Martedì, 25 Settembre 2018

VOGHERA - OLTREPÒ PAVESE «IL DIALETTO SPESSO CON UNA O DUE PAROLE RIESCE A SPIEGARE UN CONCETTO PER IL QUALE CI VORREBBE UNA FRASE ARTICOLATA IN ITALIANO»

Il dialetto vogherese viene ancora parlato oppure sta pian piano scomparendo con le nuove generazioni? Il vogherese è un dialetto interessante perché si trova al centro di tre aree linguistiche diverse, quella emiliana e quella piemontese, oltre alla lombarda occidentale cui appartiene. Queste tre aree con quella genovese costituiscono la famiglia dialettale gallo-italica. Da questa comune origine deriva la somiglianza col francese. La maggior parte dei suoi vocaboli deriva dal latino. Non dimentichiamo che la prima invasione del territorio iriense risale al 222 a.C. con la sconfitta nella battaglia di Clastidium (Casteggio) quando il latino venne imposto alle popolazioni sottomesse e si sovrappose alla lingua locale.

La conquista romana non fu certo l’ultima in ordine di tempo. E cosi  abbiamo termini presi da altri popoli che ci sottomisero e attraverso i quali si può ripercorrere la storia delle invasioni, come i Longobardi e  gli Spagnoli.  Ma se le conquiste portarono innovazioni lessicali, lasciarono il vogherese invariato per millenni, perché si trattò di dominazioni di breve durata. Un tempo parlato dalla maggior parte della popolazione locale il dialetto è diventato poi negli anni del Regno d’Italia  un simbolo di ignoranza e poi via via sempre meno usato. I giovani spesso non lo conoscono e non lo capiscono e a parlarlo sono rimaste le generazioni del dopoguerra. Negli ultimi anni si sono costituite alcune compagnie teatrali amatoriali  facenti capo alle Unitre  che portano in scena alcune commedie in dialetto vogherese.

Abbiamo incontrato Flavio Gandini, vogherese doc che fa parte della compagnia teatrale dell’Unitre di Casteggio e che cura i testi in dialetto vogherese delle varie commedie.

Signor Gandini lei che lavoro fa nella vita?

«Io faccio il pensionato e il nonno che è il lavoro più bello che possa esistere. Sono andato in pensione da poco e prima mi occupavo di logistica, trasporti nazionali e internazionali. Mi sono diplomato all’Istituto Agrario “Gallini” di Voghera ma poi ho trovato lavoro in un ambito diverso. Una delle mie passioni è sempre stata il dialetto vogherese».

Come mai questa sua passione per il dialetto?

«Ho incontrato nella mia vita forse le persone giuste. Sono stato scolaro del maestro Lusardi e fino all’età di 14 anni sono cresciuto all’ombra della Madonnina dei Padri Barnabiti e, da un certo punto di vista, non si poteva evitare di parlare dialetto. Frequentando l’oratorio sono finito a far parte del  locale teatro dell’oratorio  recitando nel “Gelindo”».

Nella sua famiglia c’era qualcuno che parlava il dialetto?

«Sono stato cresciuto da mia nonna paterna che era figlia di un contadino dei Conti Meardi, aveva la terza elementare che a quell’epoca era già un titolo di studio, e mi ha sempre parlato in dialetto. Durante le serate, passava molto tempo nella biblioteca del Conte a leggere e mi raccontava,  ovviamente in dialetto, molte storie che aveva letto in italiano. Mio papà parlava anche lui il dialetto, mia mamma che è di origine veneta ma è venuta qui da bambina lo parlava bene anche lei. Quindi io sono cresciuto con questa passione. Che il dialetto sia cultura però l’ho capito un po’ più avanti e quando  tra gli anni ’80 e ’90 con il maestro Lusardi  abbiamo iniziato a parlare di  mettere in scena commedie dialettali, mi son buttato nel progetto con entusiasmo. Poi quando son venuti a mancare i trascinatori, la cosa è finita un po’ lì e io ho continuato per conto mio a leggere testi in dialetto».

Com’è nata la sua collaborazione con l’Unitre di Casteggio?

«Avendo la passione per la recitazione, tramite alcuni conoscenti e amici ho iniziato a frequentare questa associazione e a collaborare con il gruppo teatro, traducendo i testi teatrali dall’italiano al dialetto vogherese, oltre naturalmente a recitare nella compagnia. Oltretutto per scrivere in dialetto vogherese bisogna conoscerlo bene perché nel giro di pochi chilometri ci sono tantissime variazioni di pronuncia. Devo dirle che il dialetto di oggi non è né il dialetto di mia nonna né quello di mio padre, ci sono state diverse contaminazioni nel dopoguerra con le immigrazioni provenienti dall’Appennino Ligure-lombardo  e soprattutto si è persa la lettera ” erre” negli articoli. Per esempio mia nonna diceva “ra via Emilia”, (la via Emilia). I testi del Maragliano contengono tutti l’articolo “ra” ma questo è anche logico perché il dialetto è una lingua viva come tutte le altre».

Perché, secondo lei, si è un po’ abbandonata la cultura del dialetto?

«Ma guardi, secondo me, intorno agli anni ’80 la persona che parlava il dialetto non era fine, elegante. Il dialetto è stato combattuto, si parlava l’italiano per distinguersi. Magari si continuava a parlarlo in casa ma fuori si preferiva l’italiano».

Lei non ritiene che alcuni espressioni dialettali siano molto più caratteristiche e calzanti di quelle in italiano?

«Certamente. Le faccio un esempio. Se io dico “La lù l’è strupi”, ci vuole un panegirico per indicare le problematiche fisiche di quella persona. L’espressione “ta ma smii Dario” (assomigli a Dario) per tante persone non significa nulla perché non hanno conosciuto questo personaggio degli anni ’60 carico di spille e medagliette che si aggirava in Piazza Meardi. Il dialetto spesso con una o due parole riesce a spiegare un concetto per il quale ci vuole una frase articolata in italiano. E poi è una lingua colorita, allegra, spontanea. Io a volte lo intercalo con l’italiano perché arricchisce il discorso. Appena ne ho la possibilità, magari con qualche amico, io parlo il dialetto cosa che non riesco a fare con mio figlio perché non lo capisce. Il dialetto è anche molto musicale e bisogna parlarlo molto bene oppure astenersi».

Torniamo al teatro. Lei quindi ha iniziato a scrivere commedie in dialetto vogherese?

«No, io non scrivo in dialetto, faccio l’interprete e  traduco i testi italiani in dialetto vogherese, cosa che non è molto facile e richiede del tempo. Infatti non si trova un dizionario Italiano-dialetto vogherese, esiste il contrario e quindi è più complicato. Però la cosa mi diverte molto e quindi lo faccio con passione. Da quattro anni all’Unitre ci divertiamo a mettere in scena questi piccoli lavori teatrali che riguardano fatti di vita quotidiana. Un esempio è “Tùt pr’una statua” (Tutto per una statua) che riguarda il fatto di una statua decapitata in un paese collinare. Con quello che raccogliamo dalle rappresentazioni cerchiamo di aiutare la Parrocchia».

Finiamo con una citazione tipica del dialetto vogherese. Quale le piace ricordare?

«Le dirò una frase del maestro Lusardi che io recito. “L’amur l’è no pulenta, as pò no tajal a fat, sa t fè tant da piag sul visi, t’è pù bon da smat».  ( L’amore non è come la polenta, non lo puoi tagliare a fette, se fai tanto da prenderci il vizio, non riesci più a smettere).

di Gabriella Draghi

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