Domenica, 12 Luglio 2020
 

C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPÒ LA RISCOPERTA DEL BOSCO: “RAMÀ I CASTÉGN... ADÈS TÙCA Ä VIÀTAR”

Le mode di oggi concepiscono il bosco come luogo di solo svago: tracking, lunghe passeggiate, gite a cavallo ed altre diavolerie che di veramente utile hanno però, la riscoperta del bosco e dei suoi incanti. Tanti anni fa non era esattamente così: il bosco era essenzialmente luogo di lavoro, taglio e trasporto della legna, ricerca di funghi concepita non come svago ma come necessità, pascolo per il bestiame e raccolta delle castagne e degli altri frutti del sottobosco.

-Andar per legna - Chi non possedeva boschi, concordava con i proprietari particelle boschive pronte per il taglio ceduo, in cambio di metà della legna che ne avrebbe ricavato, chi ne possedeva delimitava una porzione di bosco, provvedeva ad un’accurata pulizia degli sterpi e ramaglie di sottobosco e quindi iniziava i lavori di abbattimento annuale delle piante “tra sü i piànt”. Era un lavoro tipicamente invernale per la condizione vegetativa delle piante; armati di una scure grande o ascia, una piccola, una roncola e una grande sega, “l’äsgù, sgùlot, al pugarên e al räsgòn”, partivano di casa all’alba per una lunga ed impervia camminata nel gelo del mese di Febbraio per giungere sul luogo di lavoro, depositare gli attrezzi, appendere ad in albero un fagottino  contenente il pranzo: un salamino, un uovo sodo o una pallida frittatina, mezzo miccone, un paio di melette “pum travajên” o di pere dure come i calli delle loro mani “per jasö”. Non poteva e non doveva mancare mai una buona bottiglia di vino e un po’ d’acqua, poca per verità. Si iniziava a pulire per bene la zona individuata, a togliere tutto il sottobosco che poteva intralciare i lavori, a segnare le piantine che sarebbero rimaste come novellame e, finalmente, si iniziavano i lavori di abbattimento delle maestose querce “rusél” che nell’inverno, avrebbero riscaldato le membra ed il cuore di uomini semplici. Risuonava nei boschi, ritmico e profondo, il rumore della scure degli abbattitori, interrotta di tanto in tanto dallo “sramà” delle alte piante che cadevano; dopo un breve silenzio, il ritmo riprendeva intervallato da rare soste per una bevutina e una sigaretta. La giornata invernale sembrava rubata a quelle serene di primavera, anche se il freddo dell’inverno attanagliava la vegetazione, ma non disturbava quegli uomini di antica e ruvida tempra anzi, era normale, vederli in maniche di camicia sudati per il notevole sforzo messo in campo, in barba a temperature che neppure il pallido sole invernale riusciva minimamente ad intaccare. Da lontano il fido campanile della chiesetta batteva regolarmente le ore e, ai canonici dodici tocchi, ogni attività veniva interrotta: si cercava un comodo posticino dove srotolare il fagottino del pranzo e, in qualche caso, si richiamava il vicino di lavoro per condividere il rito e scambiare due chiacchiere. Una sana bevuta, una sigaretta, fumata in pace ed il lavoro riprendeva alacre per evitare di percorrere oltre il necessario il lungo tratto che divideva la casa dal bosco. Dopo l’abbattimento si provvedeva a sramàre la pianta e a ordinare in fascine ogni singolo ramo grande o piccolo che fosse, “cävsà”, così era denominata tale attività. Quindi si provvedeva a segare in pezzature regolari, le piante più grandi e ad accatastarle nelle vicinanze di impervie stradine all’interno dei boschi. Al termine dell’estate, si sarebbe prelevato la legna secca al punto giusto, per recapitarla in cascina. Il lavoro, spesso protratto per giorni o settimane, era terminato, il povero temporaneo boscaiolo distrutto dalla fatica, doveva curarsi le mani ispessite dai calli e dalle lesioni causate dal freddo e dal gran battere con l’ascia: il maiale come al solito, veniva a soccorrere i fratelli uomini, fornendo un unguento “la sònsa” che era un vero toccasana sulle mani di quei poveri figli della fatica e della speranza. Verso la metà dell’Agosto successivo con buoi, slitta e un figlio per il governo degli animali, si sarebbe provveduto a trasportare la legna a fondovalle, a caricarla sui carri e ad accatastarla sotto il portico di casa pronta per essere segata e sistemata per l’inverno. Due piante cariche di foglie verdi venivano aggiunte alla legna ormai secca: servivano a confezionare fascine “à fëja” che il contadino d’inverno presentava agli animali della stalla come alternativa a fieno e paglia.

-Andar per funghi - Questa è l’unica tra le attività rammentate, che univa l’utile, la necessità di disporre di funghi essiccati per la cucina di tutto un anno, al dilettevole, il piacere puro della ricerca di profumatissimi boleti splendidi alla vista, al tatto, al gusto e all’odorato. Non erano in molti a praticare questa antica attività divenuta nel tempo moda e competizione o, per meglio dire, non erano molti i giovani che andavano per funghi; generalmente erano donne o uomini anziani o comunque non giovanissimi, a girovagare per i boschi godendo prima ancora dell’agognato bottino, del profumo morbido del muschio, della pace, dei silenzi rotti da rapidi voli d’uccelli, dalla precipitosa fuga degli animali, abituali sovrani degli stessi o dal canto melodioso di usignoli, capinere ed allodole allora presenti in notevoli quantità. Ogni singola pianta, ogni ceppaia ed ogni tratto del suolo del bosco venivano sacralmente rispettate per permettere la regolare crescita dei funghi anche nel futuro. I luoghi di raccolta erano tenuti gelosamente segreti: ogni cercatore-raccoglitore, eludeva gli incontri di eventuali colleghi ad evitare che gli stessi potessero presumere le ceppaie da funghi note solo a lui - “sâp da fòns” -. Solo le persone molto anziane dubitando di poter proseguire l’attività,  indicavano a volte, alcuni di questi luoghi segretissimi a parenti o a giovani. Avevo quattordici anni, la mattinata non era stata molto proficua perché la nascita dei porcini andava scemando; ne avevo  in borsa solo sette ed erano ormai le nove passate. Ero molto lontano da casa e mi spiaceva ritornare con un bottino così scarso. Incontrai prima un cugino tartufaio e cercatore di funghi che ne aveva trovati una decina, così  disse quindi ne considerai il doppio perché, è cosa nota, i cercatori di funghi hanno uno strano rapporto con la verità. Mi imbattei successivamente in un vicino di casa, tartufaio-cacciatore-cercatore di funghi, nonché amico carissimo, che di funghi ne aveva trovati una ventina, pochi per lui che considerava una perdita di tempo faticare per un risultato così scarso. Era già molto anziano, camminava ricurvo sotto il peso degli anni e delle fatiche, mi guardò e disse «Stamattina abbiamo perso del tempo e ormai, data l’ora, le forze non mi permettono più di fare altra strada. Tu che sei giovane se vuoi, puoi andare nel fosso di Legra, dove sicuramente, in questa stagione e con questa fase lunare, troverai sette porcini».

Mi spiegò per bene la strada, la piccola radura e la piantina sotto la quale avrei trovato il piccolo tesoro e, dopo aver ringraziato, partii impaziente verso la meta. Scendendo capii perché l’anziano uomo aveva rinunciato: l’isola del tesoro era veramente lontana. Raggiunsi il fondovalle, cercai la stradina indicata e, sotto un sole insolito per un Settembre inoltrato, percorsi quasi correndo gli ultimi tratti dell’ombroso sentierino nel bosco fitto di alte querce e castagni. Giunsi infine in vista della piccola radura con la pianticella nel mezzo; non potevo crederci: uno, due, trè, quattro, cinque, sei splendidi porcini neri, sani e duri come la pietra erano attorno a me che evitavo di raccoglierli quasi a non voler spezzare l’incanto di quel momento  magico. Dopo aver ammirato ogni singolo fungo scostando con il bastone la lisca che in parte lo ricopriva, li raccolsi, li pulii da terreno della radice, li riposi nella borsa-fagottino con gli altri e, dopo aver riguardato bene, mi convinsi che non ve ne fossero altri. Mi incamminai sulla strada del ritorno dopo aver rimirato Cascina Legra e le attività agricole di fine settembre che animavano la gente che l’abitava. Oggi la cascina  e  i rustici sono stati ristrutturati, le antiche attività agricole quasi interamente abbandonate. L’Agroturismo Casina Legra richiama frotte di visitatori attratti dalla cordialità di Mauro e dalla superba cucina di Sandra, oltre che dall’incanto di luoghi immersi in una natura incontaminata e magica. La risalita e la calata verso casa mi sembrarono  più leggere, ma giunsi a destinazione a mezzogiorno passato.  Passai da “Gipêtu” ma il mio mentore era già a “fa al sugnë” come allora si usava - a fare il sonnellino pomeridiano - ; mi ripromisi di ringraziarlo il pomeriggio seguente ma non lo incontrai. Lo vidi due mattine dopo mentre stava accudendo gli animali della stalla. Lo salutai e lo ringraziai per la dritta che mi aveva permesso il ritrovamento di sei funghi. «Se ne hai trovato sei, uno l’hai lasciato là -  disse sorridendo - tornaci e troverai il settimo».

Mi avviai al bosco senza credere alle parole dell’amico ma, alle otto del mattino, dopo aver raccolto la miseria di un solo porcino e due ovuli e trovandomi negli stessi luoghi di due giorni prima, mi venne la tentazione di verificare quanto affermato con sicurezza dal vecchio cercatore poche ore prima. Detto, fatto: discesa verso il fondo valle e cascina Legra, stradina ormai conosciuta, piccola radura con la pianticella, ma niente funghi. Mentre sorridendo stavo per andarmene, in adiacenza al fusto della piccola pianta, notai un leggero rigonfiamento: scostai le foglie ed un bellissimo porcino chiaro fece capolino. Lo raccolsi pensando all’amico e alla risata che avrebbe fatto alla notizia che confermava la tenacia dell’allievo ma anche la sua enorme esperienza. Questo era andar per funghi. Ora truppe compatte di pensionati, donne, bambini, sfaticati ed incolti, percorrono vocianti i silenzi preziosi dei boschi, raspano come solo animali incivili sanno fare, tutto ciò che trovano sul loro cammino, gettano carte, bottiglie, fazzoletti e borse di plastica ovunque le loro bussole impazzite li conducono, raccolgono ogni genere di funghi anche velenosi ed a volte, fortunatamente, li mangiano pure. è tale la stupidità e l’insipienza di molti che ogni anno assistiamo a decine di avvelenamenti causati dalla superficialità e dalla dabbenaggine. Il malessere che  provocano questi personaggi costringe i veri cercatori ad evitare di andar per boschi alla ricerca di funghi nei periodi di invasione dalle schiere sopra richiamate ed a frequentare i boschi solo ad inizio e fine della cosiddetta “nâsiòn” per incontrare poche persone e rivivere in parte, le sensazioni e le armonie di tempi ormai lontani.

-Andar per pascoli - Condurre il bestiame al pascolo nei boschi è attività che rimonta a tempi molto lontani; tra le due guerre era molto diffusa ma, nel tempo, è andata viepiù scemando sino a sparire negli anni sessanta. Pascolare nei boschi era attività molto diversa dal liberare gli animali nei prati coltivati: tutto si svolgeva nelle adiacenze della fattoria e non occorreva una particolare sorveglianza. Pascolare significava invece condurre le greggi di varia natura al pascolo su terreni non sfalciati; nel bosco il foraggiamento era fornito dalla lisca e dalle piantine del sottobosco. Il termine lisca in dialetto non ha lo stesso significato del termine italiano: indica l’erba comune del sottobosco, impossibile da raccogliere in altro modo oltre a quello diretto degli animali. In genere i contadini oltrepadani conducevano al pascolo i buoi, la mucca, uno o più vitelli, qualche raro asino o mulo, qualche pecora e i pochissimi cavalli di cui disponevano. Occorreva risparmiare il poco fieno a disposizione in cascina e quindi alimentare in altro modo gli animali della fattoria. Una dondolante campanella ornava il collo di almeno uno di loro, generalmente la mucca più anziana, che guidava la lenta processione che si intersecava con altre simili, sino a giungere al bosco ove si dividevano in piccoli gruppi omogenei per appartenenza. Il compito degli improvvisati mandriani era appunto quello di non lasciare sbrancare gli animali, tenerli lontano da eventuali zone pericolose, ricercare le zone ombrose nei momenti più caldi della giornata ed infine, ricondurre a sera gli animali alla fattoria, dopo averli abbeverati nel torrente Ardivestra. Non mancavano le occasione alle donne ed ai ragazzi e signorine che svolgevano le attività descritte, per incontrarsi chiacchierare, giocare o farsi dispetti, pur molto attenti alle attività degli animali che, dopo aver pascolato a lungo, si coricavano per ruminare in pace nel silenzio del bosco. Nei periodi caldi il vero tormento per uomini ed animali erano gli insetti, particolarmente grossi tafani che letteralmente succhiavano il sangue e la pazienza, gli animali si difendevano con tremolii della spessa pelle, con lo sbattere della lunga coda o strusciandosi contro le frasche del sottobosco, le donne e i ragazzi sventolandosi con mazzetti di frasche ricche di foglie. In primavera e d’autunno capitava che i pascolanti fossero sorpresi da improvvisi acquazzoni che costringevano le genti a cercar riparo sotto le piante più grandi, commettendo con questo una grave imprudenza perché, gli alberi molto alti, come successivamente la scienza ha dimostrato, attirano i fulmini. Se il temporale non accennava a risolversi le bagnate colonne tornavano anzitempo in fattoria dove, prima di provvedere agli uomini, si asciugavano con manciate di paglia gli animali e si forniva loro il fieno che non avevano potuto procurarsi altrimenti. D’autunno, uno dei passatempi preferiti dei pastori-monelli, era la cottura dei prugnoli su una tegola sorretta da due bastoni appositamente raccolti e sagomati. Si scaldava l’improvvisato contenitore con un allegro fuocherello controllato a vista per evitare incendi. I prugnoli “bargnö” tostavano piano, piano sfrigolando e diffondendo un delicato profumino. I monelli non attendevano la completa tostatura: piluccavano bruciandosi le dita ed il palato ma ridacchiando felici di gustare una loro creazione. Nell’ultimo dopoguerra il pascolo nei boschi è gradatamente scemato sino a scomparire lasciando ricordi indelebili in chi l’ha vissuto magari rinunciando forzatamente alla scuola: non era insolito che dopo aver frequentato i primi due anni della scuola elementare o anche prima, un genitore si presentasse alla maestra per informarla che il rampollo per motivi da ricercarsi esclusivamente nella povertà, non avrebbe più frequentato se non d’inverno la scuola perché doveva svolgere altre attività; o andava a garzone “andà pär gärsòn” o restava in famiglia provvedendo al pascolo delle bestie “andà a fö coi bésti”.

-Andar per castagne - se l’Autunno ha un ambasciatore, questo è senza meno la castagna che, con la vendemmia e la nascita dei funghi, segna l’avvento della stagione più dolce dell’anno. Colori pastello, tenui, atmosfere soffuse, suoni sincopati e nebbioline che si disperdono nella bruma del mattino: questo e molto altro è l’autunno oltrepadano; vigneti colorati macchiano i crinali coltivati mentre i boschi vanno assumendo colori diversi, delicati verdi con mille sfumature, ocra e marroni di varie intensità, macchie rossastre che incidono i pendii quali pennellate impazzite di un’opera misteriosa e magica. La stagione delle castagne: di buon mattino giovani ed anziani si avviavano su percorsi conosciuti ed impervi con il sacchettino di iuta per raccogliere le castagne cadute nella notte “crughël” e, non visti, per dare qualche colpetto di pertica ai rami di piante di proprietà altrui “ramà i castégn ad iàtär”. Molte volte, ciò risultava impossibile, perché i proprietari delle piante erano i più mattinieri e presidiavano i preziosi frutti. Si compiva un lungo giro per i boschi, vuoi per intercettare i migliori frutti di piante all’uopo innestate, vuoi per evitare proprietari petulanti che mettevano a dura prova nervi e pazienza, vuoi per ricercare i preziosi marroni rari e ben custoditi. Il bosco diveniva un luogo d’incontro, una boccata d’aria pura prima dell’inverno lungo e silenzioso, una scampagnata gioiosa finalizzata alla raccolta delle castagne e dei funghi se ve n’erano. Noi ragazzi profittavamo degli ultimi giorni di vacanze estive del mese di Settembre per recarci quotidianamente nei boschi anche se, il periodo migliore, era rappresentato dalla prima quindicina di Ottobre. Le scuole erano ormai iniziate ma noi pargoli, dopo le lezioni, di corsa con il sacchetto nei boschi per raccogliere un frutto dolce ed energetico cucinato in modi diversi. Le castagne raccolte venivano consumate cotte nell’acqua o arrostite sul coperchio in ghisa della stufa di casa “bälât e bästarnà” oppure venivano poste in ammollo nell’acqua per nove giorni e quindi asciugate e riposte nel magazzino. Se l’operazione era condotta con i dovuti criteri, le castagne così trattate si conservavano per mesi e mesi pur perdendo in parte l’originaria fragranza. Se di contro le operazioni non venivano eseguite correttamente, i frutti si avariavano o, comunque, acquisivano un cattivo sapore finendo per divenire apprezzato pasto dai maiali. Per pochi fortunati proprietari di piante di castagne innestate, “däsmèsti” - domestiche - o di marroni “maròn”, esisteva un altro metodo di conservazione del dolce frutto di stagione: nonna Ernestina, ogni anno, ne rinnovava la tradizione. Partenza di buon mattino con i buoi, la slitta carica di sette o otto sporte di robuste listarelle di castagno, un paio di cestine, una roncola, ed una cesoia. Verso le otto, dopo un’erta salita che metteva a dura prova il fiato e la vitalità di uomini e animali, si raggiungevano in località “Ciäparèn”, le tre castagne innestate di proprietà; una in particolare era da molti conosciuta come “ä castégna göba ad Mìliu”. Enorme e tutta ripiegata su di un fianco costituiva un valido riparo alla pioggia se necessario. L’arsadù liberava le bestie dal giogo e le lasciava libere al pascolo, con la roncola realizzava una lunga pertica, saliva sulla pianta destinata e cominciava a battere i rami per staccare “i rìs”, i ricci di castagne che precipitavano al suolo a volte aprendosi a volte rimanendo integri e chiusi. Mentre Lui provvedeva a “ramà i castégn”, i ragazzi con la nonna pulivano il suolo nei pressi delle altre piante da “ramà”. Ultimata la prima pianta, papà saliva sulla seconda e quindi sulla terza, scendendo infine sudato ed ansimante. “adès tùca ä viàtar” diceva -ora è il vostro turno-, sedendosi e bevendo di gusto buono un goccio di barbera onesto e generoso come sanno esserlo le cose semplici e naturali. Nonna aveva provveduto a tagliare con la cesoia delle mollette, bacchettine biforcute che, correttamente usate, servivano a prendere delicatamente “ i rìs “ da terra e a buttarli dentro le capaci ceste, senza pungersi le mani. Ultimata tale operazione si raccoglievano le castagne che erano sparse sul terreno e quindi, caricata per bene la slitta, legate le ceste per evitare si rovesciassero durante il tragitto ed aggiogati i buoi, si faceva ritorno a casa dove le ceste scaricate e ricoperte dalla pula del frumento, venivano lasciate all’aperto ed i frutti in esse contenute, venivano consumati sino all’Aprile successivo freschissimi come appena colti. Si prendevano i ricci di castagne, una scorza spinosa che proteggeva i frutti all’interno, si aprivano con il sapiente uso del calcagno della scarpa ed emergevano lucide castagne fresche come appena colte per almeno sei mesi dalla raccolta. Si cuocevano ed era veramente eccezionale al gusto dove, il dolce carnoso dei frutti era vinto da un profumo che le altre castagne altrimenti conservate, più non avevano. Vi era un ultimo modo di conservazione e d’uso delle castagne: essiccarle sbucciarle, pulirle e quindi prepararle per un futuro consumo, quale le tradizionale castagne secche cotte nel latte o nell’acqua nella ricorrenza di S. Antonio il 17 gennaio di ogni anno. In alta montagna era in uso macinarle e ricavarne farine e paste ancora in uso ed apprezzatissime nella cucina tradizionale ma anche dall’alta cucina moderna. Castagne, pascoli, funghi e legna; il bosco era ed è ancora prodigo con chi lo rispetta, offre questi doni ed altri ancora, fragole, lamponi, nocciole e tante altre bacche o frutti commestibili, offre però, oltre a tutte queste splendide opportunità, l’incanto delle sue atmosfere, dei suoi odori, dei suoi rumori e delle magie che solo il bosco con i suoi misteri e i suoi fruscii sa rendere a chi tende l’orecchio ed il cuore verso di lui.

di Giuliano Cereghini

 
 
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