Sabato, 20 Ottobre 2018

C’ERA UNA VOLTA L’OLTREPÒ DI GIULIANO CEREGHINI – “IL GIORNO DELLA FESTA PATRONALE”

Giuliano Cereghini, ha passato una vita “suo malgrado” tra i numeri, laureato in Economia e Commercio ha svolto il ruolo di segretario comunale per 42 anni  in molti comuni dell’Oltrepò concludendo la sua carriera in quel di Casteggio. Originario di Sant’Eusebio, frazione di Fortunago, con la pensione come spesso accade, si è potuto dedicare alla sua passione: la scrittura. La sua prima pubblicazione nel 2005, “La Campana d’oro di Monte Pico”, una favola rivisitata ripresa poi l’anno scorso con la pubblicazione de “Il Signore di Monte Pico”, libro in cui la favola diventa realtà e dove racconta di Luciano Tamini, imprenditore milanese recentemente scomparso e proprietario dell’intera collina di Monte Pico nel comune di Fortunago. Cereghini non è nuovo a studi e approfondimenti incentrati sui costumi e le tradizioni del territorio oltrepadano, nel 2011 con “L’ Avventura del Salame” consacra questa sua voglia di parlare di Oltrepò, per non perdere le tradizioni e i ricordi ad essa legati, con un occhio di riguardo al dialetto. “C’era una volta l’Oltrepò” è una raccolta inedita di vita vissuta di un Cereghini ragazzo, intorno agli anni ‘50, in cui l’autore fotografa gli aspetti più evocativi di un Oltrepò che non c’è più, 24 racconti che proponiamo ai nostri lettori una volta al mese, per le “vecchie” generazioni per ricordare e sorridere e per quelle “nuove”, per stupirsi.                         

 

IL GIORNO DELLA FESTA PATRONALE

Sessanta anni or sono, gli anni del primo dopoguerra erano poverissimi, da un punto di vista economico ma eccezionalmente produttivi, esuberanti e briosi per giovani ed anziani che, in modi diversi, avevano vissuto momenti tragici e difficilissimi. Ad onor del vero anche in tempo di guerra la festa patronale aveva mantenuto un certo fascino ma i tempi grami e l’indigenza avevano soffocato entusiasmi e voglia di divertirsi. La guerra, con l’aiuto di Dio e i cannoni americani, era ormai un triste ricordo  sempre più sfumato dal tempo e dalla voglia di vivere che lasciavano spazio, ad una normalità inconsueta ma piacevolissima. La festa patronale iniziava la settimana prima e terminava diversi giorni dopo la data fatidica; si cominciava con il parlarne e quindi, secondo le diverse responsabilità, ad attuare programmi e strategie per realizzare avvenimenti e manifestazioni uniche e sempre più coinvolgenti per i compaesani, per gli amici e per gli invitati. Oggi aderiamo con sufficienza o addirittura con fastidio ad eventuali inviti a ricorrenze o feste, allora si faceva a gara per essere scelti tra i familiari che avrebbero goduto del privilegio. Se l’invito proveniva da parenti stretti, sicuramente coinvolgeva un adulto rappresentativo della famiglia ed i giovani che per età e desiderio di ballare, erano i più pronti ad accoglierlo con entusiasmo; difficilmente riguardava donne e bambini, immancabilmente presenti in famiglia in numero tale da costituire un indubbio impedimento ad una serena e spensierata partecipazione. Raramente l’arrivo dei parenti avveniva il sabato antecedente i festeggiamenti, era invece immancabile nella mattinata della domenica. Per la verità nelle prime ore della mattinata, per evitare le ore calde della giornata che, per gente che si spostava quasi esclusivamente a piedi, rappresentavano un ulteriore sofferenza da sommersi alla fatica. A S.Eusebio di Montepico si festeggiava e si festeggia ancora la patrona il ventisei del mese di luglio, S.Anna. è una delle prime feste patronali estive di paesi eminentemente agricoli che tendevano a scegliere santi  in periodi dell’anno privi di lavori urgenti ed indifferibili. I primi parenti arrivavano a piedi verso le otto del mattino; con la giacca sull’avambraccio e passo spedito, gli invitati giungevano in vista del paese dalle colline a sud e a nord dell’abitato e con il sorriso sulle labbra, cercavano da lontano la casa del parente e, se fortunati, lo stesso intento a governare le bestie o ad assestare gli ultimi colpi di saggina ad un cortile già tirato a lucido nei giorni precedenti. Successivamente lo sguardo correva a scrutare il tendone sotto il quale nelle

serate di domenica e di lunedì, si sarebbe danzato sino a tarda ora. “Al baracön”, così era denominato in dialetto quel complesso di assi, pali, tende, tendoni,  corde, cavicchi ed un altissimo pennone o antenna sul quale si sarebbe issato il tendone che avrebbe protetto dall’umidità e da altre eventuali intemperie i ballerini e i curiosi. L’avventura del baracön iniziava diverso tempo prima con una visita al signor Caramella di Casa Inveriaghi per trattare l’affitto del bene ed i giorni d’impiego; il venerdì precedente, con un carro, meglio ancora un rimorchietto trainato da buoi, ci si recava a Casa Inveriaghi o nell’ultimo paese d’impiego, per prelevare quello che Caramella definiva “al mé mòbil”. Si caricava il tutto e, inseguiti dalle raccomandazioni del proprietario che ricordava di non usare accette o chiodi nel montaggio del mobile, lentamente, al passo cadenzato dei buoi, ci si avvicinava al paese accolti dai ragazzi festanti e dagli sguardi e dai commenti bonari dei paesani. Già il venerdì pomeriggio si iniziava a spianare il terreno dove era prevista la posa della struttura nel terreno prospiciente il bar, di proprietà ad Giòl ad Gèpp, si ordinava metodicamente tutto il materiale a disposizione e si iniziavano i primi lavori sospesi ad ora tarda per essere ripresi il mattino seguente. Il sabato attorno alla struttura del ballo pubblico era tutto un fervore di giovani intenti a lavorare, di sfaticati curiosi e prodighi di consigli spesso mal accolti, di bambini e ragazzi eccitati e festosi, di offerte disinteressate di bottiglie di buon vino e di sguardi furtivi delle ragazze di passaggio sorprese a sognar su quelle tavole, incontri galanti tenerissimi. Nel tardo pomeriggio la struttura era ultimata e veniva attinta da abbondanti annaffi d’acqua ripetuti e metodici, per permettere alle tavole di legno di aderire l’una all’altra; ormai mancava solo l’orchestra o per meglio dire mancavano solo i suonatori: due o tre personaggi, raramente professionisti, che per due serate avrebbero allietato giovani ed anziani, con valzer, tanghi, mazurche, gighe e monferrine, danzate con una grazia e con una perizia che le odierne scuole di ballo non riescono più a trasferire agli apprendisti. La domenica mattina era febbrilmente vissuta dalle giovani intente a sistemare e ad indossare l’abito nuovo, spesso unico nell’anno. Le donne di casa, affannate tra la cucina e la preparazione della tavola che sfoggiava la tovaglia ricamata e la miglior posateria, non perdevano occasione per richiamare all’ordine i più  giovani che spesso, erano pervasi da una inspiegabile euforia che li accompagnava a comportamenti sciocchi ed ingiustificati non disdegnando, all’occasione, di usare metodi che questa dotta ed evoluta società condanna con sussiego. Giungeva l’ora della messa e delle velate rampogne del parroco che durante l’ omelia, non perdeva occasione, davanti a una platea traboccante di gente, di dubitare della fede disinteressata dei numerosissimi presenti  insinuando oscure volontà esibizionistiche da parte delle donne, che sfoggiavano il vestito nuovo e perfide volontà concupiscenti da parti dei maschietti ; in tal modo perdendo eventuali future potenziali pecorelle. Alla fine della messa il reverendo padre si soffermava volentieri con parrocchiani e non che, anche per i motivi sopra richiamati, non vedeva spesso. Il ritorno a casa era lesto e puntuale: era il momento per grandi e piccini del vero inizio della festa con pantagrueliche e numerosissime portate vanto delle donne di casa che esibivano tutta loro maestria ed abilità. Coppe, salami, risotti, ravioli, brasati e monumentali polli arrosto, si sacrificavano a palati e stomaci non ancora inquinati dalle diavolerie degli anni a seguire e da ossessive diete o ipotesi di diete. Ed ancora frutta di stagione, pasticcini e torte annaffiate con moscati o cortesi di produzione propria che, con il salame, erano orgogliosamente esibiti dal padrone di casa che si scherniva ai complimenti della parentela. Si mangiava con sano appetito, si beveva senza preoccuparsi di perdere punti di una patente che ancora pochissimi avevano o per guidare autovetture che nessuno aveva; queste gigantesche tavolate erano governate dal buonumore, dall’amicizia e da una compressione umana che il tempo ha provveduto mutare e a sfumare nei comportamenti odierni. Il pranzo non si ultimava prima delle sedici ora in cui, i più giovani, lasciavano il desco per una passeggiata in paese dove spesso, erano presenti povere bancarelle di dolciumi, angurie affettate o gelatai con il classico mezzo a tre ruote a pedali, gioia segreta di tutti i bimbi. Raramente paesi così piccoli erano scelti da giostre o bancarelle più impegnative anche se a volte si verificava; sempre presente era invece un  tavolinetto dove si giocava a soldi con dadi speciali. In dialetto si definiva il gioco dell’ “ancüla” forse perché una faccia dei dadi riportava un’ancora o forse per altri motivi: quello che invece e’ certo che i pochi che potevano permettersi qualche giocata regolarmente perdevano maledicendo la sfortuna e non la propria dabbenaggine. Il pomeriggio scorreva in allegria spesso progettando la serata di balli e incontri favolosi sino alle venti ora prevista per la cena che, a parole avrebbe dovuto esser un brodino, un frutto e una fetta di torta, nei fatti era simile al pranzo. L’unica nota di novità era rappresentata dalla fretta dei giovani che non intendevano perdere neppure un ballo. Verso le ventuno partivano a razzo destinazione baracön. Confusione enorme per gente non avvezza a gestire avvenimenti di tale portata ma finalmente luci, suoni, belle ragazze, balli scatenati, qualche delusione o rifiuto di danzare ma complessivamente divertimento assicurato. A casa le donne anziane rassettavano e gli uomini bevevano. Ho assistito personalmente al rifiuto di scendere in cantina per l’ennesima volta, da parte di una povera donna che faceva notare ad una balda tavolata di una decina di persone, che sul tavolo davanti a loro erano allineate una trentina di bottiglie desolatamente vuote. Ci si ritirava a tarda ora dopo aver sistemato, a volte anche sul fienile, parenti e amici, che in parte si trattenevano anche il lunedì . Qualche ragazza o qualche ragazzo rimaneva anche settimane presso i parenti con soddisfazione di tutti e la possibilità di coltivare conoscenze ed amicizie nate nella ricordata “sala da ballo”. I riti del lunedì della festa iniziavano con una Santa Messa a suffragio di tutti i deceduti del paese, continuava con abbuffi e libagioni e si concludeva con il ballo della serata. I commiati da parenti e amici erano lunghi, affettuosi e suggellati da squillanti bacioni che si udivano a distanza. Questo era il mondo contadino di tanti anni orsono: semplice, ingenuo e sincero ma genuinamente vero e fatalista.                                                                                 di Giuliano Cereghini

“Al baracön” il tendone sotto il quale si danzava

“Al mé mòbil” il mio mobile

“Ancüla” gioco d’azzardo

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