Giovedì, 13 Dicembre 2018

BORGO PRIOLO - «PRIMA DI ARRENDERMI VOGLIO PROVARE A METTERMI IN PROPRIO E A LAVORARE NEL MIO TERRITORIO»

Per fare il giardiniere non basta avere il “pollice verde”. Servono anni di studi, conoscenza approfondita della materia e un’esperienza sul campo che non si acquisisce semplicemente coltivando l’orto dietro casa. Filippo Pozzi, 26enne originario di Cappelletta, piccola frazione di Borgo Priolo, ha ereditato la passione per il verde dalla nonna e ne ha fatto la sua vita e professione. Ha trasformato il vigneto dietro casa in un giardino che da anni è ormai il suo laboratorio privato, la sua tela di Penelope. «Per creare un giardino servono continui esperimenti, ripensamenti e testardaggine. Io pianto e spianto, faccio continui sopralluoghi alla ricerca del “genius loci”» spiega Filippo. Diplomatosi al Gallini di Voghera, ha optato per l’indirizzo paesaggistico agroambientale. «Ho avuto la fortuna di incontrare nel mio cammino scolastico il professor Maurizio Merlo, che mi ha fatto appassionare ancora di più alla materia e mi ha dato la motivazione necessaria per proseguire negli studi universitari seguendo quel ramo». Dopo il diploma, l’università di scienze agrarie a Milano e la successiva specializzazione magistrale in architettura del paesaggio tra Genova Torino e Milano con un corso interateneo. Qui l’incontro importante è stato con la docente Laura Gatti, che insieme a Stefano Boeri è stata progettista del Bosco Verticale di Milano. «Una professionista che non si limita alla teoria ma insegna molta pratica, che è qualcosa che ho sempre cercato e preferito perché in questo mestiere è fondamentale. Anche in questo caso la mia passione si è accresciuta ulteriormente». Tanto che, terminata la specialistica, Filippo ha optato per l’iscrizione a un corso di giardinaggio tenutosi alla Reggia di Venaria Reale, per diventare manutentore di parchi storici. Il coronamento di un sogno è stato lo stage di due mesi alla Reggia di Versailles, dove ha avuto modo di occuparsi dello sterminato (oltre 800 ettari) giardino del Re Sole.

Facciamo però un passo indietro. Filippo, come è nata questa passione?

«Essere nato qui in Oltrepò ed essere circondato dalla natura mi ha sicuramente influenzato. Il giardino di casa prima era un vigneto e da piccolo iniziavo quasi senza sapere cosa facevo a piantare alberi e arbusti. Uno dei miei divertimenti principali era andare al torrente Coppa a cercare piante particolari per poi metterle in giardino. Avevo anche un buon gusto per l’osservazione dei dettagli e credo che questa passione sia arrivata da mia nonna materna».

Poi un lungo e non ancora terminato percorso di studi. Che ricordo ha del Gallini?

«Il Gallini è una scuola di eccellenza di cui conservo un ricordo molto bello, anche se l’ho trovato un po’ carente nella parte pratica».

Architetto del paesaggio. Come si può raccontare questa figura?

«Il progettista di giardini è una figura che deve racchiudere in sé molte competenze diverse. Deve essere architetto ma anche giardiniere e agronomo, perché conoscere le piante e le loro caratteristiche è fondamentale se si vuole che queste possano vivere in un determinato ambiente».

Ci sono altre figure professionali come la sua in questa zona?

«Gli architetti del paesaggio in Provincia di Pavia sono solo due. Io in ogni modo ho scelto di iscrivermi all’albo degli agronomi, per il semplice motivo che trovare un lavoro è più semplice in questa categoria, che pure non esclude la possibilità di essere anche progettista».

Una scelta di buon senso, dunque. Come mai però un architetto del paesaggio qui ha vita più dura? La materia prima da plasmare non manca di certo…

«è vero, ma rispetto ad altri paesi siamo molto indietro culturalmente su questo aspetto. La cura del verde e i progetti ad essa legati in Oltrepò, ma in un certo senso anche in Italia, sono un po’ un oggetto misterioso. Il giardiniere in Italia è solitamente qualcuno che si è improvvisato, magari guidato dalla passione, ma non c’è al momento neppure un albo dedicato a questa professione. Non avendo però tutte le competenze necessarie si fanno errori comuni, come trattare le piante tutte allo stesso modo, mentre ciascuna ha le proprie caratteristiche. è un peccato perché noi italiani siamo stati i capostipiti della cultura del giradinaggio, da cui hanno ripreso i francesi e gli inglesi. In quei paesi oggi la mia figura professionale è riconosciuta e apprezzata al pari di qualsiasi altra».

Ha pensato di emigrare?

«Per ora ho fatto lo stage alla Reggia di Versailles dove tornerò questo autunno per altri quattro mesi. Però prima di arrendermi voglio provare a mettermi in proprio e a lavorare nel mio territorio. Una sfida difficile ma uno dei vantaggi che potrei avere è quello di non avere molta concorrenza».

L’Oltrepò come è messo dal punto di vista naturalistico?

«Ha una straordinaria biodiversità di cui però non ci rendiamo conto. è un peccato che la maggior parte dei giardini siano piuttosto banali perchè si tende sempre ad utilizzare le solite varietà di piante. Una prassi dovuta appunto alla mancanza di figure professionali che potrebbero invece fare apprezzare e conoscere numerose altre specie che potrebbero tranquillamente proliferare».

Nel suo giardino di piante ne ha parecchie, alcune piuttosto insolite da queste parti. Può dirci quali sono gli errori più comuni che si fanno qui nel piantare alberi o fiori?

«Solitamente sono dovuti a scarsa conoscenza delle caratteristiche biologiche delle piante stesse. Ad esempio Camelia, rododenro e azzalea da noi non cresceranno mai bene, perché hanno bisogno di un terreno acido, mentre qui è calcareo. Per questo avranno sempre carenze di ferro, che si manifesta in una colorazione pallida, giallina, del cuore della foglia».

  di Christian Draghi

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