Venerdì, 16 Novembre 2018

CASEI GEROLA - C’ERA UNA VOLTA LO ZUCCHERIFICIO… UNA GRANDE FAMIGLIA

Casei Gerola e il suo zuccherificio: due realtà i cui destini si sono affiancati e a volte sovrapposti per molti decenni, fino agli sciagurati eventi avviatisi nel 2005. La lunga vicenda avrà definitivamente termine fra poco meno di due mesi. L’ipotizzata apertura di una centrale a biomasse, che avrebbe dovuto assorbire gli ultimi esodati ed essere operativa già oltre un anno fa, faceva perno su un’autorizzazione valida fino al termine del 2018: nessuno si è più curato di rendere ufficiale la parola fine sul progetto, ma è ormai chiaro a tutti da tempo che ogni possibilità è inequivocabilmente esaurita. Quella di Casei è una storia di scelte sbagliate, di annunci roboanti e di promesse puntualmente disattese. Tuttavia nessuna ingiustizia può cancellare ciò che rimane nella memoria delle migliaia di persone che si sono avvicendate in seno alla produzione e nell’indotto; vuoi come stagionali, vuoi come facenti parte dello ‘‘zoccolo duro’’ aziendale. Nel ricordo di quegli anni ruggenti, e nella speranza che simili, ingiuste sciagure non vengano più ad accadere ad altri lavoratori, abbiamo incontrato tre dipendenti storici dello zuccherificio. Si tratta di Angelo Remuzzi, Capo produzione e servizi; Patrizia Neve, Responsabile amministrativo; Sergio Torti, Responsabile dell’automazione e delle strumentazioni. Rispettivamente impiegati per 38, 30 e 37 anni in azienda. Tre punti di riferimento di quella che è stata, ma continua ad essere, una grande famiglia.

Come avete iniziato la vostra esperienza nello zuccherificio?

Angelo Remuzzi: «Ci siamo conosciuti giovani, e siamo ancora qua. Sempre giovani, almeno nello spirito! Noi, come tutti, abbiamo iniziato a lavorare come stagionali. Erano gli anni ’70. Finiti gli studi si faceva domanda, si iniziava con tre mesi di contratto durante la campagna… e ci si inseriva. La richiesta di manodopera era notevole, anzi c’era difficoltà a trovarne a sufficienza. Nel bacino di Casei Gerola e dintorni era quasi naturale entrare nello zuccherificio».

Cosa rappresentava lo zuccherificio per Casei?

Angelo Remuzzi: «Tutto. Casei è un paese ancora oggi a natura agricola, anche se il settore si è concentrato in poche aziende. All’epoca però c’era anche una forte prevalenza industriale, grazie allo zuccherificio, ma anche alla Biacor e all’industria dei laterizi. C’era anche il collegamento fra il mondo agricolo e quello industriale».

Patrizia Neve: «Molti figli di agricoltori venivano assunti durante le campagne dello zuccherificio, molti parenti dei dipendenti venivano a fare le stagioni nei campi. Era molto difficile trovare qualcuno che non avesse mai avuto a che fare con questa realtà».

Sergio Torti: «Il paese era in fermento quando iniziava la campagna: la nostra realtà era vista di buon occhio, anzi con grande favore».

Chi erano i lavoratori dello zuccherificio?

Patrizia Neve: «C’erano molte persone che arrivavano da lontano, trasfertisti, anche dal Veneto, e venivano a stare per un periodo nelle case delle famiglie di Casei. Venivano proprio accolti nel paese. Era anche da poco avvenuta la disastrosa alluvione del Polesine. Una famiglia veneta era venuta ad abitare da noi, e mia mamma aveva addirittura tenuto a battesimo il loro primo figlio. C’è subito stata una comunione tra noi e loro».

Sergio Torti: «L’azienda d’altra parte, come origine, era veneta: questa è la ragione ha portato qui molte persone di quella provenienza. A volte si sentiva parlare più il Veneto che l’Italiano in fabbrica...».

Angelo Remuzzi: «D’altra parte qui a Casei non c’era una cultura saccarifera, mentre in Veneto già esisteva. Questo ha creato una prima ricchezza nel paese. Anche come indotto, per le attività commerciali e artigianali».

Fra le caratteristiche interessanti di questa attività, è degna di nota la costruzione di abitazioni per i dipendenti, come facevano già da decenni i grandi gruppi industriali.

Patrizia Neve: «Avevano cominciato a costruire le villette per gli impiegati, e poi due palazzi per i dipendenti. Due condomini che sono ancora esistenti. Questa politica è continuata fino al 1985/1990, quando proprietari della società erano ancora i Montesi. In quegli anni c’è stata una grossa crisi finanziaria del gruppo, con alcune operazioni non andate a buon fine. Poi le abitazioni sono state dismesse e vendute ai privati».

Un primo momento di crisi, negli anni ’80. Ricorderete di quelle prime paure, poi rivissute vent’anni dopo.

Angelo Remuzzi: «Siamo andati in cassa fra dicembre e gennaio, ma la crisi era iniziata già dalla primavera. C’è stato un momento difficile sia per il mondo agricolo che per quello industriale. Si risolse con il commissariamento, secondo la legge Prodi. Era venuto come commissario un certo Marangon…».

Un altro veneto. Cosa fece?

Angelo Remuzzi: «Ha solo gestito, senza fare investimenti. Sono stati azzerati i debiti fino alla vendita del gruppo a una nuova società, che si chiamava ISI - Industria Saccarifera Italiana. Era il 1986. Il nuovo gruppo subentrato ha poi iniziato a fare investimenti sullo stabilimento».

Quali sono gli anni che ricordate con più piacere?

Sergio Torti: «Io mi ricordo quando lavoravamo 12 ore al giorno per 7 giorni, e anche gli stipendi erano ottimi».

Angelo Remuzzi: «Dal ‘53 all’85 la fabbrica, anche nonostante il potenziamento nel ‘72, era rimasta piccola. È stato allora che è iniziata la crescita esponenziale continuata fino al 2003, quando c’è stato l’ultimo potenziamento e sono stati investiti 26 milioni di euro. Tre quarti di fabbrica sono stati rifatti come nuovi. Un periodo formidabile che sarebbe potuto continuare. Invece dopo tre anni è arrivata la chiusura».

Sapreste dirmi quante persone erano coinvolte nell’universo dello zuccherificio?

Patrizia Neve: «Nelle ultime campagne erano coinvolte 2100 aziende agricole, con 17.100 ettari di colture. Provenienti da Piemonte e Lombardia: provincie di Pavia, Alessandria, Asti, Novara, Vercelli e Torino. Come lavoratori, nell’ultima campagna del 2005 eravamo in cento stabili fra impiegati e operai, a cui si aggiungevano 179 avventizi. Dal ‘99 al 2002 eravamo mediamente, come lavoratori stabili, fra impiegati e operati, sempre intorno ai 100».

Angelo Remuzzi: «In passato, quando c’era meno meccanizzazione, si arrivava anche a 350/400 avventizi».

Come siete venuti a sapere, nel 2005, che rischiavate di perdere il posto di lavoro?

Sergio Torti: «Io ero nel comune nel mio paese, Molino; stavamo presentando un libro del cognato di Marcellino Gavio. Lui stesso era presente. A un certo punto mi disse: il tuo presidente oggi è in America, ma a fine anno chiudono tutto.

Era l’ottobre del 2005».

Patrizia Neve: «Quell’anno però c’era stata, prima della campagna bieticola, una riunione che si era svolta nel piazzale, con tutti i sindaci. Era nel periodo di presemina, verso aprile. In quell’occasione la proprietà ci aveva chiesto di potenziare al massimo il comprensorio agricolo per aumentare la produzione. Ci sembrava un po’ strano. Quell’anno andava bene anche un fazzoletto di terra, purché fosse messo in produzione».

Perché?

Angelo Remuzzi: «In seguito abbiamo scoperto che l’OCM zucchero (ovvero gli obiettivi della politica agricola della Comunità Europea, ndr) prevedeva un certo rimborso per l’impresa, in caso di chiusura, la cui entità era basata sulla quantità di zucchero prodotto l’anno prima».

Patrizia Neve: «Dovevamo sottoscrivere il massimo numero di contratti possibile per aumentare gli ettari coltivati a barbabietole. Ad ogni ettaro corrispondeva del saccarosio assegnato all’agricoltore. L’OCM prevedeva che, per ogni stabilimento destinato a chiudere, la società avrebbe ottenuto un contributo, in proporzione al saccarosio al quale rinunciava. Per cui più saccarosio avevi sottoscritto per la campagna 2005, più denaro ti sarebbe stato dato nel 2006 quando avresti chiuso lo stabilimento».

Sergio Torti: «Era da un paio d’anni che si parlava dell’OCM zucchero. Ma a livello politico e della proprietà tutti tranquillizzavano sulla realtà di Casei Gerola, la cui permanenza non era mai stata messa in discussione».

Quale destino hanno vissuto i lavoratori, nelle immediate adiacenze di quel fatidico 14 febbraio?

Sergio Torti: «Dopo che è stata decretata la chiusura c’è stata da subito la cassa integrazione a rotazione».

Patrizia Neve: «Alcuni hanno firmato e se ne sono andati subito. Per un periodo ci è stata data la possibilità di rimanere in servizio per vendere gli zuccheri stoccati, anche in tre depositi esterni, a Melzo, Sarmato e Rivoli, dove sono state smistate alcune maestranze di Casei».

Avete continuato a sperare in un esito diverso, per un certo periodo?

Patrizia Neve: «Si parlava di riconversione. All’inizio di una distilleria a bioetanolo. Anche per questo il più dei dipendenti era rimasto lì. Si sperava nella riconversione. La legge 81/2006, infatti, prevedeva la chiusura e la riconversione. Nel 2009 la speranza è finita».

Sergio Torti: «Tra il 2006 e il 2008 abbiamo smontato gli impianti all’avanguardia di Casei e li abbiamo rimontato a Pontelongo, in provincia di Padova, dove sono tuttora funzionanti. Ricordo che ero arrabbiatissimo, non volevo andarci, ma alla fine sono stato contento anche di quell’esperienza. Mi sono trovato bene e ho anche conosciuto tanti nuovi amici. Ma smontare l’impianto e portarlo via era una cosa che ci faceva arrabbiare…».

Angelo Remuzzi: «In pratica siamo usciti dallo zuccherificio a giugno 2009. L’area è stata per noi inaccessibile da allora».

Quando è stata messa la pietra tombale, secondo voi?

Sergio Torti: «Era già tutto deciso almeno dall’autunno del 2005».

Angelo Remuzzi: «Le chiusure degli altri stabilimenti sono avvenute a fine 2005. Quella di Casei è arrivata il 14 febbraio 2006, per San Valentino. È stata tenuta in bilico fino alla fine. Potevamo resistere anche all’OCM zucchero, perché lo stabilimento produceva uno zucchero di primissima qualità. Fra i più importanti clienti c’erano Ferrero, Coca Cola. Vendevamo zucchero anche all’estero. All’industria farmaceutica. Casei poteva contare su un comprensorio ampio e su macchinari all’avanguardia. Lo zucchero si vendeva. Non c’erano le condizioni per chiudere questo stabilimento».

Patrizia Neve: «Anche gli agricoltori avevano investito in macchinari, e hanno subito una bella fregatura».

Il clima è stato sempre molto familiare, anche nel momento di maggiore difficoltà…

Patrizia Neve: «Per noi non era soltanto un posto di lavoro. Era anche un luogo di aggregazione. A Casei tutte le persone sono sempre state accolte benissimo, e anche noi siamo stati accolti bene quando abbiamo avuto a che fare con altre situazioni. Era un po’ tutto il mondo saccarifero che funzionava in questo modo. Ricordo un aneddoto. Quando la proprietà si era accorta che il gruppo di Casei era così unito, aveva pensato di rompere un po’ questo schema. Anche se lo stabilimento andava bene. Giunse qui un direttore con questo compito. Ma alla fine abbiamo finto noi! Quel direttore, quando andò via, ebbe a dire: sono arrivato qui come conquistatore e sono rimasto conquistato».

Un legame, quello fra voi dipendenti, che si è manifestato nella sua massima espressione durante il periodo delle proteste.

Angelo Remuzzi: «C’è stato davvero un momento di grande unione. Ci sono stati i picchetti, il blocco dell’autostrada nel 2006, prima ancora che dichiarassero la chiusura. Era il periodo delle Olimpiadi Invernali a Torino. Si era riunito qui il Consiglio Provinciale. In quella fase tutte le realtà locali erano partecipi. Tutte le operazioni si sono svolte in sicurezza, anche con la collaborazione delle istituzioni. Non ci hanno osteggiato, ma non abbiamo nemmeno mai pensato né messo in essere atti pericolosi».

Un presidio di voi lavoratori è rimasto a Voghera, nella centralissima via Emilia, ancora per qualche anno…

Patrizia Neve: «C’era un appartamento di proprietà di Finbieticola, che era usato in precedenza come sede dell’Associazione Nazionale Bieticoltori. Anche i dipendenti dell’Associazione erano stati lasciati a casa, e quindi ci eravamo sistemati li. La sede formalmente è rimasta attiva fino a due anni fa, perché era ancora in atto il discorso della riconversione e quindi era rimasto come punto di riferimento. Mi pare che lo striscione sia ancora lì, appeso al balcone».

Riconversione che avrebbe dovuto essere già operativa da oltre un anno, se tutto fosse andato come previsto. Ormai anche questo è il passato.

Sergio Torti: «Dopo che è venuta meno l’ipotesi della produzione di bioetanolo, si era pensato di ripartire con la coltivazione del sorgo. Si sono fatti tre anni di sperimentazione in collaborazione con l’Università di Piacenza, ma sembra proprio che sia stato tutto annullato. Finbieticola ha passato la mano alla società Enel Green Power, ma anche questo non ha portato a niente».

Torniamo a parlare di argomenti più leggeri. Raccontatemi il clima che si respirava in azienda…

Patrizia Neve: «Parlo da donna, e devo precisare che fra i dipendenti fissi eravamo soltanto due donne. I restanti novantotto erano uomini. La cosa divertente delle campagne era il momento delle assunzioni. Tutti gli anni c’erano le ‘‘new entry’’ e i miei colleghi si ringalluzzivano... perché c’erano tante ragazze, studentesse universitarie. Si assisteva a vere e proprie passerelle al timbro del cartellino! Le amicizie, ogni anno, si allargavano. Ci sono stati tanti matrimoni fra i dipendenti; anche qualche separazione. Sono tanti i ‘‘figli dello zuccherificio’’. A gennaio finiva il periodo di maggiore impegno in azienda, e il caso vuole che i figli dei dipendenti nascevano tutti da settembre in avanti… è una statistica!».

Sergio Torti: «Quando c’era un problema tecnico in stabilimento non ci si chiedeva nemmeno se fosse il caso di fermarsi a fare lo straordinario: era istintivo l’aiutare il collega. Non c’era bisogno di chiedere… chi era in turno nel momento del bisogno si fermava a lavorare, e chi era a casa arrivava a dare una mano».

Patrizia Neve: «Nel 2004 ci fu quel black-out generale in tutta Italia. Un collega mi chiamò dallo stabilimento alle tre di notte sul cellulare… ‘‘Siamo in emergenza’’. Uscii subito di casa, percorsi quei due chilometri che mi separavano da casa… e trovai la vita: erano già tutti lì. Era impressionante».

Vi incontrate ancora, in alcune occasioni?

Sergio Torti: «Certo. Per esempio, una tradizione è quella di farci gli auguri tutti insieme per Natale, di organizzare una cena tutti assieme. Un gruppo è rimasto. A queste riunioni partecipa anche il nostro direttore storico, che ha ricoperto questo incarico dal 1978 al 1998: Francesco Zocca».

«Era la persona più umana che potessimo immaginare. A Natale partiva da casa e andava a fare gli auguri alle guardie… è lui che ha creato il gruppo e ci ha cresciuti. Noi abbiamo iniziato tutti da operai. Quando è arrivato eravamo già all’interno dello stabilimento, lui ha fatto crescere le risorse interne. La sua umanità era formidabile».

Quando vi capita di passare davanti all’area dell’ex zuccherificio, quali emozioni vi affiorano?

Patrizia Neve: «Solo rabbia.»

Sergio Torti: «Io guardo sempre la finestra del mio ufficio…».

Angelo Remuzzi: «Io, quando passo di lì, cerco i riferimenti. C’è ancora qualche traccia, e ripenso a come era la fabbrica».

Come si presenta oggi l’area dove sorgeva lo zuccherificio?

Sergio Torti: «L’area è stata bonificata. Restano solo la palazzina degli uffici e l’ex villa del direttore. Il resto è stato tutto abbattuto, e la natura sta riprendendo possesso dell’area».

Cosa è cambiata Casei Gerola con il venir meno di questa attività?

Angelo Remuzzi: «Il paese è un po’ morto. Oggi a Casei non abbiamo più i giornali, dato che non esiste un’edicola. All’epoca dello zuccherificio, invece…».

Sergio Torti: «Prima delle 6 del mattino passavano dal paese 70/80 persone per fare colazione prima dell’inizio del turno. Dopo le 6, altri 70/80 che si fermavano a fare colazione dopo aver smontato. I camionisti, poi, erano in numero impressionante».

Patrizia Neve: «Avevamo 450 camion in transito al giorno. I trasportatori facevano colazione, pranzavano, si fermavano qualche ora. Chiudendo lo zuccherificio ha un po’ chiuso anche il paese».

di Pier Luigi Feltri

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