Giovedì, 21 Novembre 2019

MONTÙ BECCARIA - «STO CREANDO DEI VIGNETI CHE SERVIRANNO A FORNIRE LE BASI PER PRODURRE SPUMANTE»

Il lavoro manuale, la gestione consapevole del territorio e la tutela dell’ambiente sono alla base di un’agricoltura responsabile che rispetti la salute dei consumatori, un’agricoltura che parta dal rapporto uomo - natura ricercando  tecniche tradizionali o innovative  che siano il meno invasive possibili per arrivare a ripristinare gli equilibri, un’agricoltura da sostenere finché non diventi la norma per tutti. è questo in sintesi il progetto di un giovane agricoltore oltrepadano, Augusto Andi, classe 1998, che ha deciso di gestire la sua azienda agricola a Montù Beccaria, in frazione Moriano.

Augusto, quando è nata la sua passione per l’agricoltura?

«Ho avuto la passione per il lavoro dell’agricoltore da sempre perché sono nato qui in campagna, in una famiglia di agricoltori e fin da bambino ho sempre partecipato all’attività dell’azienda che era di mio nonno ed è stata avviata ai primi del novecento. Era la classica azienda dell’Oltrepò ad indirizzo misto, poi, agli inizi degli anni ’70 con mio padre, è diventata ad indirizzo  prevalentemente vitivinicolo. Ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario “Carlo Gallini” di Voghera, mi sono diplomato all’indirizzo Vitivinicolo e nel 2017 c’è stato il passaggio della gestione da mio padre a me».

La sua è un’azienda vitivinicola non tradizionale, ci vuole spiegare di che cosa si tratta?

«La mia azienda,  di circa otto ettari  è coltivata per la maggior parte a vigneto e poi per il resto a seminativo e frutteto per creare la biodiversità. Da circa un ventennio è biodinamica, cioè un’evoluzione dell’agricoltura biologica, che, pur essendo rispettosa dell’ambiente, permette l’uso di alcune sostanze che si trovano in natura  come lo zolfo e il rame ma che la biodinamica cerca di non usare. Infatti abbiamo dei prodotti che hanno addirittura un’efficacia maggiore sulle piante e da qualche anno stiamo sperimentando l’agricoltura organica che si basa prevalentemente sull’utilizzo di microorganismi. Attraverso la biodinamica abbiamo fatto un percorso di anni per ottenere un ambiente naturale adatto e ora con l’agricoltura organica e l’utilizzo dei microorganismi facciamo una lotta ai parassiti  del vigneto, e non usando da anni insetticidi, siamo riusciti ad avere un equilibrio ottimale».

Che tipo di vitigni coltivate?

«Oltre agli autoctoni storici, abbiamo come esclusiva lo storico vitigno moradella che coltiviamo in campo sperimentale ed ora stiamo impiantando dei nuovi vigneti con delle nuove varietà che stiamo selezionando per la produzione di vini spumanti. Mio padre si è sempre dedicato a vitigni storici come vespolina, uva della cascina oltre alla  produzione di  vini rossi come croatina e barbera. Io, oltre a portare avanti la produzione dei rossi mi sono dedicato a questa nuova esperienza della spumantizzazione. Sono sempre stato appassionato di spumanti e sto creando dei vigneti che serviranno a fornire  le basi per produrre spumante».

Quali tipi di uve sta usando per i suoi esperimenti di spumantizzazione?

«Nell’annata 2017 ho usato la barbera ed è stata miscelata con il pinot per avere un quantitativo che ci permettesse di fare una prova. Ora sto selezionando in campo sperimentale dei nuovi vitigni non autoctoni ma molto particolari per la produzione di spumante. Il vitigno barbera a mio avviso si presta poiché il pinot nero nella nostra zona non ha più quelle caratteristiche di acidità e freschezza che può avere in altre zone più vocate , sia per il cambiamento climatico, sia per le annate sempre più siccitose».

Quindi il suo spumante sarà prodotto con il metodo classico?

«Il metodo che sto sperimentando non è né uno charmat né un metodo classico, è un metodo innovativo  che sto mettendo a punto che mi permette di fare la completa vinificazione in bottiglia. Il vino viene imbottigliato quando è ancora mosto, fa una prima fermentazione in bottiglia, poi viene sboccato e fa la rifermentazione nella stessa bottiglia senza aggiunte di nulla. Abbiamo uno spumante “corto” con 9 mesi di lavorazione il cui obiettivo enologico  è quello di esaltare al massimo le caratteristiche di freschezza e uno spumante con 36 mesi di lavorazione con una base molto più importante e strutturata sempre con caratteristiche di freschezza ma con dei sentori più fini dovuti all’invecchiamento sui lieviti. Utilizzo sempre il remuage come nel metodo classico ma più frequentemente perché si hanno molti più sedimenti in bottiglia. A novembre qui nelle sale dell’agriturismo dell’ azienda  presenterò due  spumanti con annata 2016 che ho chiamato “Giubilo”».

Diventando titolare di azienda agricola così giovane quali problematiche le ha creato?

«Devo dire innanzitutto che mi ha dato molte soddisfazioni perché mi sento realizzato e più partecipe nell’azienda anche se ci ho sempre lavorato ma con meno responsabilità. Si incontrano anche molti problemi dovuti alla gestione e alla burocrazia. Devo dire che la scuola che ho frequentato è stata molto importante per capire le problematiche del mio lavoro e mi ha dato delle competenze teoriche fondamentali».

Ha partecipato a progetti di finanziamento per giovani agricoltori?

«Sì, ho partecipato a bandi per mettere l’azienda in condizione di essere all’avanguardia con le strutture per la produzione. Nel 2007 mio padre ha smantellato una cantina che era ipertecnologica con acciai e resine e l’abbiamo rifatta si può dire con la stessa tecnologia ma in legno perché per la produzione dei nostri vini questo materiale ci aiuta molto. Abbiamo vasche di fermentazione e botti di rovere studiate  nella progettazione e nella scelta dei legni per il miglior contatto tra legno e vino. Ogni vino ha la sua botte adatta e questo ci permette di dare una continuità organica tra natura e prodotto finale».

Quante bottiglie produce l’azienda?

«Produciamo circa 30.000 bottiglie che vendiamo sul territorio e da qualche anno anche all’estero, in particolare in Svizzera, Polonia e  paesi nordici in generale».

Come è riuscito a far conoscere un prodotto per così dire “di nicchia” all’estero?

«Producendo dei prodotti così particolari siamo stati da subito interessanti per il mercato estero che è molto attento alle produzioni artigianali. Abbiamo presentato i nostri vini in alcune fiere di settore fuori dall’Oltrepò e anche all’estero e abbiamo avuto un buon riscontro. I nostri migliori vini rossi sono invecchiati in botti di rovere a botte scolma sui sedimenti, senza travaso. Per alcuni vini facciamo lunghe macerazioni sulle bucce (da uno a tre anni) e quindi il risultato finale è un prodotto molto equilibrato che va in bottiglia senza chiarifiche né filtrazioni. Un vino molto curato e pregiato che viene apprezzato dal cliente intenditore. In Oltrepò a mio avviso ci sono molte piccole e medie aziende che lavorano bene e producono grandi vini e la ricerca dell’unicità ,del prodotto di gran livello potrebbe essere il mezzo per far conoscere il nostro territorio».

Lei è un giovane imprenditore che, a differenza di altri, ha creduto nel territorio ed ha portato innovazione nella sua azienda lavorando con grande passione. è soddisfatto del lavoro fin qui svolto e quali altri progetti ha per il futuro?

«Sono molto soddisfatto del mio lavoro che svolgo con passione e sacrificio. I progetti sono molti ma bisogna fare una scelta in base alle possibilità che si hanno per realizzarli. Proseguirò con il mio progetto sulla spumantizzazione. I vitigni  che abbiamo messo a dimora senza fare più come una volta lo scasso dei terreni e dando sempre un tempo di rotazione che va dai tre ai cinque anni con grande rispetto per l’ambiente, inizieranno sicuramente in cinque anni  a dare una produzione di uve particolari che ci permetteranno di migliorare sempre di più la nostra qualità».

di Gabriella Draghi

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