Sabato, 17 Novembre 2018

GODIASCO – SALICE TERME - INSEGNANTE VOLONTARIA PER I MIGRANTI «IL GIOVANE FOFANA UN ESEMPIO DI INTEGRAZIONE»

Daniela Pini, casalinga, un marito, due bellissimi nipoti, due cani. Ed un giardino che richiede tanto lavoro. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua esperienza di volontariato con i migranti, in particolare con l’ivoriano Karamoko Fofana, reduce da un premio conseguito presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), fondazione che custodisce oltre 8.000 diari.

Signora Daniela, lei non è di queste parti. Da quanto tempo abita qua? Com’è capitata a Salice Terme?

«Vengo da Firenze, passando da Milano dove abbiamo abitato per 10 anni circa. Per il fine settimana avevamo preso un villino in zona, ci è piaciuto molto e ci siamo trasferiti, ormai da 25 anni».

E com’è che ha intrapreso la sua attività con i migranti? Ha fatto l’insegnante in precedenza?

«Più di due anni fa sono stata coinvolta dall’amica professoressa Anna Parini Majola come volontaria, per insegnare la lingua italiana ai ragazzi immigrati ospiti negli alberghi di Godiasco e di Salice Terme, pur non avendo mai esercitato la professione di insegnante. La maggior parte di loro erano analfabeti e comunque parlavano solo la loro lingua di origine oltre, pochissimi, inglese o francese.

A Salice abbiamo iniziato con soli due immigrati che tuttavia, in breve, sono aumentati anche se alcuni con una frequenza poco regolare. Abbiamo quindi deciso, autonomamente poiché nessuno sovrintendeva al nostro impegno, che era meglio dividerci i compiti: l’amica Anna a Godiasco ed io a Salice. Così organizzate abbiamo continuato l’esperienza, ma ad un certo punto qualcosa si è inceppato principalmente perché i ragazzi, stanchi di non avere notizie circa i permessi di soggiorno, erano desiderosi di trovare qualche lavoro per guadagnare un poco. D’altra parte spesso si riscontra in loro (ma purtroppo anche fra di noi italiani) una mentalità che non riesce a considerare la scuola come un investimento per un futuro migliore. Inoltre c’è da considerare che il loro “poket money” è di 2,5 euro giornalieri, cifra con la quale devono far fronte al pagamento di ticket per medicine, autobus, schedina telefonica per restare in contatto con le famiglie lontane. Anche la frequenza della scuola di Voghera che taluni desideravano (e desiderano) è una spesa insostenibile, fosse solo per il costo del pullman (in inverno fare in bicicletta la provinciale è estremamente pericoloso ed un giovane migrante ci è morto)».

Il vostro ruolo era ufficialmente riconosciuto?

«Noi due volontarie, appunto al di fuori di qualsiasi controllo e supervisione di chiunque, non possiamo dare alcun attestato di frequenza e tanto meno di profitto: necessita frequentare la scuola. A tutto questo si somma la considerazione che anche fra di loro ci sono i bravi, i meno bravi, i volenterosi e i fannulloni come in tutta l’umanità. La situazione era diventata ingestibile ed aggravata anche dal non poter disporre, né a Godiasco, né a Salice, di una stanza dove poter fare lezione senza prima dover sgombrare la “cattedra” da tazze da colazione, bicchieri e stoviglie varie. Una situazione di grande disagio quindi».

Si è mai chiesta se ne valesse la pena?

«No, abbandonare non mi è mai sembrato una buona soluzione. Alla fine ho deciso di concentrare il mio lavoro di volontaria con solo due allievi, a casa mia, per dar loro (e imporrre...) un impegno giornaliero di studio, facendoli uscire dal centro. Passato qualche mese, ho deciso, con mio marito, di seguirne solo uno in modo più approfondito: infatti l’altro aveva preferito cercare piccoli e provvisori lavori, anche per mandare qualche soldo a casa.

Da quel momento è iniziata l’avventura con Karamoko Fofana. Essendo solo uno abbiamo potuto aiutarlo in modo più stretto, anche economicamente, per frequentare la scuola CPIA in Voghera (autobus, qualche libro, cancelleria...) per conseguire la licenza media. Obbiettivo centrato con ottimi risultati dovuti per gran parte alla serietà e costanza nell’impegno di studio: risultato non facile per chi deve studiare materie mai conosciute e in una lingua ignorata fino a pochi mesi prima. Ha avuto modo di studiare italiano, matematica, geografia, un poco di storia italiana e, importante, la nostra Costituzione».

Come ha organizzato il metodo di studio?

«Le sue giornate passavano al mattino a casa mia a studiare, il pomeriggio a scuola e la sera a scrivere il suo diario con l’aiuto di mio marito, diario che desiderava inviare all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) per partecipare al concorso DIMMI (Diari Multimediali Migranti). Grande la sua soddisfazione, e anche la nostra, quando questo settembre abbiamo appreso che si è classificato secondo e abbiamo saputo che il diario verrà pubblicato entro il prossimo anno».

Ha cercato anche di stimolare l’inserimento nella società salicese?

«Oltre a tutti questi impegni ha trovato anche il tempo per frequentare alcuni corsi con l’Unitre locale: canto, informatica, paleontologia, teatro. Abbiamo potuto constatare che è riuscito a guadagnarsi la stima di tutti responsabili ed allievi, tanto da essere invitato a partecipare alla trasferta in Liguria del gruppo teatrale recitando in una particina (vestito da carabiniere!). Ha anche svolto qualche attività “socialmente utile” per il nostro Comune. Un grande lavoro».

Le sono state vicine le istituzioni o ne ha avvertito la assenza?

«In tutto questo lavorìo di volontari e giovani migranti, ma anche del CPIA impegnato nel progetto delle 200 ore e dell’Unitre, non abbiamo avuto sentore di un intervento o semplice interesse da parte delle istituzioni, di nessun grado e livello; un vero peccato non aver avuto la possibilità di confrontarsi per essere più incisivi nell’insegnamento e nell’inserimento dei migranti nella nostra collettività. è anche un peccato che non sia stata valutata la opportunità di istituire uno SPRAR (Sistema pubblico per l’Accoglienza dei Richiedenti Asilo ndr) nel comune di Godiasco Salice Terme: avrebbe consentito, senza oneri per la popolazione, di avere meno immigrati e seguendoli in modo più accurato».

Mi diceva che il giovane Fofana è anche un bravo sarto…

«Nello scorso giugno, dopo il conseguimento della licenza media con ottime valutazioni, abbiamo pensato di fare un regalo a Fofana, a titolo di premio per il suo impegno: una macchina per cucire dato che nel suo diario aveva scritto di aver lavorato, nel suo paese, come sarto. è stata grande la nostra sorpresa nel vedere la maestria con la quale opera: è in grado di confezionare bei capi di vestiario femminili, zainetti e borse in stoffa, oltre a riparazioni di ogni tipo. Vista questa notevole capacità abbiamo pensato che sarebbe opportuno per lui dedicarsi a questa professione che pratica con vera passione e maestria. Stiamo ora cercando di capire l’inquadramento che le leggi vigenti richiedono ad un migrante non ancora in possesso di permesso di soggiorno definitivo (o di lungo periodo) per poter lavorare assolvendo anche agli obblighi fiscali».

Come pensa che tutto il suo lavoro venga influenzato dalle nuove norme riguardo i migranti?

«L’esigenza di capire il corretto inquadramento viene nel momento in cui sono emanate nuove norme per la permanenza dei migranti. Fofana è in Italia già da circa 20 mesi e non ha ancora avuto la possibilità di incontrare la commissione che delibera se come e quale permesso concedere. Ritengo che sarebbe veramente uno spreco di fatica e risorse economiche di noi volontari e di denaro pubblico (scuola CPIA e soggiorno) se dovesse essere rimandato nel suo Paese e un altrettanto grave spreco di opportunità per il nostro Paese. Privarsi di un giovane che ha attitudine e desiderio di lavorare, di formarsi una famiglia, di vivere in pace rispettando ed essendo rispettato: ci conviene, ce lo possiamo permettere?».

Un ultimo suo parere su come sia possibile avere una buona integrazione con i migranti?

«Forse necessiterebbe una maggiore presenza delle istituzioni, magari affiancati da volontari, per capire chi sono i migranti presenti sul nostro territorio. Per riuscire a mantenere la presenza non solo di coloro che sono tutelati da trattati internazionali in quanto rifugiati politici, ma anche (o soprattutto?) di coloro che desiderano farsi una vita di onesto lavoro, lontani da violenze, corruzioni, malattie».

Proprio una gran bella storia, tant’è che proprio in queste ore una compagnia teatrale di Milano ha contattato Fofana e stanno valutando come poterla raccontare e rappresentare a teatro.

 di Giacomo Lorenzo Botteri

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