Sabato, 20 Ottobre 2018

OLTREPÒ PAVESE - DAL PALLONE ALLA PALLINA

Massimiliano Incisa, oltrepadano d’adozione, è nato a Roma 45 anni fa e conserva della capitale la fede giallorossa, che condivide con il fratello. La sua grande passione per il calcio lo ha portato dal sedere in panchina al giocare in campo. Un vecchio adagio dice che tutti i portieri sono un po’ matti, perché non hanno paura di mettere la faccia dove gli altri mettono i piedi. Ma nel caso di Incisa non lasciatevi ingannare dalla sua aria sbarazzina: per ottenere certi risultati sportivi sono necessari rigore e disciplina, e che questi ti accompagnino anche fuori dal campo. Due qualità che “anche se di palloni non ne tiri più’’, come dice lui, “diventano parte di te, della tua vita e del tuo lavoro”. Vive a Salice Terme, luogo che lo ha visto esordire nel mondo del calcio e non solo. Oggi, infatti, Massimiliano è membro del Golf Country Club di Salice e da circa cinque anni lo vediamo impegnato sul green. La sua pregressa formazione calcistica e sportiva lo ha agevolato, consentendogli di raggiungere risultati importanti.

Lei ha esordito calcisticamente nello stadio di Salice Terme. Cosa ricorda di quel periodo?

«Ero un ragazzino, avevo più o meno 10, 12 anni. Erano i tempi del mitico Lino Baldo e dell’altrettanto mitico Torneo Gazzebo».

Dopo Salice è approdato a Varese. Com’è andata?

«Mi hanno notato alcuni osservatori del Varese durante il torneo Gazzebo. All’epoca la prima squadra del Varese militava in C1. Avevo 13 anni e con la mia valigia in mano sono partito! Collegio e allenamenti sono stati la mia vita per quei cinque anni in cui ho militato nel Varese, partendo dagli Allievi per arrivare alla Prima Squadra. Ho debuttato in C1 con la Prima Squadra a 17 anni».

L’esperienza nel Varese la considera positiva?

«Assolutamente, ho avuto modo di giocare con calciatori del calibro di Pessotto, Ambrosetti, Vanoli e devo dire che anche l’esperienza del collegio la considero positiva perché mi ha dato quel rigore e quella serietà che mi sono rimaste tutt’ora».

Dopo come sono andate le cose?

«È successo che la società è fallita. E così, padrone del mio cartellino, sono andato in diverse altre squadre: il Pro Patria che militava in C2, il Derthona nel campionato Interregionale, poi Vogherese, Varzi e Bastida».

Quando ha iniziato a giocare a golf?

«Cinque anni fa. Anche se smetti di fare sport ti rimane la voglia di muoverti e ti rimane lo spirito di competizione. E quando vedi tutto quel verde ti scatta la scintilla.»

Lei ha giocato come professionista in uno sport di squadra, ma il portiere è un uomo solo, come il giocatore di golf. Dal pallone alla pallina: quale il più adrenalinico?

«Per quanto mi riguarda il calcio, anche se le emozioni delle gare importanti nel golf sono una buona prova adrenalinica».

Da calciatore, la partita che più le ha fatto aumentare i battiti cardiaci?

«Direi due: la partita in cui da secondo portiere sono entrato per sostituire il titolare che aveva subito un grave infortunio e poi quella nel settore giovanile del Varese contro la Nazionale italiana. Andare in porta e passare la palla a giocatori di un altro pianeta come Baggio, Crippa, Baresi… è stato indimenticabile!».

Da golfista?

«La prima gara è quella che in assoluto ho sentito di più. L’ho disputata cinque anni fa a Salice, dopo sei mesi di allenamento con il maestro. Appoggiare la pallina sul legnetto, tirare e non sbagliare, le persone che ti guardano… nel golf il difficile è rompere il ghiaccio, poi ti abitui a gestire le emozioni».

Quante ore di allenamento dedicava al calcio e quante ne dedica al golf?

«Da portiere circa due ore e mezza tutti i giorni e un doppio allenamento due volte alla settimana. Nelle squadre minori quattro volte alla settimana. Il bello del golf è che lo puoi prendere ‘‘così come viene’’, oppure farlo seriamente. E io, che ho uno spirito competitivo, l’ho preso sul serio: cinque ore di allenamento alla settimana di pratica».

Per un portiere il preparatore è fondamentale per migliorare la tecnica. Nel golf quanto è importante il maestro?

«Il maestro di golf è più simile al maestro di tennis; una decina di lezioni servono per imparare il movimento che è alla base della disciplina. Direi che preparatore e maestro sono alla pari per importanza, al fine di apprendere meglio la tecnica. Il maestro bravo, poi, lavora anche sull’emotività dell’allievo».

Se le dovessero offrire una carriera da professionista nel mondo del calcio o nel mondo del golf, quale sceglierebbe?

«Il calcio, perché sei parte di una squadra che gioca per un obbiettivo comune. Il golfista gira il mondo da solo!».

Com’è il ‘‘terzo tempo’’ nel golf?

«Nel golf non giochi contro altri giocatori, ma contro il campo. Il controllo del monitor è il momento in cui ti trovi con gli altri giocatori che magari sono stati con te sei ore, ma con cui non hai parlato. Nel calcio diventi quasi fratello del tuo compagno di squadra. Nel golf, invece, tra cento persone leghi con quattro o cinque».

Lei vive a Salice, località che ha la fortuna di avere un campo da golf; inoltre frequenta, in giro per l’Italia e all’estero, diversi green. Dal punto di vista dell’atleta, che cos’ha in più o di diverso il Golf di Salice?

«Più libertà di movimento. Possiamo decidere come allenarci rispetto ad altri circoli dove devi mantenere un’etichetta, un certo rigore e silenzio. È un resort, non è solo un campo da golf, offre qualsiasi genere di attività per adulti e bambini, è come essere in un villaggio turistico di lusso».

Come cura l’alimentazione? Il ristorante del Golf Club offre anche la possibilità di seguire una dieta da atleta?

«Sto molto attento e il ristorante offre la possibilità di mangiare da atleta oppure di gustare la cucina tradizionale».

Si è soliti pensare che il golf sia uno sport praticato e seguito dall’élite, magari con la puzza sotto il naso. Ha riscontrato questo atteggiamento ‘‘ostile’’ nei confronti di chi si avvicina a questo sport esclusivo, oppure è un mito da sfatare?

«Io avevo timore di entrare in questo ambiente e in effetti capita che in alcuni circoli la gente addirittura smetta di parlare per squadrarti. A Salice Terme questo non accade: varcata la soglia ho trovato un mio ex compagno di calcio, e ho proseguito con lui».

Il golf è uno sport particolarmente costoso, come si è soliti pensare, o è uno sport accessibile?

«Mio figlio, il più piccolo, gioca sia a calcio che a golf. Nell’arco di un anno mi costa meno il golf, meno della metà rispetto al calcio. A Salice, ad esempio, fino ai 14 anni non si deve versare la quota associativa, si paga solo l’iscrizione al club dei giovani».

Non per farmi gli affari suoi, ma lei che quattordicenne non è più e gioca tutte le settimane… quanto spende all’incirca in un anno?

«A me costa circa 1350 euro all’anno, comprensivi di: armadietti, spogliatoi, asciugamani e della possibilità di andare in campo quando voglio. Se andassi in palestra a seguire un paio di corsi mi costerebbe la stessa cifra».

Suo figlio minore gioca sia a calcio che a golf: una sua scelta?

«È stata una scelta del bambino, mi emula molto e vuole provare a fare tutto quello che faccio… senza forzature!».

Da genitore, a suo giudizio è più educativo uno sport di squadra come il calcio, o uno sport più riflessivo come il golf?

«Sono entrambi educativi. Il calcio ti insegna a confrontarti con gli altri e ad accettare anche coloro che senti meno affini. Il golf invece ti insegna a gestire te stesso, perché sei solo sul green. E il rispetto… che nel calcio ultimamente manca, soprattutto tra gli spalti».

Genitori in tribuna: sì, o meglio di no? C’è la stessa affluenza da parte dei genitori durante le gare di golf?

«Nel golf ci sono genitori che tengono a vedere il figlio giocare, ma a Salice esiste una regola per la quale, nelle gare giovanili, il genitore non può stare in campo, quindi il disturbo che potrebbe comportare è ridotto. Il golf per i giovani è un gioco; nel calcio, alla stessa età, devi già vincere e ci sono dinamiche diverse…  magari devi stare in panchina, ad esempio».

La sua carriera calcistica l’ha vista approdare alla C1. Nel golf che livello ha raggiunto?

«Ho raggiunto un buon livello, ma amatoriale, paragonabile alla Promozione nel calcio. Per arrivare a questo livello ci sono voluti cinque anni. Nel golf la qualità agonistica è misurata da 54 a 0: più ti avvicini allo 0 e più significa che sei forte. Ora sono a 8».

Pensa di riuscire a raggiungere lo 0?

«No, è un impegno arduo. Devi fare solo quello tutto il giorno e avere la testa libera, quindi non ti è concesso nemmeno pensare al lavoro. Arrivare a 0 vuol dire essere un vero professionista».

Talento e allenamento nel golf.

«Fino a 7, 8 handicap puoi ancora arrivarci con il solo allenamento, anche se ti manca il colpo in più. Per arrivare allo 0 devi avere un talento innato, che migliori con l’allenamento».

Nel calcio una delle figure più contestate è l’arbitro, nel golf come viene gestita la gara?

«I giocatori che fanno parte del tuo gruppo di partenza segnano i punti del compagno a fianco. Possono esserci discussioni, ma nel caso accada, una palla la giochi come vuoi tu, e una come ti ha suggerito il tuo marcatore. Alla fine è il giudice che decide. Nel golf si applica alla lettera il regolamento, che contempla tutti i casi e quindi non ci sono controversie o dubbi».

Abbiamo parlato della sua carriera sportiva, ma lei è anche un imprenditore oltrepadano. Succede solo nei film o può capitare nei Golf Club di avere incontri d’affari?

«Succede spesso, anche in circoli dove non ti conoscono, di scambiare il biglietto da visita. Da quando gioco a golf ho allargato il mio raggio d’azione. La maggior parte di quelli che giocano sono businessman, e quindi è capitato di fare affari».

La sua azienda ha una grande visibilità, e il suo marchio “Tecnoserramenti” si nota in diversi eventi sportivi. Perché investire in maniera così importante a livello pubblicitario nello sport?

«In un posto dove ti aggreghi e che non ha a che fare con il lavoro, liberi la mente e osservi quello che vedi intorno. In un campo da golf poi dove per una gara percorri circa 6 chilometri ed hai 6 ore di tempo per vedere e rivedere la stessa cosa, alla fine ti entra per forza in testa».

di Silvia Colombini

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