda. Venivano trasportate col treno; arrivavano qui con la ferrovia Voghera-Varzi. Abbiamo ancora tutti i documenti anche di questo periodo: una cassa costava 65 lire. Cifre irrisorie… Nel 1933 mio nonno è deceduto e hanno preso l’attività due fratelli, i suoi figli Poggi Luigi e Poggi Pietro».

Lei quando è subentrato?

«Io sono subentrato in azienda come coadiuvante quando avevo 14 anni, nel 1966, e come socio di mio papà nel 1973, quando sono tornato dal militare. Per un certo periodo le onoranze funebri erano state lasciate in stand-by. Uno degli input che ho dato è quello di riprendere questa attività insieme alla falegnameria. Mio papà Pietro non se la sentiva… così abbiamo riacquistato tutte le attrezzature, dato che non c’erano più la carrozza e i cavalli».

Quali input ha dato lei all’attività, una volta subentrato nella titolarità?

«Ci sono stati degli investimenti importanti. Ho cambiato tutte le attrezzature, cosa che dovevo fare per forza, dati i tempi. Poi una ventina di anni fa ho dismesso la falegnameria per seguire completamente l’altra attività».

Oggi chi sono le persone chiave dell’azienda?

«Oggi siamo alla quarta generazione. C’è mia moglie Silvana che con tanta fatica porta avanti l’impresa, insieme ad altri soci».

Domenica è arrivata questa premiazione che, immagino, sia stata una grandissima soddisfazione. Vuole raccontarci i pensieri di quei momenti?

«Non me lo aspettavo. Sono stato molto contento, perché si è trattato di un riconoscimento che comunque mi ha fatto molto piacere, perché pur avendo l’azienda ben centoventi anni, sono anche ben cinquantadue che io ne faccio parte».

Quale pensa sia il segreto per condurre un’azienda capace di raggiungere un traguardo così importante?

«La prima cosa è l’onestà. Il non essere esosi nei prezzi. E una certa serietà, anche nella gestione degli operai. Bisogna che il personale sia qualificato. Oggi è richiesta la partecipazione a diversi corsi, peraltro. E poi è fondamentale che l’imprenditore non pensi che tutto il denaro che entra sia il suo. Prima deve pensare ai creditori, a non fare il passo più lungo della gamba. Tanti si rovinano per questo motivo…».

Pensa che un giovane che oggi dovesse partire da zero, potrebbe riuscire a raggiungere un orizzonte temporale così lungo con la propria impresa?

«Penso di no, odiernamente. È difficile fare andare d’accordo tante generazioni successive. Una volta per i genitori era un orgoglio che il figlio potesse continuare la propria professione. Oggi non è più così. Sono cambiati i tempi…».

C’è mai stato un momento di sconforto nel quale ha pensato di abbandonare l’attività?

«No, mai. Assolutamente. Anzi, quando ero a fare il militare non vedevo l’ora di tornare a casa e prendere in mano gli attrezzi da falegname. Il falegname è uno che crea. È un lavoro anche di fantasia. Noi facevamo lavori anche molto particolari. Per esempio, ho sempre tornito. Una cosa che ormai non fa nessuno».

Non le capita mai di riprendere in mano gli attrezzi del falegname, anche per diletto?

«Sempre. Sto insegnando al mio bambino, Matteo, a tornire! Ho ritrovato il tornio che mio papà Pietro aveva preso per me. Abbiamo fatto proprio ieri un martelletto, come quello dei giudici…».

Lei è noto per essere un gran lavoratore, che non si è mai risparmiato nella propria attività professionale; rinunciando spesso al riposo anche nei giorni festivi, per esempio. Ma ciò nonostante, so che è sempre riuscito, comunque, a ritagliarsi del tempo per gli hobby. Diceva Aristotele che ‘’lo scopo del lavoro è guadagnarsi il tempo libero’’…

«Uno degli hobby grandissimi che ho è la collezione e ristrutturazione di trattori d’epoca. Qui nei dintorni non ci sono altre raccolte come la mia. Ho venticinque macchine, più svariate attrezzature».

Il trattore preferito?

«Il Landini Testacalda. Non ne costruiranno mai più così. Ha un fascino incredibile, che nessun altro trattore ha».

di Pier Luigi Feltri

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