Martedì, 18 Febbraio 2020

OLTREPÒ PAVESE - LA VENDEMMIA: “SPÒRT, CÄSËT E CÄVÀGN”

La bellezza struggente e melanconica dell’autunno, era ed è sublimata dai colori dei vigneti e dalle tinte pastello dei boschi d’Oltrepò. In autunno i boschi, filtri dei venti di tramontana e di levante, artefici segreti della maturazione del maestoso salame della tradizione oltrepadana, mutano colori e forme per preparare l’alta collina ai rigori ed ai silenzi dell’inverno.

Una magia di colori e sfumature laccate, pervade l’ambiente circostante con tinte calde e morbide che contrastano in parte con i vivaci colori dei vigneti.

La vite, nella sua saggia concretezza, prima di presentarsi al letargo invernale, riassorbe dal terreno tutte le impurità che le radici hanno scaricato durante l’anno, trasferendole alle foglie destinate presto a cadere. Colori rossi sgargianti, gialli ocra o paglierini, verdi brillanti, cupi neri screziati da vivaci pennellate di rosato o violetto, sembrano ribellarsi all’inverno ed al triste destino dei loro supporti, quasi ad accendere un mondo rurale ormai votato agli oscuri e spogli silenzi dell’inverno.

I temporali sempre più numerosi, dilavano uomini e cose, la collina respira un’aria nuova: silenziosa arriva la vendemmia mentre le foglie ormai stanche, rabbrividiscono ai primi fremiti d’autunno. Poi, il silenzio si impadronirà di quei filari che, sino a pochi giorni prima, erano pervasi da attività frenetiche, grida gioiose, incitamenti e canti che da sempre accompagnano questo lavoro. La poesia della vendemmia manuale, la poesia della vendemmia di una volta, dove gli attori erano i familiari, qualche parente e i vicini di casa. La poesia dello stare assieme, la voglia di chiacchierare perché l’attività lo permetteva, i canti che a volte si levavano dal luogo di un lavoro che, se pur piacevole, era molto faticoso. “L’ arsadù” cominciava con il preparare la cantina: “la tëna” il tino, “i vasê” le botti, “i sgàs” i setacci e quant’altro occorrente per la pigiatura. Riempiva d’acqua la “navàsâ”, bigoncia, per verificarne la tenuta o per scoprire le eventuali perdite che venivano prontamente riparate applicando un particolare mastice che, dopo le opportune verifiche, serviva anche per il tino e le botti.

Il contadino provvedeva successivamente ad un metodico controllo delle ceste, prima di vimini o listarelle di castagno poi di plastica, delle cassette, delle cestine e di ogni altro contenitore usato per la raccolta. “Spòrt, cäsët e cävàgn”. L’attività vera e propria, seguiva un calendario prefissato dall’agricoltore che teneva conto della varietà e della destinazione del prodotto: prima si provvedeva alla raccolta del moscato, poi dell’altra uva bianca ed infine dell’uva nera. Nel contempo, prima si coglieva l’uva destinata alla vendita diretta, poi al conferimento alla cantina sociale e da ultimo il prodotto da pigiare che risultava in tal modo più maturo e quindi, avrebbe dato un vino di qualità speciale. L’agricoltore nei tempi andati, raramente vendeva il vino, pigiava la giusta quantità d’uva per le proprie esigenze ed al massimo quelle dei tradizionali aiutanti che, per l’attività prestata, gradivano qualche damigiana di buon vino in luogo di altre mercedi.

L’inizio ufficiale della vendemmia era generalmente stabilito dagli acquirenti, stanchi delle continue pressioni degli agricoltori circa la necessità di provvedere al più presto alla raccolta per il pericolo di maltempo. In merito alla paura di danni causati dal tempo cattivo, in Oltrepò si affermava che il vignaiolo passava quasi tutto l’anno con lo sguardo rivolto al cielo temendo avversità che avrebbero potuto danneggiare il raccolto. In primavera le gelate potevano compromettere l’annata bruciando i germogli della vite, in estate eventuali grandinate potevano compromettere non solo il raccolto dell’anno ma anche quello futuro danneggiando anche i tralci oltre che i grappoli ed infine in autunno, la nebbia e la pioggia poteva portare a marcescenza l’uva determinando una cattiva raccolta, un prodotto scadente, un prezzo di vendita inferiore ed infine un vino di scarsa qualità.

L’uva destinata alla cessione sul mercato, era rigorosamente controllata dal proprietario che non voleva grane o contestazioni future da parte dell’acquirente che, spesso, era presente e verificava in prima persona la qualità e la maturazione dell’uva raccolta. Le cassette o le ceste allineate in fondo al vigneto in un luogo di facile accesso, erano man mano riempite dai raccoglitori o per meglio dire, da uomini addetti a questa specifica attività molto pesante, in modo da evitare di sottoporre donne, bambini ed anziani, che recidevano i grappoli, a sforzi eccessivi e pericolosi. Col bel tempo si lavorava di lena e in allegria anche se la stanchezza fisica accompagnava i lavoratori ad un rapido sonno appena ultimata Ia scarna cena.

Spesso i vendemmiatori rompevano la monotonia e la ripetitività del lavoro, raccontando chi storie di vita, chi innocui pettegolezzi e, i più anziani tra gli uomini, storie militari della loro gioventù che spesso aveva intersecato guerre tra le più tragiche e sanguinose. Nelle giornate migliori, spesso una canzoncina intonata sottovoce, si alzava gradatamente di tono sino a coinvolgere tutti in un’armoniosa canzone che pareva alleviare la fatica di grandi e piccoli.

Giovani ragazze falsamente timide e baldi giovanotti, tragicamente illusi di conquistare alcunché se non voluto dalle sunnominate timidone, si lanciavano sguardi, frecciatine e piccole attenzioni che spesso popolavano di dolci sogni le solitarie notti. Nei tristi anni in cui il tempo in vendemmia era cattivo, il lavoro oltre al fatto di essere più pesante, era più lungo, più faticoso e non portava i risultati sperati al contadino: tanta fatica per raccogliere un prodotto deprezzato, di qualità scadente, ormai deteriorato dell’acqua e dall’umidità, che avrebbe dato un vino di scarsa qualità e di difficile conservazione.

Ultimata la raccolta dell’uva destinata alla vendita a privati o a commercianti, si iniziava a raccogliere il prodotto da consegnare alle cantine sociali; l’attenzione alla qualità era in questo caso minima anzi, si consegnava il prodotto più scarso, più deteriorato dell’azienda mettendo in condizione la cantina sociale di lavorare sempre in sofferenza: quando il prodotto era scadente lavorava male, troppo ed a costi alti per la difficoltà di mantenere sano il vino, per contro quando il prodotto era ottimo lavorava poco pur mantenendo inalterate le capacità ed i relativi costi fissi della società. è un’amara considerazione per un Oltrepò che ha avuto le prime cantine sociali della storia non solo italiana ma europea e che oggi non riesce a renderle produttive e qualificate. Da ultimo ma non per importanza, si raccoglieva l’uva da pigiare.

Per la verità “l’arsadù o l’arsadùra”, con cestina al braccio, già avevano effettuato alcuni giretti nei diversi vigneti per la raccolta dei grappolini migliori nelle parti più arretrate del tralcio “i stòmbar” dove l’uva maturava prima e meglio. A questa veniva aggiunta l’uva di qualche piccolo appezzamento, spesso impianto molto “anziano”, riservando molta attenzione alle giuste quantità per ogni varietà impiegata. Si lasciava qualche tempo il prodotto nelle ceste per meglio asciugarlo dalla rugiada e, finalmente, si dava l’avvio alle successive lavorazioni.

Prima si procedeva alla pigiatura dell’uva destinata alla produzione del vino da pasto, poi si pigiavano le famose sportine con il prodotto selezionato dal padrone di casa per ricavarne il vino da bottiglia, com’era denominato. In tempi molto andati le operazioni “mustà” - pigiare - si svolgevano interamente a mano o, per meglio dire, a piedi.

Questi erano infatti l’utensile usato alla bisogna. Baldi giovani in calzoncini corti si inerpicavano sul carro dove troneggiava la bigoncia ricolma d’uva e, a piedi scalzi opportunamente lavati, iniziavano a pigiare: letteralmente pestando di buona lena sui grappoli sodi sino a spremerne il nettare raccolto ad un capo della bigoncia che era opportunamente inclinata per permettere lo scolo del mosto. Qui uomini e donne, raccoglievano la parte liquida e le bucce che, tramite canaline spesso improvvisate, venivano convogliate nel capace tino nella cantina sottostante. Quando era impossibile canalizzare il nettare divino, si provvedeva a trasportarlo con un contenitore a spalla detto “brénta” recipiente di legno alto circa un metro e mezzo e con una capacità di circa sessanta litri.

Il lavoro cominciava in assoluta allegria ma si concludeva dopo ore di durissima fatica: a volte qualche scivolata sul fondo viscido della “navàsâ” e conseguente rovinosa caduta sull’uva o sul mosto, alleviava in parte la fatica con una risata generale.

Qualche cesta d’uva raccolta tardivamente perché dimenticata durante la vendemmia normale, “gräpulà o sgräpulà”, veniva definita tale operazione, era riservata ai teneri piedini dei bambini di casa che uscivano da quell’esperienza stravolti dalla stanchezza ma vocianti e felici pur con i piedini violacei che avrebbero mantenuto tale colore, per molti giorni ancora. Ricordo un bambino di otto anni che ebbe tale avventura presso i nonni paterni miei vicini di casa. La felicità del pargolo aveva contagiato i due vecchietti che avevano consentito al nipotino di cimentarsi con gli amichetti in quell’avventura così insolita e stimolante.

Per la nonna il problema nacque appunto quando affrontò il tema pulizia dei piedi: non poteva permettersi di presentare alla nuora due affarini di quel colore ma, purtroppo, non poteva neppure strofinare molto i piedi del nipote perché soffriva il solletico e durante la “sgûràdûra” continuava a ridere in modo preoccupante. La soluzione venne trovata dal nonno con l’uso della candeggina diluita e con il succo di limone che, a suo dire, puliva e profumava. La sera della pigiatura l’arsadù si sarebbe recato in cantina e, alla fioca luce di una candela avrebbe controllato al capê, livello superiore del mosto, nel tino, verificando che i raspi e le bucce formassero uno strato superficiale che doveva essere rotto di tanto in tanto, per evitare la formazione di muffe indesiderate e nocive. Con la pigiatura il contadino concludeva l’avventura della vendemmia, per ricominciarne un’altra iniziando di nuovo a lavorare con passione nel vigneto, potandolo, vangandolo, accudendolo e disinfestandolo in ogni modo possibile ed in ogni mese dell’anno.

Mentre le prime nebbie avanzavano leggere ovattando genti e cose tra boschi sempre più spogli e tra vigneti che si preparavano ai rigori del tempo, gli uomini si affidavano al riposo invernale certi che la primavera sarebbe tornata con mano leggera ad accarezzare le avventure e i sogni di chi guarda in alto e confida nella benevolenza del buon Dio altro non potendo che lavorare e sperare.

di Giuliano Cereghini

  1. Primo piano
  2. Popolari