Martedì, 25 Settembre 2018

VOGHERA - DON MUZZIN, IL PRETE COSMOPOLITA CHE “BATTEZZÒ” BEATLES E U2

Don Vittorio Muzzin, classe 1945, da tre anni è il cappellano dell’ospedale di Voghera. Di origini venete, la sua famiglia si trasferì a Tortona all’inizio degli anni 50 e lui studiò in Oltrepò fino alle scuole medie, frequentate al Don Orione di Voghera. Poi gli studi classici, ginnasio a Erba e liceo a Cuneo. Dopo la maturità il seminario a Liverpool proprio all’epoca dei Beatles, e un pellegrinaggio che lo ha portato successivamente dalla cattolicissima Irlanda del fermento politico degli anni 70 fino alla cosmopolita New York, dove ha vissuto sulla sua pelle il dramma dell’11 settembre 2001. Nel 2012 è tornato in Italia e in particolare ad una Voghera che ha trovato «molto cambiata» proprio come il suo accento, fortemente influenzato dai quasi 50 anni trascorsi in paesi di lingua anglofona. La sua vita è stata un’avventura che lo ha reso internazionale a sua volta, permettendogli di acquisire uno sguardo d’insieme sulle cose di casa nostra che chi non ha cambiato radicalmente la propria prospettiva, per lungo tempo, come ha fatto lui difficilmente può permettersi.

Don Muzzin, come ha ritrovato Voghera e i luoghi della sua infanzia dopo tanti anni?

«Inutile dire che tutto è profondamente diverso ora. La città che ricordo era una signora città, con molti più spazi verdi dove noi bambini giocavamo a pallone, dalle parti dell’oratorio Don Orione e vicino allo Staffora. C’era anche una vita e una vitalità diverse, era pieno di industrie e la gente lavorava. Oggi mi pare più che altro un dormitorio e di lavoro ce n’è ben poco, quasi tutte le fabbriche e le realtà economiche hanno chiuso».

Lei ha compiuto la prima parte dei suoi studi in Oltrepò. Cosa ricorda della sua infanzia?

«I primi ricordi che ho sono legati a Tortona, perché la mia famiglia è lì che si trasferì dopo la guerra, all’inizio degli anni 50. Le uniche memorie italiane che ho da giovanissimo sono lì, dove sono diventato membro dell’opera Don Orione perché all’epoca c’era un’opera chiamata la Calvina da quelle parti, con i ragazzi che giocavano nelle campagne, vicino a un cascinale. Stetti con Don Orione fino alla maturità, in un liceo di Cuneo».

Poi come è iniziato il suo peregrinare?

«Fu l’opera a mandarmi in Inghilterra per gli studi da prete, che feci a Liverpool. L’inizio fu un po’ traumatico perché non parlavo una sillaba di inglese, ma iniziai subito a seguire delle lezioni e mi adattai in breve tempo».

Liverpool, inizio anni ’60. Mi perdoni se mischio un po’ il sacro con il profano, ma chiunque sia almeno un po’ appassionato di musica non può non chiederle se sapeva chi erano i Beatles, che proprio a Liverpool erano appena nati in quel periodo.

«Oggi lo sappiamo tutti chi erano, ma quando io arrivai là la loro fama non era ancora esplosa del tutto. Poi di lì a poco ci rendemmo tutti conto che erano proprio loro quei ragazzi che a volte si vedevano in giro per il Mersey Side e le vie del centro».

Lei li ha mai incontrati?

«Non erano ancora famosissimi, quindi è possibile. Può essere che li abbia incrociati per le strade del centro, anche se nei locali a sentire i concerti non andavamo. Comunque questo filo conduttore della musica è stata in qualche modo una costante in quella prima fase della mia vita».

Cosa intende?

«All’inizio degli anni 70, concluso il seminario, fui trasferito a Dublino in Irlanda. Mio nipote, che viveva sempre in Italia, mi diceva di avere appena scoperto un gruppo originario proprio di Dublino che gli piaceva molto ma che all’epoca era ancora underground e non era facile trovare materiale da ascoltare. Mi disse che si chiamavano…U2! Così chiesi un po’ in giro qui e trovai delle musicassette che gli spedii in Italia. Credo che a Tortona siano state le prime cassette degli U2 in circolazione dato che non avevano ancora raggiunto la fama».

Beatles, U2… in pratica possiamo dire che ha “tenuto a battesimo” in qualche modo due pilastri della storia della musica. Inghilterra e Irlanda però a quel tempo rappresentavano anche altro: controcultura e lotte politiche di quegli anni sono finite nei libri di storia. Che ricordo ha dell’Inghilterra dal punto di vista culturale?

«Il mondo inglese mi piacque molto, posso dire che lì imparai il senso di civiltà. Faccio un esempio. Loro sulle autostrade hanno le corsie con limiti precisi di velocità per ciascuna. Io da buon italiano mi ritrovai a guidare a 80 su una corsia da 70 miglia orarie e l’auto dietro di me suonò per indicarmi di rallentare. Oppure imparai anche il valore della puntualità: avevamo lezioni di lingua inglese alle 14:30 e io agli inizi, sempre secondo consuetudine italiana me la prendevo comoda e arrivavo magari alle 14:40 e venivo ripreso per questo. Non per i 10 minuti in sé ma per un fatto di rispetto nei confronti dell’altro, il cui tempo ha un preciso valore. Allo stesso modo da loro ho imparato il valore di avvisare qualcuno quando si cambia un piano in corsa. Oggi ce ne freghiamo un po’ tutti, diciamo che facciamo qualcosa poi cambiamo idea e magari non ci premuriamo di dirlo ad alcuno».

E l’Irlanda invece? Cosa ricorda di quel periodo?

«Quando vi arrivai era una terra cattolicissima ed estremamente povera, poi vent’anni dopo è esplosa economicamente. All’epoca c’erano famiglie da 14 figli in condizioni di estrema povertà ma poi ci fu uno sviluppo dell’economia e quei 14 figli iniziarono a valere 14 stipendi, così le cose cambiarono e quando me ne andai era una terra ricchissima alla fine degli anni 80 Il ruolo del prete era importantissimo, c’era un rispetto enorme per il nostro ruolo. La gente poi era allegra, sapeva come divertirsi. Hanno la capacità di parlare e raccontarsi l’uno con l’altro per ore. Fare Dublino-Galway, una tratta da poco più di due ore, poteva richiedere una giornata intera perché ad ogni fermata tutti entravano al pub per la sosta!».

Lei era a Dublino nel 1972, quando ci fu la famosa “bloody sunday”?

«Sì, ero lì. Ricordo la paura generale. Tutto bloccato, polizia ovunque e un ambiente tremendo».

Poi fu la volta degli States. Come finì a New York?

«Ero rientrato in Italia per un breve periodo a causa di un infortunio e mi preposero se volevo sostituire un confratello a New York. Accettai e finii a East Harlem a Manhattan, un quartiere portoricano all’epoca. Fui parroco lì fino al 2012 cambiando parrocchia un paio di volte. L’America mi è piaciuta veramente molto».

Era là l’11 settembre?

«Mi trovavo su una delle due torri due giorni prima dell’attentato. Vennero degli amici a trovarmi dall’Italia e andammo a visitare una torre. Quella mattina invece ero in una scuola Cattolica alle 9 e qualcosa del mattino quando alcuni dei genitori vennero a prendere i figli dicendoci che una torre era stata attaccata».

Lei quanto distava da ground zero?

«Diciamo all’incirca quanto Voghera dista da Casteggio, che in una metropoli come New York è veramente un’inezia».

Cosa ricorda di quel giorno?

«Una giornata bellissima, di sole e di luce. Ricordo i rumori, le sirene, tutto il traffico venne bloccato: subway, autobus, tutto, e la città era paralizzata. Poi venne la polvere, ce ne saranno stati almeno 10 centimetri depositati ovunque. Per quattro o cinque anni New York non fu più la stessa. Il turismo si fermò, Time Square e la S.Patrick cathedral erano deserti. Fu una botta enorme per tutta la comunità. Gli americani sono molto patriottici».

Quali differenze principali ha colto tra quella realtà e la nostra?

«Sono due mondi diversi, ho fatto molta fatica a reinserirmi in Italia. La mentalità dei giovani è diversa, se chiedi a uno di loro cosa vuole fare da grande ti risponde “voglio essere ricco”. è il capitalismo. Loro però sono più religiosi di noi e alle messe c’era una grande partecipazione da parte di tutti, molti giovani in particolare, che si fermavano dopo la funzione per parlare con me. I difetti dell’America poi sono molto simili ad alcuni dell’Italia, anche a livello di sistema scolastico. Faccio un esempio. In Inghilterra esistono vari tipi di scuole e quelle gestite dalla Chiesa venivano aiutate dallo Stato, che riconosceva l’importanza del servizio educativo svolto. In America invece è un po’ come in Italia, le scuole cattoliche vengono in qualche modo osteggiate. Si cerca sempre di evitare che soldi pubblici finiscano alle scuole ecclesiastiche».

Oggi è qui a Voghera. Come vanno le cose?

«Seguo gli ammalati cercando di portare conforto. Dico messa il sabato e la domenica presso la cappella dell’ospedale, anche con un buon riscontro. Anche se in generale il nostro ruolo sta un po’ scomparendo. C’è uno scollamento sempre maggiore tra la gente e la religione».

Perché secondo lei?

«In questo concordo con l’analisi che in tanti stanno facendo in America. Credo che il crollo della religione vada di pari passo con lo scompaginamento della famiglia tradizionale. Il ruolo del prete sta diventando più che altro un ruolo sociale, mentre io resto più tradizionalista».

Lei è cappellano dell’ospedale civile. Passa nelle corsie, tra i malati. Come viene percepita la sua presenza?

«Premetto che il mio compito è semplicemente quello di portare a chi soffre un po’ di conforto, una buona parola di speranza. L’accoglienza è varia, c’è chi ha voglia di parlare e mi trattiene magari per un’ora, c’è chi invece è indifferente o addirittura infastidito dalla presenza di un prete. In questo senso la corsia è un buono specchio della società».

L’ospedale di Voghera come le pare?

«Hanno fatto un sacco di investimenti mi pare, ma ci sono cose che non capisco molto, forse perché non mi interesso di politica o di strategie aziendali».

Quali sarebbero?

«Ad esempio si è investito molto sul mattone ma poco sulle persone. Ci sono dei reparti chiusi, meno posti letto e c’è sempre bisogno di maggiore personale, eppure tanti soldi sono stati investiti sull’edificio. Questo mi pare un po’ strano».

L’Italia in generale, invece, come l’ha ritrovata?

«Come un paese povero. Non ci sono mai i soldi per nulla, tutti si lamentano. La vera ricchezza è in America, lì praticamente chiunque ha la possibilità di mettersi in macchina e cambiare davvero la propria vita da un giorno all’altro».

di Christian Draghi

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