Lunedì, 16 Dicembre 2019

FORTUNAGO - LA CASA DI PAGLIA, LA BIOEDILIZIA CONQUISTERÀ IL MONDO?

“La casa di paglia” non è il titolo della prossima serie targata Netflix. È la storia di Alain Lanot e Viviana Vignandel, la cui scelta di trasferirsi in Oltrepò poteva rappresentare un punto di arrivo: è stata al contrario il punto di partenza. Con una scelta coraggiosissima, infatti, quella che era una coppia di manager affermati si è trasformata in una famiglia di quattro persone (e due pecore), ma allo stesso tempo in un’azienda agricola, in un ristorante, in un laboratorio di idee e di produzioni ‘‘stravaganti’’, come loro stessi le definiscono. Per un’esperienza di vita che, dopo mille altre vite passate in giro per il mondo, potrebbe essere quella definitiva; quella giusta con cui convivere a tempo indeterminato. Molti avranno probabilmente sentito parlare di questa ‘‘casa di paglia’’, sorta da alcuni anni a Costa Galeazzi, frazione di Fortunago. ‘‘Di paglia’’ di nome e di fatto, dal momento che l’abitazione di questi due innovatori è fatta in modo semplice; con un po’ di legname, con argilla quanto basta, e con la paglia cresciuta nei loro quattro ettari di terreno. Strana a dirsi, ma semplice a visitarsi: la casa è aperta a condivisioni e contaminazioni di ogni tipo. Una specie di porto, là dove ormai da milioni di anni il mare non c’è più; un po’ punto di approdo, un po’ punto di partenza. Per quale delle due ipotesi propendere, lo si decide a cuore aperto. Come del resto lo è il loro, ogni volta che raccontano la propria storia. Una storia che intreccia le vicende personali con un dialogo franco e aperto con il territorio, ed in particolare con gli altri attori dell’offerta enogastronomica e ricettiva. Il punto di vista di Viviana e Alain è quello di due persone che si sono innamorate dell’Oltrepò Pavese, ma che sono in grado di osservarlo - e di descriverlo - con occhi non viziati da inerzia o abitudine. Per questo abbiamo chiesto loro di raccontarsi e di raccontarci. Di raccontarci la loro vita a casa nostra.

Come nasce questa vostra esperienza?

«La casa è stata concepita con l’idea di essere una casa aperta. Ci siamo dati questo impegno e fa parte del gioco. La nostra è un’esperienza di vita e di famiglia, abbiamo deciso di lasciare Milano e di inventarci una vita qui. Lo spirito è quella di un’azienda agricola in grado di far vivere una famiglia, ma con la ricerca di un’agricoltura in linea con l’ambiente».

Cosa c’era qui, prima del vostro arrivo?

«Era un campo di erba medica. Siamo partiti da zero e senza reti di protezione, se non i nostri due stipendi. Lavoravamo entrambi in due multinazionali straniere».

E come siete arrivati a Fortunago?

«Abbiamo cercato per dieci anni un figlio che non arrivava, alla fine ci eravamo quasi arresi. Però avevamo deciso di adottare… un orto. A Cascina Brera, poco fuori Milano. Insieme ad altre 15 famiglie abbiamo iniziato a sperimentare, nel tempo libero, questa nuova passione, affacciandoci al mondo della permacultura. Che è anche e soprattutto una “forma mentis”».

Come avete scoperto l’Oltrepò Pavese?

«Galeotto fu un pranzo in Oltrepò, invitati a pranzo da una collega. Alain, che è un giramondo, ormai 16 anni fa ha deciso che in questo posto poteva mettere radici. Quindi ci siamo detti: perché non cercare un terreno qui e iniziare a mettere a frutto l’esperienza dell’orto. Era il 2006. Non avevamo né radici né famiglia qui, né alcun altro tipo di attaccamento a questa terra, che prima non conoscevamo proprio… non eravamo mai venuti in Oltrepò. Avevamo vissuto in Giappone, in Canada, in Cina, In Francia, prima di approdare a Milano».

Il primo impatto sarà stato traumatico.

«Eravamo abituati alla città, e ci siamo trovati in una frazione di Fortunago in anni in cui non c’era più quasi nessuno. Un paese dove l’età media è altissima, arrivano a 104 anni di età. Comunque abbiamo deciso di prendere in affitto una casetta. Avevamo novantenni come vicini…».

Come eravate visti dagli indigeni?

«All’inizio, con questa storia dell’orto, eravamo visti come i classici milanesi in cerca di un divertimento per il fine settimana; forse anche pretenziosi, visto che abbiamo iniziato da subito con l’idea di sperimentare. Vedevano come non vangavamo, come non bagnavamo il terreno, come piantavamo le patate sotto paglia, per fare qualche esempio… Poi hanno iniziato a vedere che coltivando come noi si faceva meno fatica».

Certo l’idea di una casa di paglia rappresenta qualcosa di ben più innovativo e, se vogliamo, vistoso. Come è stata realizzata?

«Abbiamo iniziato nel 2007 a costruire un prototipo. A fine 2012 è iniziato lo scavo per quella che sarebbe stata la nostra casa, e nel 2015 abbiamo aperto come agriturismo “in famiglia”. Abbiamo iniziato a ricevere presto visite dalla Nuova Zelanda, dal Belgio, di persone interessate alla bioedilizia. Siamo diventati un cantiere a cielo aperto di sperimentazioni varie, senza avere la pretesa di insegnare a qualcuno ma nell’ottica di condividere questo nostro percorso, che da un lato consisteva nel consociare le piante, dall’altro nell’impastare l’argilla per farne dei muri. Ora stiamo costruendo una nuova struttura, sempre di paglia, che ospiterà le nostre camere private e quelle per gli ospiti».

Avete notizia di qualcuno che abbia seguito questo vostro esempio?

«Dopo di noi altre famiglie hanno fatto questa scelta. Sappiamo di altre cinque case di paglia che sono sorte in Oltrepò. Dopo aver constatato che si trattava di una scelta possibile. Abbiamo scelto di lavorare con un’impresa locale, utilizzando manodopera locale. Anche i materiali e i progettisti sono locali. Anche questo ha contaminato, ha diffuso in una certa misura un nuovo modo di fare edilizia».

Quanto costa costruire una casa di paglia?

«Costruire una casa di paglia costa all’incirca 800 euro al metro quadro. Ma il risparmio non è solo sulla costruzione. Ci sono moltissimi vantaggi per quanto riguarda la salubrità, l’impatto ambientale, la manutenzione, le prestazioni energetiche della casa (che è certificata il Classe A). La paglia è un eccellente isolante, sia dal punto di vista termico che acustico. Altra particolarità è che i muri respirano: c’è un naturale ricambio d’aria, che influisce molto positivamente sull’umidità. Poi la casa è antisismica».

Parliamo, invece, di quello che è successo alla vostra vita in questi ultimi anni. Viviana…

«Sono arrivati due figli in due anni, quindi le priorità sono un po’ cambiate. Io ho lasciato quasi subito il lavoro, nel 2009. Con due figli non era più possibile. Avevo una carriera con un ottimo stipendio, con una posizione sociale… non eravamo in crisi, abbiamo proprio operato una scelta drastica. Ho lasciato il mio lavoro in un momento bellissimo».

Qual era la sua professione?

«Lavoravo fianco a fianco con il signor Boiron, per cui mi occupavo di tutta la comunicazione interna ed esterna. Ero nel ramo pubbliche relazioni, avevo a che fare con tantissime persone. E mi sono ritrovata qui, sulle colline dell’Oltrepò, in due anni terribili, dove la temperatura è scesa anche a -17°. In quelle condizioni dalla terra non veniva niente, il cantiere era difficile da portare avanti, avevamo fango dappertutto… A volte pensavo che non sarebbe mai finito. A Milano avevo tante cose da fare, energie da investire… soprattutto un ruolo sociale. Qui, di colpo, non ero nessuno».

C’è stato qualche momento in cui lo sconforto ha rischiato di prendere il sopravvento?

«C’è stata una volta in cui Alain mi ha detto: devi essere davvero innamorata per avermi seguito fin qui… Ma siamo sopravvissuti, e bisognava inventarsi un mestiere. Alain per i primi anni ha continuato a mantenere il suo lavoro a Milano, in Citroen, dove si occupava di marketing. Ricordo sempre l’immagine di questa casa vecchia, fredda, che avevamo affittato qui vicino. Si alzava verso le 5 del mattino per accendere le stufe, si vestiva con giacca e cravatta, apriva le imposte e magari scopriva che c’erano due metri di neve da spalare».

Difficile ambientarsi in quelle condizioni

«Io non uscivo mai. Ogni tanto passava magari il postino o qualche vicino, che si preoccupavano per me. Mi chiedevano se avessi bisogno di qualcosa, dal negozio, dalla farmacia… Pian piano siamo stati un po’ adottati dai nostri vicini, e dagli altri abitanti del paese. Poi è iniziata la fase della curiosità mediatica, con il servizio trasmesso dalla Rai International. Abbiamo iniziato ad essere la mascotte del paese, facevamo un po’ da vetrina anche ad altre realtà locali. Nei primi anni abbiamo veramente dedicato molto tempo a integrarci, più che a fare commercio. Abbiamo cercato di realizzare una rete con altri produttori e di inserirci in un borgo rispettandolo, interessandoci agli eventi locali, alle tradizioni. Cercando di lasciare sempre la nostra porta aperta».

Alain, come avete iniziato?

«Nel 2009 abbiamo organizzato in paese un evento internazionale, Fortunalia, coinvolgendo anche artisti francesi dal mio territorio di origine. Erano presenti 60 produttori con le loro specialità, artisti, artigiani e produttori del territorio. Volevamo qualcosa che andasse oltre la classica festa della salamella, che valorizzasse il km0. Devo dire che questa è stata una parentesi, ci siamo accorti che eravamo ancora un po’ troppo forestieri. Allora abbiamo puntato sugli eventi a casa nostra. Riunioni con vari produttori, con il supporto di enti esterni come la Comunità Montana e il Gal… anche se da parte delle istituzioni non c’è stata una grande risposta».

Come è proseguito il vostro dialogo con il territorio?

«Fin dall’inizio abbiamo cercato di legarci a questo territorio e di promuoverlo, e abbiamo poi proseguito con questo intento. Quando abbiamo finalmente avuto uno spazio nostro la prima cosa che abbiamo organizzato sono stati i “caffè alternativi”, dove riunivamo artisti e studiosi dell’Oltrepò, sconosciuti o quasi, riuscendo ad ottenere anche spazio sulla stampa. Li proponiamo tutt’ora. Non c’è un interesse economico in queste iniziative, ma un’ottica di condivisione. Una volta abbiamo la sartina, un’altra lo scultore, il botanico… è un laboratorio di esperienze. Un crocevia di talenti. Creiamo eventi che possono essere passeggiate botaniche alla scoperta orchidee selvatiche, oppure la “cena di Ippocrate”, con la presenza di un erborista... una lezione mangiando».

Rapporti con gli altri rappresentanti del comparto?

«A noi interessa molto il km 0. Facciamo una specie di co-marketing, ci promuoviamo a vicenda con altri produttori, stabiliamo i nostri menu in base alla stagionalità e alla disponibilità di prodotti in zona. Anche per quanto riguarda i vini: ogni due mesi introduciamo un nuovo produttore, per dare visibilità a dare a tutti quelli che fanno parte del panorama del nostro circondario. Spesso proponiamo cene con il produttore: la nostra idea è quella mettere un volto nel piatto».

Ho letto che nei vostri primi anni in Oltrepò usavate ricorrere a un sistema di pagamento, o meglio di scambio, al quale non siamo certo più abituati: il baratto. Viviana, di cosa si trattava?

«Le nostre produzioni sono nate da un periodo a rischio di depressione post partum. Non avevo più un lavoro, i bimbi erano piccoli e avevano bisogno di mille attenzioni, gli inverni erano rigidi… Dovevo inventarmi qualcosa, e sono nate le ‘‘confetture stravaganti’’. Il primo prodotto è stato una gelatina al rosmarino. Praticamente abbiamo iniziato con un baratto, perché c’erano persone interessate ai miei prodotti e io, al contrario, avevo bisogno dei loro. Quando avevo necessità della parrucchiera per i bambini, magari portavo in cambio le mie scorzette arancia. Andavo in cartoleria, e magari mi chiedevano di assaggiare l’anice stellato. Barattavamo di tutto. La chiamo “economia sovversiva”».

Una ‘‘sovversione’’ che avete portato anche su qualche grande palcoscenico…

«Dal baratto siamo finiti anche al “mercato del Duomo”, nella piazza principale di Milano, come parte di un esperimento di Autogrill. A me era stato affidato il ruolo di ‘‘donna immagine’’, essendo abituata a mantenere i ritmi delle pubbliche relazioni. È stata una bellissima esperienza, anche molto impegnativa».

Un modo per farsi conoscere, anche.

«Per farci conoscere avevamo iniziato a partecipare a mercatini e fiere. Era difficile, si doveva stare tutto il giorno fuori, al freddo. Ma da qualche parte bisognava iniziare. Ora nei weekend abbiamo sempre ospiti a tavola, quindi le persone acquistano qui. Attualmente produciamo 8mila vasi l’anno, che vanno dagli agrodolci ai sali aromatici, al dado vegetale; paté di verdure, confetture, da degustare anche con formaggi o con bolliti, miele, farina, biscotti, gelatine… Il problema è che non abbiamo mai abbastanza da offrire: il terreno è sempre grande quattro ettari, come all’inizio. Ma la nostra idea è quella di mantenere questa rotta. Anche perché non abbiamo mezzi meccanici».

Alain, come crescono, allora, i vostri prodotti?

«Coltiviamo ad orto 2.500 metri quadrati dal 2007. Da allora i terreni non sono mai stati lavorati. Facciamo un’agricoltura naturale: aggiungiamo letame, compost, e lasciamo le piante in piedi a fine stagione, perché le radici hanno intorno a loro tutta una vita microbiologica, e questa vita permette al sistema di sopravvivere durante l’inverno. Ricopriamo il terreno con la paglia, che d’estate lascia umidità nel terreno e durante l’inverno protegge dal gelo. Questa tecnica permette di rigenerare il terreno e di renderlo fertile. Il terreno non è un materiale inerte, ma presenta una vitalità. Se lasci fare la natura, il terreno rende molto di più. Non vanghiamo, anche perché l’argilla durissima. Vangando è come se volessimo mettere le farfalle sotto terra e i pesci fuori dall’acqua. Insomma cerchiamo di unire la teoria alla necessità di ottimizzare energie».

E di condividere con gli altri quello che scoprite…

«Non siamo esperti in niente. Sperimentiamo e condividiamo quello che impariamo: se qualcuno vuole venire, proporci un’idea, una pratica ecosostenibile, noi siamo sempre pronti ad ascoltarlo. Facciamo solo rippare il terreno, e vedo il che grano non ha particolari difficoltà a crescere».

Da dove provengono i vostri ospiti?

«C’è di tutto. Abbiamo molti cacciatori, tartufai o abitanti locali, persone che arrivano da grandi città come Milano, Torino e Genova; anche dal Veneto, ultimamente. Si tratta di persone che fanno magari anche duecento chilometri per comprarsi una giardiniera che hanno assaggiato l’anno prima. Anche diversi ristoratori…».

Tutti siamo sempre alla ricerca della novità…

«Quando i ristoratori vengono a casa nostra, Alain è il primo a esserne felicissimo, e io magari penso che dopo tutto sono anche concorrenti... Ma in fondo, se uno propone il territorio, tutti ne abbiamo benefici. Quando ci chiama qualcuno per venire a cena da noi, e siamo al completo, consiglio dove alto potrebbero andare e rimanere soddisfatti. Queste potenzialità possono essere sfruttate nell’interesse di tutti. Quando si riesce a creare qualcosa che funziona, tutti gli attori del territorio ne beneficiano. L’Oltrepò ha una posizione perfetta, incantevole: un’ora o meno da Milano e da Genova, poco più da Torino e Brescia, senza parlare di Piacenza e di tutta l’Emilia».

Che idea si fanno i visitatori dell’Oltrepò e di Fortunago?

«L’idea è quella di una piccola Toscana. Di un borgo che è un gioiellino, ristrutturato molto bene, anche se un po’ povero di attrattività commerciale. Rispetto alla nostra casa credo che il 90% delle persone abbia capito lo spirito che ci sta dietro e percepito il coraggio. Il fatto che esteticamente non sia perfetta e manchino ancora alcune cosa passa in secondo piano, cosa per me stranissima. Tornano per la convivialità, per sentirsi a casa, per l’accoglienza. Vengono a rivedere l’orto. E ci chiedono come sta la pecora…».

di Pier Luigi Feltri

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