Sabato, 17 Novembre 2018

«IO CREDO CHE L’OLTREPÒ COLLINARE VIVA UN PO’ UNA SPECIE DI MALEDIZIONE»

Paolo Santinello  nativo di Voghera , dopo aver lavorato per diversi anni in Toscana, si è trasferito quattro anni fa con la moglie Anna Rodeghiero a San Paolo, frazione di Rocca Susella dove vive e lavora attualmente ad un progetto molto interessante per la riqualificazione del territorio dell’Oltrepò. L’abbiamo incontrato a San Paolo, un gruppo di case che si affacciano sulle nostre verdi colline.

Lei e sua moglie vi occupate di assistenza tecnica per progetti che vanno dall’ambiente agli sviluppi territoriali, di osservazione e esplorazione del futuro plausibile per le imprese e gli enti locali. Avete seguito un progetto di parco Agrario in Toscana nel comune di Montespertoli, vicino a Firenze, come mai avete deciso di trasferirvi qui sulle colline dell’Oltrepò Pavese?

«Quattro anni fa quando con mia moglie abbiamo deciso di fare una scelta abitativa, abbiamo esplorato un po’ tutto l’appennino dalle Marche al Piemonte e devo dirle per inciso che ci sono diversi pezzi di paradiso in queste zone. Incidentalmente, un po’ per buona sorte, abbiamo trovato questo posto».

La vostra prima impressione?

«Quando ci siamo trasferiti qui, in questo borgo estremamente accogliente, abbiamo trovato una realtà obiettivamente abbandonata, nel senso che l’Oltrepò è considerato una delle venti valli più belle d’Italia ma tutto sommato è un luogo in cui vengono i pensionati la domenica a mangiarsi gli “anlot”, “al salam” per poi tornare a casa con qualche prodotto tipico. E noi, quattro anni fa, ci siam detti non è possibile. Io credo che l’Oltrepò collinare viva un po’ una specie di maledizione di una profezia auto-imperante che dice che qui non può succedere nulla, qui non andiamo d’accordo, qui qualunque cosa venga fatta c’è qualcuno che dice che non va bene, insomma una specie di meccanismo di auto-depressione. Una cosa che io e mia moglie raccontiamo sempre è quello che è accaduto negli uffici pubblici quando ci siamo trasferiti.  Ci siamo resi conto abbastanza rapidamente che qui c’è una carenza di orgoglio identitario, anzi forse di identità stessa. Se chiedevamo in giro che cosa succedesse sul territorio di solito ci rispondevano che non succedeva mai niente».

Come avete reagito a un’atmosfera così “deprimente”?

«Sono accadute due cose. Una è l’esperienza quotidiana che ci diceva che non era vero perché questo è un piccolo borgo dove vivono tutto l’anno una decina di famiglie,  in cui c’è un livello di solidarietà incredibile. Al mattino quando apriamo le persiane troviamo sempre qualcosa lasciato dai contadini, se c’è una necessità o un’esigenza, c’è certamente qualcuno che ci aiuta e noi aiutiamo loro, viviamo in un ambiente molto fiduciario, direi stretto e questo è un indicatore di un territorio che per quanto possa essere problematico, tanto problematico non è. La seconda cosa è che abbiamo trovato una chiave d’ingresso. Una volta siamo andati per caso ad un convegno che si teneva a Rivanazzano Terme sul grano e siamo andati a mangiare al Ristorante Selvatico. Qui, nei titolari, abbiamo trovato degli ambasciatori del territorio e loro ci hanno dato degli spunti molto semplici parlando del cibo e condividendo alcune impressioni. E abbiamo scoperto che c’è un territorio molto ricco di manifestazioni culturali. E con mia moglie abbiamo cominciato a parlare e a interrogarci su questi luoghi. Noi facciamo parte di un’associazione intitolata ad un economista Nicholas Georgescu-Roegen e siamo sempre stati interessati al rapporto tra economia ed ecologia e così ci siamo detti - vediamo se nella logica della nostra associazione c’è qualcosa che possiamo fare».

Come nasce il progetto legato ai grani antichi?

«Mia moglie ha avuto un’idea molto carina. Durante la nostra precedente esperienza di lavoro in Toscana eravamo venuti in contatto con un gruppo che aveva fatto studi sui grani antichi e che, con la collaborazione di un mugnaio e di un panettiere aveva elaborato e messo in pratica un bellissimo progetto. A questo punto la cosa migliore era quella di far prendere contatti con loro e presentare il progetto sul territorio per testarne la fattibilità.  Quindi ha deciso contattare i diversi sindaci tra i quali anche il sindaco di Montesegale, Carlo Ferrari, che ha creduto nell’iniziativa e abbiamo organizzato la presentazione. Era il 29 gennaio del 2017 e fu una giornata epocale perché eravamo al Centro Polifunzionale con l’idea che venissero 20-30 persone, anche perché era un periodo molto freddo. Arrivarono un centinaio di persone e addirittura alcuni dovettero rimanere fuori. La cosa ci stupì molto e ci chiedemmo immediatamente come fare per fare tesoro di questa esperienza. La cosa importante è stata la presenza degli agricoltori e delle persone del luogo. Avevamo fatto la registrazione dei presenti e li chiamammo tutti informandoli che, se fossero stati interessati, il nostro intento era quello di costituire un’associazione. Il 25 maggio avevamo lo statuto, l’associazione era costituita legalmente e il Comune di Montesegale ci aveva messo a disposizione la sede nel Centro Polifunzionale. Un risultato pazzesco se si pensa a questo territorio. Abbiamo studiato uno statuto molto ricco a carattere scientifico e ambientale e abbiamo avuto l’adesione della Condotta Slow Food dell’Oltrepò oltre che il sostegno esterno dei Molini di Voghera con cui abbiamo instaurato una relazione di grande dialogo».

Come avete chiamato l’Associazione e quali Comuni ne fanno parte?

«L’associazione si chiama Granido, Associazione dei grani di tradizione dell’Oltrepò, per più di un motivo: intanto dei grani e non del grano perché in realtà qui c’è una tradizione di vari grani, di frumento, di orzo, segale. Li abbiamo poi definiti “di tradizione” e non antichi perché a noi  interessa l’aspetto evolutivo di questi prodotti e che gli agricoltori tornino ad essere padroni delle decisioni, che ragionino insieme e che siano ricercatori sulla loro terra. Attualmente ci sono 10/12 soci attivi che vanno dai 30 ani 50 anni  per un centinaio di ettari designati, il che vuol dire circa 22 ettari coltivati quest’anno. E devo dire che questi agricoltori si sono molto impegnati anche ad andare a visitare i territori dove già esistevano le sperimentazioni. Un rapporto molto significativo è stato poi quello con il Crea, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’economia agraria e con una ricercatrice straordinaria che è Patrizia Baccino, che ci ha permesso di avviare con gli agricoltori anche una parte di  formazione alla sperimentazione. Abbiamo fatto due campi catalogo, provato a mietere i diversi grani con la taglia-lega ed è stata un’esperienza interessante. I Comuni coinvolti sono 5: Rocca Susella, Montesegale, Borgoratto Mormorolo, Cecima e Fortunago. Sono anche abbastanza distribuiti sul territorio ma c’è molta unità d’intenti».

Che tipi di coltivazioni avete trovato su questo territorio quando siete arrivati? I contadini coltivavano ancora il grano oppure si erano dedicati a coltivazioni più redditizie?

«Quando siamo arrivati a decidere cosa si seminava nell’80% dei casi era il commerciante. Si coltivava orzo ed erba medica. Abbiam visto seminare quinoa piuttosto che coriandolo e poi vedere che per quattro anni il terreno era completamente infestato. Abbiam visto però anche delle cose molto positive come nessun utilizzo di diserbanti se si esclude per la vigna. Parlando di grani antichi non si possono utilizzare concimi perché questo tipo di coltivazioni crescerebbe troppo in altezza favorendo l’allettamento con i conseguenti problemi per la raccolta. Un altro vantaggio è che non c’è bisogno di diserbanti perché questi grani sono antagonisti naturali».

Avete scelto di coltivare una tipologia unica di grano o varie?

«Noi ci siamo confrontati col problema delle sementi, la maggior parte degli agricoltori sono in regime biologico o in conversione, la legislazione italiana sulle sementi è molto stringente e quindi abbiamo fatto l’accordo di sperimentazione con il Crea, siamo andati in deroga con alcune parti di sperimentazione acquisendo piccole quantità di sementi  per fare dei campi sperimentali di riproduzione, abbiamo poi acquisito del grano cartellinato e del grano dal Crea. Nei campi catalogo abbiamo seminato 16 varietà, nella riproduzione abbiamo utilizzato invece tre grani principali: l’Andriolo, un grano molto buono e saporito, il Gentil rosso, anch’esso molto buono, il Verna e il Sieve e poi abbiamo seminato dei miscugli. Il risultato è stato notevole anche dal punto di vista della raccolta. Un serio problema che si è presentato in  questo territorio sono gli ungulati, tant’è che gli agricoltori stanno elaborando un protocollo che presenteranno autonomamente per intervenire e proteggere le colture. Abbiamo poi fatto un passo avanti con la chiusura della filiera perché c’era l’ambizione di gestire il mulino per la macinazione. Abbiamo avuto la buona sorte di venire in contatto con un mulino a pietra e vorremmo arrivare a una produzione significativa locale. In questi giorni questo mugnaio sta partendo con un impianto biologico a norma, abbiamo trovato una bella intesa umana e ci ha detto che questi grani non si vedono più da 50 anni e bisogna imparare tutto da capo per quanto riguarda la macinatura. Vorremmo arrivare ad un miscuglio o a una varietà che sia adatto a questo territorio oggi e produrre farina per la panificazione della zona».

Ci sono dei panificatori  del territorio che secondo voi apprezzeranno la farina e saranno in grado di lavorarla al meglio?

«Sul territorio ci sono degli artigiani che hanno una capacità di panificazione su questo tipo di farina più alta di quanto non sembri che è fondamentale ,ne abbiamo incontrati quattro o cinque con i quali stiamo stabilendo delle collaborazioni. Stiamo lavorando anche sul prezzo perché vorremmo che il pane non costasse quanto le brioches e che fosse accessibile a tutti. Certamente faremo in modo che le farine siano remunerative per gli agricoltori ma non inaccessibili. Michela Selvatico di Rivanazzano, Danilo Nembrini di Fortunago, Giovanni Bariani di Godiasco sono alcuni nomi di persone che sanno già panificare ad alti livelli e quindi  si sta un po’ chiudendo il cerchio. Avremo a breve il collaudo del mulino a pietra, abbiamo già quasi definito le politiche di prezzo e ora stiamo ragionando sul futuro».

Quali saranno le vostre prossime sfide?

«Stiamo ragionando sulle prossime 4 sfide. La prima è cosa si seminerà l’anno prossimo, perché la questione della semente è molto delicata ma gli agricoltori sono molto bravi nelle loro scelte. La seconda sfida è il progetto di rotazione perché si è capito subito che l’agricoltura andava reinterpretata con rotazioni agrarie mirate. La terza sfida è un po’ più ampia perché è sul cosa diventiamo, come ci si gestirà quando le cose avranno un risultato dal punto di vista economico. Viaggeranno probabilmente su binari paralleli ma separati l’associazione ,che non ha nessuna attività economica, e una struttura, forse una rete, che si configurerà intorno alla gestione e vendita. La quarta sfida è il futuro, è attrarre giovani che vengano a fare agricoltura o altro che sta intorno all’agricoltura  sul territorio. Abbiamo fatto una convenzione con l’Istituto “Carlo Gallini” di Voghera dove è in corso un progetto alternanza scuola-lavoro triennale con una classe che quest’anno ha incominciato a fare un paio di visite da noi . Questo è un passaggio molto interessante perché i giovani assisteranno a tutto ciò che succede qui da noi e si renderanno conto di quello che succede sul territorio e in questo modo si avvicineranno alle realtà agricole locali avendo anche la possibilità in futuro di apportare innovazioni nel settore».

di Gabriella Draghi

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