Martedì, 11 Dicembre 2018

BRONI: «L’INFLUENZA CHE HO RICEVUTO È TANGIBILE NELLA NEBBIA»

Mauro Negri e la passione, immensa, per la fotografia. Una passione talmente grande che è sfociata più volte nella scrittura. Per raccontare, spiegare, far capire il vasto mondo che si cela dietro ad una foto. L’ultimo libro si intitola “Guida terraquea per fotografasti. La fotografia, lo zen e l’arte…di farsi i cazzi propri” e si tratta del primo libro “narrato”.

Mauro, non è la sua prima esperienza in veste di scrittore.

«Ho fatto altre pubblicazioni fotografiche, una sui tatuaggi e una sul Santuario della Passione di Torricella Verzate, dove c’è una parte importante a livello fotografico, perché c’è stata tutta una ricerca dietro».

Il nuovo libro di cosa parla?

«“Guida terracquea per fotografasti” è un trattato, un’esternazione di pensieri che ho sviluppato negli anni con la passione per la fotografia e con lo studio dello zen. Nel libro poi è contenuta anche l’arte principale, che è quella “di farsi i cazzi propri”. Non c’è nessun intento di ergersi a guru su quanto espresso, a partire dall’insegnamento dello zen: pretendere di insegnarlo agli occidentali è cosa estremamente difficile, se poi a farlo è un altro occidentale questo tentativo potrebbe risultare praticamente impossibile.

In buona sostanza, quindi, questo libro è un percorso che si basa sulla passione ancestrale per la fotografia e quello che nel corso degli anni, attraverso lo studio, la ricerca, la pratica e l’esperienza, ho imparato ad affrontare e a gestire nel modo a me più funzionale».

è rivolto principalmente agli addetti ai lavori?

«C’è una parte tecnica “base” per chi non ha mai preso in mano una macchina fotografic. è una parte più adatta a chi si approccia alla fotografia. Il resto invece è più per tutti, per trarre spunti che possono suscitare interesse e passione su determinati argomenti».

Quanto tempo ha dedicato alla stesura di questo libro?

«Tanto tempo! Diversi mesi, ho fatto diverse stesure, sono andato a rileggere tante volte quello che ho scritto, mi sono messo in discussione. E’ stato un percorso anche interiore. Sono partito da una base, poi ho aggiunto cose, poi altre ancora, sono tornato sui miei passi per alcuni argomenti...».

Le foto sono suoi scatti, immagino...

«Sì, a parte qualcuna che riporta i quadri di Picasso o Caravaggio».

La passione per la fotografia quando nasce?

«In tanti raccontano la storiella “ho trovato la macchina fotografica del nonno eccetera eccetera…”. Io niente di tutto questo! Non ho trovato nessuna macchina fotografica…giocavo con le macchine fotografiche da piccolo ma non avevo la consapevolezza di quello che facevo. La fotografia nasce dalla consapevolezza di tramutare in immagini i propri pensieri, sogni ed incubi. Tutte le emozioni insomma. Io ho sempre avuto la passione per le arti figurate, dalla pittura tradizionale, al fumetto poi sfociate nella fotografia per permettermi di esternare tutto ciò che avevo dentro. La fotografia non è solo rappresentare o riprodurre il mondo, è un indagare se stessi, è un’interpretazione del mondo. Per dare il proprio punto di vista è necessario fare un percorso dentro di sé. Poi dipende se uno vuole mettersi in gioco oppure no. C’è chi fotografa solo per se stesso e c’è chi invece si mette in gioco e va oltre, si espone alle critiche (che arrivano sempre!), che possono essere anche costruttive e fare quindi del bene oppure fini a se stesse e quindi vanno scartate.

Se le mie foto trasmettono emozioni sono contento e sottolineo che le emozioni possono essere sia positive che negative: ci sono stati lavori che ho fatto che hanno suscitato sensazioni di angoscia, ma significa che il messaggio ha funzionato in quel caso. Qualcosa hanno trasmesso».

Ha già presentato il libro ufficialmente?

«Per il momento non ancora. Non ho ancora avuto modo di fare una presentazione come si deve, ma l’idea c’è. Il libro comunque è disponibile online».

Invece mostre di sue fotografie ne ha fatte?

«Sì, tante! L’ultima ufficiale è stata al Castello di Bonassola: c’erano circa 150 fotografie esposte con dieci progetti diversi…poi per qualche anno mi sono fermato».

E nel territorio Oltrepò ha messo in mostra i suoi lavori? Le nostre zone ben si prestano, paesaggisticamente parlando, a servizi fotografici.

«Partiamo dal fatto che nell’Oltrepò ci sono nato e l’influenza che ho ricevuto è tangibile nella nebbia che nasconde e rivela: un lavoro breve risalente al 2008 e a cui sono particolarmente affezionato è proprio su questo fenomeno, al quale abbinai un poesia di Hermann Hesse chiamata per l’appunto “Nella Nebbia”. Cosa più impegnativa è stata, invece, la realizzazione della pubblicazione “Visitatio Parrocchialis Ecclesie Torricelle”».

Perché impegnativa?

«Nell’aprile del 2014, in una mattina piovosa, seguo la strada che mi porta al sito e riscopro un posto fantastico, mistico e surreale nel suo insieme. Il silenzio è ovunque ad ogni ora del giorno, solo le campane della chiesa rompono piacevolmente questa sensazione. L’impatto in una mattina di pioggia è devastante ed amplifica la sacralità del posto, ma senza nulla togliere alla bellezza recondita che si manifesta nelle radiose giornate e nelle notti che seguiranno questa mia visita. Ed è proprio la sera, dopo il tramonto, quando si accendono le luci che la maestosità della struttura “Aedificata supra firmam petram” assume una connotazione onirica, si assapora una atmosfera diversa, quella diversità che ti estranea dal mondo circostante, fatta di ombre immerse nel silenzio e di pensieri che ti colgono dando vita a quel raccoglimento dimenticato di cui tanto si va ricercando manifestazione, ci si immerge in questa dimensione e se ne rimane incantati. Così succede che mi lascio trasportare e attraverso i sensi cerco di cogliere quelle parti per me ricche di significato e di emozioni uniche, voglio documentare queste emozioni per trasmetterle o forse solo per non dimenticarle mai più. È Il Santuario della Passione di Torricella Verzate, chiesa parrocchiale intitolata alla Natività di Maria Vergine e uno dei più antichi dell’Oltrepò. Attualmente le fotografie inerenti alla parte del Sacromonte, quelle più significative per me, sono state donate dopo la mostra inaugurale di presentazione e resteranno in esposizione permanente all’interno della canonica. Di tutta questa possibilità che ho avuto non dimenticherò mai di ringraziare Don Luciano Daffra con la sua smisurata fede nonché cultura».

Altre mostre in Oltrepò?

«Tra le altre mostre in zona sicuramente devo ricordare quella del 2012 allo Spazio 53 di Voghera, dove presentai la pubblicazione “Ink, needles and passion” realizzata sul lavoro di un carissimo amico tatuatore Fabrizio Ofria».

Qual è il suo soggetto preferito, se ne ha uno?

«Dicono che sia bravo nei ritratti. A me piace sperimentare. Non mi piace l’idea che ci sia una fotografia singola in uno stile riconducibile a me. Quando ho sperimentato e sono arrivato a capire quello che facevo, ad addomesticare la macchina fotografica in quanto strumento, ne sono rimasto contento. Ho fatto diversi generi di cose dai paesaggi ai ritratti e tanto altro. Non so dire cosa mi appassiona di più, dipende dai momenti».

Sta lavorando a qualcosa di particolare in questo momento?

«Sì, sto lavorando su un tipo nuovo di ritratto, una cosa particolare su cui sono molto concentrato».

Lei ha anche fatto parte, per tantissimi anni, del CFO, il famoso circolo fotografico di Broni…

 «Sì. A metà di questo novembre sono stato invitato dagli amici del circolo ad una serata in cui parlerò di qualcosa che potrebbe avere a che fare anche con la fotografia. La cosa mi onora parecchio anche perché è l’associazione nella quale iniziai a mettermi in gioco e fu tappa importante di un percorso che è ben lontano dall’essere concluso».

Il fatto di arrivare da una zona piccola come l’Oltrepò le ha precluso qualcosa nella sua carriera fotografica?

 «Che dire…la realtà di provincia è una realtà di provincia, pregi e difetti, ma come tutte le cose bisogna saperci convivere e muoversi parecchio, a volte fisicamente e a volte, come diceva Jules Verne, l’importante è viaggiare almeno con la fantasia».

di Elisa Ajelli

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