Sabato, 23 Marzo 2019

OLTREPÒ PAVESE - «OLTREVINI? È FINITO DI MORTE NATURALE: AVEVA UN MALE INESORABILE, IL LOCALISMO»

Ha ricoperto incarichi di primissimo piano, come quello di Assessore all’Agricoltura e al Turismo di Regione Lombardia. Ma anche quello di coordinatore nazionale degli Assessori al Turismo e di vicepresidente dell’Ente Nazionale Italiano per il Turismo. È Piero Sarolli, e indubbiamente può vantare titoli ed esperienze con i quali in pochi possono competere. Da oltre vent’anni ha abbandonato la politica attiva; ma oggi, a 78 anni, sta lavorando per costruire un progetto di interesse collettivo, che punta a creare nuovi spazi di attrattività in ambito cicloturistico per l’Oltrepò Pavese.

Sarolli, così le è venuta voglia di rimettersi in gioco. Come mai?

«Guai se non fosse così! Per rimanere giovani, bisogna ogni tanto reinventarsi in una nuova attività; prendere atto dei cambiamenti della società e di conseguenza adeguarsi a fare qualcosa di diverso».

I suoi famigliari si occupano di turismo già da tempo, per la verità.

«Non tutta la famiglia, ma mia moglie e mia figlia in effetti sono in questo campo da tempo, con l’agenzia Clastidium Viaggi. Recentemente ho cercato di imprimere a questa struttura un aspetto di innovazione. Puntando sull’incoming, perché ritengo che la nostra provincia, pur tra mille problemi e difficoltà abbia delle notevoli potenzialità in questo settore».

Un esempio?

«Il nostro è un territorio che, non avendo avuto un forte sviluppo industriale, ha mantenuto le sue peculiarità di tipo ambientale e paesaggistico. Di conseguenza, il trovarsi a poche decine di minuti da Milano rappresenta un’opportunità formidabile per chi vivendo tutta la settimana a contatto con il caos della grande città ricerca qualcosa di diverso per ritemprare spirito e morale, ma anche per trovare qualcosa da mangiare ancora come una volta, attraverso i prodotti a ‘‘km zero’’ che qui da noi esistono».

Pensa a una proposta appetibile anche all’estero?

«Anche all’estero cercano molto queste opportunità. Tant’è che in questi giorni ho partecipato a Pavia al workshop Mirabilia, che raggruppa 14 camere di commercio e le aziende di queste aree territoriali che offrono opportunità a buyer stranieri. Una manifestazione collaudata, che incrocia la domanda con l’offerta».

Non la preoccupa la cronica carenza di servizi che è tipica del nostro territorio?

«Trovo negativo, in particolare, lo spezzettamento delle strutture turistiche. In Oltrepò, con la crisi di Salice, non abbiamo più una struttura ricettiva degna di questo nome, se non recentemente quella che si è realizzata a Montebello della Battaglia all’interno della Villa Lomellini, dove esiste un’ottima struttura ricettiva, che è poco conosciuta qui da noi. Devo dire che tre anni fa, durante l’Expo, l’unica struttura che ha funzionato e che ha registrato un buon lavoro è stata quella».

Forse anche perché, date le condizioni della viabilità secondaria, sono in pochi ad avventurarsi oltre la Via Emilia…

«La difficoltà nel raggiungere l’alta collina dalla strada statale è uno degli elementi frenanti che impediscono di sviluppare le potenzialità esistenti. Insieme ad altre questioni, legate anche alla natura di noi oltrepadani, che siamo fortemente caratterizzati dall’individualismo, quando non sconfina nell’antagonismo; per cui si preferisce vedere le difficoltà del vicino piuttosto che pensare ai benefici che si potrebbero ottenere.

Ma a proposito di strade, dobbiamo avere l’onestà intellettuale di dire che il nostro territorio, avendo una costituzione geologica particolare, è fortemente interessato da fenomeni franosi; per cui gli stessi investimenti che vengono realizzati qui, se fossero fatti in altre aree territoriali, avrebbero durate nettamente superiori. Questo senza voler scusare nessuno, è un dato di fatto».

È vero, ma è anche vero che l’Oltrepò non è l’unico territorio collinare d’Italia. C’è anche chi sta meglio…

«C’è un secondo elemento. Ricordo quando i comuni per scaricare i loro costi chiedevano la provincializzazione delle strade. Si è arrivati ad avere uno sviluppo stradale per la provincia di Pavia - e per l’Oltrepò in particolare - praticamente unico in Italia. Abbiamo avuto un incremento eccessivo di strade e stradine provinciali di calibro molto ridotto, che oggi non a caso sono in uno stato veramente negativo».

Tanti chilometri di strade richiedevano e richiedono tanti soldi per mantenerle. Le strade sono rimaste, i soldi no.

«I sacri testi della politica dicevano che programmare vuol dire scegliere: laddove ci fosse la copertura finanziaria per tutto non ci sarebbe la necessità di programmare. Programmare significa avere la capacità e la forza necessarie ad individuare priorità e tempistiche. Ad esempio, pensare di risolvere in un solo tempo tutto il problema della viabilità oltrepadana è assolutamente impossibile. Bisogna allora avere una programmazione sul territorio e sapere bene cosa si vuole realizzare; di conseguenza attrezzare le infrastrutture più necessarie e svolgere su queste gli investimenti, che vanno fatti per gradi».

Una politica ben diversa da quella dei rattoppi, per cui si aggiusta sempre un po’ di tutto per non aggiustare, in fondo, mai niente.

«Perfetto. Ovvero rifare il fondo stradale per qualche centinaio di metri, quando i tratti precedenti e successivi rimangono in una situazione invariata. Si dovrebbero individuare gli elementi portanti capaci di consentire una penetrazione corretta e razionale sul nostro territorio e lavorare su quelli. Programmare. Questo vorrebbe dire avere una classe politica adeguata, in grado di elaborare un’iniziativa di questo tipo».

Una classe politica adeguata: manca solo sul nostro territorio o manca in generale nel panorama regionale e nazionale?

«Manca in generale, quindi manca sul nostro territorio, dove da qualche tempo sono venute a mancare quelle figure che erano in grado di trascinare il territorio a certi traguardi».

Alcuni dei grandi nomi della politica provinciale sono venuti a mancare; altri si sono, magari, defilati dall’attività. Ma abbiamo anche moltissimi sindaci che sono in sella da decenni e, quindi, amministravano anche negli anni che ora tutti sembrano rimpiangere. Si sono dimenticati la formula magica?

«No. Noi abbiamo potenzialmente dei buoni amministratori, ma si trovano davanti a un sistema di rapporti fra i governi centrale, regionale e periferico che è totalmente cambiato. Pensare di affrontare certe nuove situazioni completamente diverse rispetto a un tempo, un sistema che non è più quello di prima, vuol dire dichiararsi perdenti in partenza».

Lei contesta, insomma, le novità introdotte dalla riforma del Titolo V intrapresa dal 1999.

«Ad un ordinamento statale che, nonostante ognuno possa avere il proprio parere, era stato costituito per dare risposte, si è sostituito un sistema non compiuto. La riforma del Titolo V è stata un’enunciazione, cui però non ha fatto seguito la costruzione di un sistema in grado di recepirne le idee formali, che andasse alla sostanza dei problemi. Purtroppo lo verifichiamo tutti i giorni, negli ultimi mesi in modo addirittura paradossale: è la politica degli annunci. Con la politica degli annunci si fa poca strada e si ha un respiro molto breve».

Parliamo allora di un annuncio concreto ed entriamo nel merito della sua proposta, che riguarda l’offerta turistica del nostro territorio. Cosa ha in mente?

«Sto cercando di costruire un progetto cicloturistico che possa godere essenzialmente di due supporti principali: una ricettività alberghiera in grado di ospitare il cicloturista e la sua bici, che è un bene essenziale; poi, la presenza di punti nei quali il cicloturista possa appoggiarsi per le manutenzioni, le riparazioni, gli interventi necessari al suo mezzo. È un’applicazione innovativa delle opportunità offerte dall’incoming, attraverso il tentativo di operare in rete con taluni soggetti per aumentare la visibilità del territorio: soggetti istituzionali e privati che sappiano ribaltare la propria presenza anche all’estero. Cercando di rimanere all’interno di uno sviluppo viabilistico che consenta di spostarsi agevolmente».

Siamo all’anno zero o qualcosa di questa opportunità è già sperimentabile?

«Prima di pensare a lanciare un territorio dal punto di vista turistico è importante costruirvi una rete di strutture a supporto di questa idea. Se riteniamo che l’attività cicloturistica, con i sentieri di media, alta colina e montagna, rappresenti una ricchezza, dobbiamo creare delle infrastrutture per offrire al turista quello che questi cerca, anche in termini di assistenza. Queste cose nell’Oltrepò sono tutte da costruire. Oggi in Oltrepò esistono pochissime strutture ricettive che hanno al loro interno le attrezzature necessarie per ospitare i cicloturisti, e soprattutto le loro biciclette. Se qualcuno vuole sposare l’idea, io dico che noi, io e la mia famiglia con la nostra struttura, siamo pienamente disponibili a collaborare su tutti i fronti».

La Greenway, che oggi unisce Voghera a Salice Terme, dovrebbe arrivare presto a Varzi; e la ciclovia Venezia – Torino, a sua volta, è già un po’ più di un semplice sogno. Quindi il momento potrebbe essere azzeccato per questa scommessa cicloturistica. Basteranno queste due direttrici ciclopedonali per assicurare appetibilità al territorio? Saprà il territorio giocare di squadra e non perdere l’ennesimo treno?

«Le risorse sono limitate, molto più rispetto al passato. Se noi non le utilizziamo in modo razionale e intelligente rischiamo di non dare nessuna risposta. Anche qui voglio fare un esempio. Partiamo da Voghera e percorriamo la Voghera-Varzi: arrivando a Ponte Nizza incontriamo la strada della Val di Nizza, che è in ottimo stato. Un quadrivio di strade che permette il ritorno verso bassa collina, oppure di raggiungere Valverde, Zavattarello e Romagnese. Le ho già delineato un itinerario già disponibile».

Chi conosce il territorio certamente potrà facilmente ipotizzarne decine di altri.

«Se io individuo dei percorsi attorno ai quali costruire un’offerta di tipo turistico - e più in generale economica e sociale - devo avere la capacità di scegliere alcune direttrici rispetto ad altre, e poi il coraggio di investire su queste. Quando nel 1992/1993 proposi di riconvertire la Voghera-Varzi in pista ciclopedonale fui ricoperto di improperi da parte di molti, anche amministratori locali. Del resto ero molto attratto dai sogni, e anche in altri settori vedo soltanto in tempi recenti applicare le idee che io proponevo trent’anni fa».

Quali?

«La tracciabilità dei prodotti agroalimentari è un esempio. In Lombardia fu approvata e successivamente affossata una Legge Regionale voluta dal sottoscritto che, se avesse avuto seguito, avrebbe posto in prima linea Regione Lombardia, con 15 anni di anticipo rispetto all’Unione Europea».

Lei, come San Giovanni, predica nel deserto. Un deserto non di sabbia, ma di idee. Oppure no?

«Devo dire che, presi singolarmente, ci sono privati e soggetti istituzionali che si danno da fare. Purtroppo la mancanza di una coralità di rapporti impedisce di raggiungere i risultati».

Coralità: un termine poco di moda in molti settori; quello vitivinicolo, per esempio.

«Il mondo vitivinicolo è un paradigma da questo punto di vista: riesce a dividersi su qualsiasi cosa».

Quanto può essere grave la mancanza di un contenitore che presenti unitariamente i prodotti enogastronomici del territorio? Mi riferisco, se vuole, anche alla chiusura di Oltrevini, manifestazione che lei ha contribuito a far nascere e che è rimasta senza eredi. Proprio pochi giorni fa nell’Area Truffi, dove si svolgeva la rassegna, si è svolto un evento di promozione delle birre artigianali. I produttori di birra sembrano andare d’amore e d’accordo. È così difficile far incontrare su un terreno comune e fertile anche quelli vitivinicoli?

«Mi ritengo uno dei padri di questa manifestazione, che è finita di morte naturale: non l’ha fatta morire nessuno. Aveva un male inesorabile, contro il quale io ho combattuto, senza riuscire a vincerlo: il localismo».

Cioè?

«Dalla prima edizione, nel lontanissimo 1971, io mi sono battuto perché questa manifestazione diventasse la rassegna vitivinicola di tutto l’Oltrepò. Cercando criteri di partecipazione che coinvolgessero tutte le realtà territoriali e imprenditoriali. Ho sempre sostenuto che la rassegna di Casteggio, piuttosto che quelle di Canneto, Rovescala o San Damiano, prese singolarmente fossero come un bicchiere d’acqua versato nel mare. Sostenevo allora e ritengo ancora oggi che non vadano assolutamente demonizzate, ma che abbiano una funzione, quella di festa popolare, che non è la prima necessità. Dal punto di vista economico di un settore trainante come è la vitivinicoltura in Oltrepò bisogna riuscire ad ottenere una visibilità che regga il confronto almeno a livello nazionale. Questa strada non è stata presa e ne è derivata la morte naturale della manifestazione».

Chi avrebbe dovuto prendere questa decisione? Si è tanto parlato, già in tempi antichi, della necessità di creare un’organizzazione che si occupasse in pianta stabile ed esclusiva di curare la manifestazione e di svilupparne le entrature. Pensa anche questo aspetto sia da annoverare fra le cause della fine?

«Le ragioni principali sono quelle che ho detto prima. E non posso non dare atto al primo presidente Guarnaschelli, mio amico e collega, di avere messo l’anima, e senza interessi personali, per la buona riuscita della manifestazione. Ma era la manifestazione stessa a non avere il respiro sufficiente per resistere ai tempi che cambiavano».

Quindi, per il futuro, se qualcuno volesse reipotizzare una rassegna vitivinicola in Oltrepò, lei guarderebbe con favore non più alla formula della rassegna popolare, bensì a quella di una fiera rivolta agli operatori economici.

«Riuscire a coinvolgere intorno alla manifestazione il mondo vitivinicolo oltrepadano: qui sta il difficile, dato il grande desiderio di frazionarsi nel mondo vitivinicolo. Chiaramente non pensando di fare la guerra al Vinitaly o manifestazioni di questo tipo, ma andando a trovare collegamenti con i livelli superiori. Bisogna avere un orientamento economico. E soprattutto lavorare in rete».

Non succederà mai?

«Sogniamo…».

Forse è anche la presenza di troppi galli nello stesso pollaio a rendere impossibile il reperimento di soluzioni condivise. Cosa pensa dell’idea di frazionare l’Oltrepò in alcune sottozone, come nel Chianti (che pure da quasi un secolo ha adottato un simile modello, seppure per ragioni diverse)?

«Qui si entra in questioni che sono più di carattere tecnico che politico. Io non voglio insegnare che cosa fare alle persone validissime che svolgono questo lavoro e che abbiamo in Oltrepò, perché sarei un presuntuoso. Però a mio avviso uno dei limiti della vitivinicoltura oltrepadana è l’eccessiva varietà dei vini. Non si riesce a svolgere una politica che riesca a dare visibilità ad un unico, determinato tipo di vino, creandogli tutti i supporti necessari».

Posso chiederle perché ha detto basta con la politica attiva?

«Ho capito che la politica sarebbe diventata un’altra cosa rispetto a quella che avevo imparato a conoscere e in cui mi ero sempre mosso la sera in cui Giulio Andreotti, vedendo i cittadini di Berlino che demolivano il muro, ha delineato con una lucidità incredibile quelli che sarebbero stati gli scenari futuri, all’interno dei quali l’Italia sarebbe diminuita sempre di più di importanza. L’Italia non avrebbe più avuto lo spazio che aveva ottimamente occupato fino ad allora. I fatti, da allora, gli hanno dato ragione».

Non le manca?

«Non sono mai stato bene come da quando ho lasciato la politica: nessun rimpianto».

Dopo la caduta della DC e la fine della Prima Repubblica lei non ha più preso alcuna tessera di partito, diversamente da molti altri politici che hanno cambiato casacca, anche più volte. La DC le è rimasta nel cuore…

«Io mi sento totalmente democristiano. Sono orgoglioso e fiero di essere ancora democristiano, con i pregi e i difetti che quel partito aveva. Non sono fra coloro che non ammettono gli errori; ho avuto il tempo di riflettere, per cui ho anche approfondito e capito che ne sono stati commessi molti; ma la somma algebrica delle cose fatte bene e di quelle fatte male dà comunque luogo ad un risultato estremamente positivo. Un partito dotato di una tale capacità di guidare il Paese non è più venuto alla ribalta».

di Pier Luigi Feltri

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