Martedì, 25 Settembre 2018

OLTREPÒ PAVESE - IL GALLINI «I GIOVANI DEVONO TORNARE AD AMARLO»

Sono 45.566 i ragazzi degli Istituti Agrari d’Italia. Un vero e proprio esercito del ritorno all’agricoltura che ha visto negli ultimi cinque anni un aumento del 36%. I dati sono quelli diffusi da Coldiretti ed evidenziano un rinnovato interesse verso il connubio tra libri di scuola e lavoro nei campi, nelle stalle, nelle vigne o nei laboratori. Se a questo si aggiunge che, sempre secondo i dati Coldiretti, a un anno dal diploma il 73% degli studenti risulta già occupato, s può capire meglio la ragione di questa nuova tendenza. Voghera non rappresenta eccezione e vanta un istituto d’eccellenza come il ”Carlo Gallini”, che da oltre 120 anni “restituisce” al mondo agricolo e vitivinicolo oltrepadano (ma non solo) tecnici competenti.  Il Gallini è stato per intere generazioni un elemento distintivo e di profonda aggregazione. «Queilì ien cui ad l’agraria» ( in dialetto, «Quelli lì sono quelli dell’agraria»), dice Teresio Nardi,  ex studente galliniano diplomato nel 1968, quando ricorda come venivano chiamati e facilmente identificati gli studenti del Gallini. Nardi oltre che studente  è stato professore di estimo ed economia fino al 2007, preside nell’anno 2003/2004, vice preside per un ventennio, sotto lo storico preside Carli prime e con il professor Toscani poi. Ha pure sposato un’insegnate del Gallini e oggi è presidente dell’associazione “Insieme per il Gallini”. Insomma, la sua vita e la storia dell’Istituto Agrario iriense sono intrecciate a doppio filo. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata, in vena di ricordi e riflessioni su quello che è stato e sulle potenzialità che questa scuola, unica per il territorio, ha.

Nardi cosa rende così speciale e per molti versi unico il Gallini per essere ancora oggi dopo oltre 120 dalla sua nascita una scuola che rimane nel cuore di chi l’ha frequentata come fosse una sorta di “congregazione” universitaria?

«è indubbio che il Gallini sia una scuola che lega e che appassiona. A distanza di 50 anni da quando ero studente conservo di quella scuola un bellissimo ricordo che ancora oggi condivido con i miei ex compagni con i quali sono rimasto in contatto. Il perché? Probabilmente perché all’epoca eravamo in pochi, credo non arrivassimo a 100 in tutto l’istituto, una sorta di famiglia allargata e si creava anche con gli insegnanti e la dirigenza un rapporto molto stretto. Eravamo una scuola piccola  e “relegata” in mezzo alla campagna dove facevamo tantissime esercitazioni pratiche: dal mungere le vacche al falciare il fieno, il lavoro senza dubbio è andato a cementare il rapporto umano. Pensi che  le scuole finivano il 28 maggio e a giugno tutti noi studenti tornavamo a scuola a lavorare per tutto il mese, questo aspetto della scuola ha contribuito ad allungare la lista degli aneddoti e dei ricordi che oggi a distanza di tempo amiamo rivangare per riderci su».

Da dove è nata l’idea di creare un’associazione come “Insieme per il Gallini”?

«L’associazione è nata nel 2004  con lo scopo di non perdere questo cameratismo tipico degli ex studenti. Abbiamo sino ad ora organizzato tre revival, il prossimo credo lo faremo a novembre e l’affluenza è stata sorprendente: al primo eravamo in  300, al secondo organizzato al Palaoltre  in 480, al terzo in 320. Pensi che durante queste cene trovo anche diplomati degli anni ’30… il che è tutto dire… e in tutti la scuola ha lasciato un buon ricordo».

Quali sono gli aneddoti che amate rivangare a queste cene?

«Sono tanti, dalla merenda di metà mattina a base di pane e tre noci che ci davano nel mese di giugno, quando finita la scuola tornavamo per il lavoro, a quando si vendeva ai vogheresi il latte in bottiglia, infatti all’epoca avevamo l’unica stalla del territorio certificata esente tubercolosi e ancora oggi c’è il locale latteria con tutti gli accessori…Oppure quando arrivavano gli stalloni, dato che eravamo una stazione di monta equina… Tante cose di un passato per noi glorioso».

Trova la stessa partecipazione nelle nuove leve?

«Purtroppo no, per questo vorrei che un giovane prendesse il mio posto alla presidenza dell’associazione, per coinvolgere le nuove generazione che dal mio punto di vista non hanno quell’attaccamento che rende unico il Gallini. Il perché innanzitutto va ricercato nei numeri, oggi sono in 600 e non in 100 ed in più è venuta a mancare tutta la parte dedicata al lavoro, che univa».

Dichiarata scuola d’eccellenza nel 2006,  per l’Oltrepò che è territorio a vocazione agricola e vitivinicola è stata certamente un punto di riferimento importante. Qual è stata nel corso degli anni l’utilità della scuola nel settore agricolo e vitivinicolo oltrepadano?

«Prima di tutto va detto che ha diplomato persone preparate e competenti tra cui qualche nome illustre. Io ricordo quelli delle “vecchie” generazioni, come l’enologo Mario Maffi, il professor  Fogliani ultra novantenne docente di fitopatologia all’ università di Milano e Piacenza, presidente del vecchio Pio Istituto Gallini e fondatore dell’associazione La Strada dei Vini e dei Sapori, Gianluigi Stringa che ha rivestito incarichi importanti nel mondo agricolo e nel campo dello  zucchero. Credo poi che l’innovazione agricola sia passata anche dal Gallini: fino agli anni 80/85 un buon numero di diplomati lavoravano nel settore agricolo e vitivinicolo, pertanto  attraverso le loro idee e la loro competenza hanno certamente contribuito all’innovazione agricola, come ad esempio è stato per la rivoluzione verde negli anni 70 o per l’agricoltura sostenibile oggi».

Com’è cambiata la tipologia dello studente nel corso di questi anni?

«Intanto ai miei tempi eravamo solo maschi. La prima ragazza che si iscrisse arrivava da Broni ed erano gli inizi degli anni ’70, quando si aprì un importante capitolo per il Gallini: l’avvento delle donne nella scuola ingentilì la scuola stessa, la rese meno “agricola” se possiamo così definirla e addirittura ci furono anni in cui il numero delle iscritte superava quello dei maschi. Oggi gli studenti  non arrivano solo dal mondo agricolo che ha sempre la sua fetta, ma arrivano anche da altre realtà che con il vino e i campi nulla c’entrano. Troviamo sempre i figli di proprietari agricoli o produttori di vino e questi arrivano in particolar modo dalla Val Versa e dalla Valle Scuropasso, ma troviamo anche studenti che vedono nel Gallini una scuola di alto livello che li può preparare al mondo universitario qualunque esso sia, un’opportunità per approfondire percorsi diversificati e non più strettamente legati al mondo agricolo. Ai miei tempi una percentuale bassissima andava all’università, nel mio anno di studi eravamo in 4, generalmente una volta diplomati si andava a lavorare nelle aziende del territorio».

Il Gallini a suo giudizio è ancora una scuola attrattiva?

«è una scuola  che dà una formazione di una certa sostanza  e permette l’accesso all’università ed in diverse facoltà, ma non attira più come un tempo. Dà una formazione generale di alto livello, ma dal mio punto di vista ha perso quella connotazione prettamente agricola che la contraddistingueva. Non solo il fruitore è cambiato, anche la scuola ha perso alcune delle sue peculiarità:  prima tanta agricoltura,  tanta zootecnia e tutto l’insegnamento in generale era legato al mondo agricolo. Ora l’istituto paga lo scotto delle numerose riforme della scuola che in questi anni si sono susseguite e che hanno penalizzato tutti gli istituti tecnici in generale. Ora assomiglia di più ad un liceo agricolo che ad un istituto tecnico, ridotte le materie professionali si è perso in competenza pratica».

Non solo oltrepadani ma anche studenti che vengono da fuori e che hanno la possibilità di soggiornare nel convitto. Come funziona? Quanti sono i giovani non dell’Oltrepò che scelgono di diplomarsi al Gallini?

«Anche in questo aspetto si denotano le differenze tra la scuola ieri e oggi: ai mie tempi arrivavano studenti da province lontane: da Genova, Como, Varese, Torino,  in certe regioni non c’era l’istituto agrario con collegio annesso,  era una peculiarità di Voghera. I ragazzi, quasi la metà nel periodo in cui io ero studente, restavano nel convitto per un tempo prolungato, anche il sabato e la domenica, loro forse ancora più di noi sono la memoria storica e il collante di questa scuola, loro l’hanno veramente vissuta a 360 gradi, la scuola e la città di Voghera. Oggi da lontano non arrivano più e i giovani non amano stare in collegio. Da quel che sento dire i 40 posti del convitto sono sempre occupati, ma sono ragazzi della zona, non arrivano mai da troppo lontano, non più di 70-80 km. Poi è un collegio maschile ed i maschi si sa… preferiscono stare vicini alla mamma!».

è stato introdotto da quest’anno il sesto anno con indirizzo enotecnico, lo vede come un valore aggiunto sia per la scuola che per il territorio?

«La possibilità di un approfondimento enologico è un valore aggiunto sia per l’Oltrepò che per i territori limitrofi, penso all’alessandrino che produce ottimi vini. In Italia nelle zone a vocazione vitivinicola esiste da sempre questa specializzazione, penso  ad Alba, Conegliano Veneto, San Michele all’Adige e poi se non ricordo male Puglia e Marche, da noi in Oltrepò c’è voluto un po’ più di tempo».

Sviluppi futuri. Come vede le nuove professioni agricole e come la scuola dovrà adeguarsi?

«La prima cosa che mi viene in mente è l’uso dei droni in campo agricolo ma onestamente non so che futuro ci riserva l’agricoltura e di conseguenza quali potrebbero essere le nuove professioni ad essa legate. L’agricoltura è cambiata moltissimo, si è passati dall’ agricoltura “del nonno” con le rotazioni, il rispetto della natura e delle fasi lunari ad una agricoltura che di queste cose non tiene più conto e che non vede più la stagionalità. Vedo l’agricoltura aperta ad ogni tipo di innovazione e con tanti  scenari possibili ma rimango fermamente convinto di una cosa:  l’agricoltura deve continuare a produrre cibo, il cibo deve venire dalla terra e vedere oggi che l’agricoltura genera prodotti utilizzati per produrre biogas mi piange il cuore. è questo aspetto che non si deve perdere di vista, in più il nuovo agricoltore deve sapere vendere i suoi prodotti per cui è indispensabile che abbia una certa capacità di fare marketing, con una preparazione tecnologica e informatica di livello. Deve poi puntare sulle produzioni di nicchia che soprattutto sulle nostre colline  sono l’unica chance possibile. In collina non si possono trapiantare 3mila ettari di mais o di frumento, in collina devono essere valorizzate le diverse produzioni».

E per il mondo del vino?

«I continui scontri, ogni tanto uno scandalo, poi la lotta tra produttori, non aiutano. Serve un uomo di riferimento, un elemento trainante e penso agli anni in cui la cantina La Versa guidata da uno forte si è resa credibile e si è imposta. Ci  vorrebbe forse un altro uomo così, perché i tecnici si formano e il Gallini ne forma di bravissimi e preparatissimi, ma una guida che possa dire in che direzione andare ai nostri viticoltori e alle tante piccole cantine che fanno qualità manca». 

Lei perchè ha scelto il Gallini?

«Per passione. Mio padre era un muratore di Oriolo e sperava io facessi il geometra, ma io mai mi sarei visto in quel ruolo. Mio nonno aveva “un fazzoletto” di terra e sono cresciuto andando a raccogliere le cipolle, a seguire la trebbiatrice… Un’ atmosfera che mi è rimasta dentro».

Una parte dell’istituto è stata restaurata ma ci sono ancora spazi enormi inutilizzati e fatiscenti. Quale sarebbe il suo auspicio per il futuro?

«Premesso che le idee ci sono e ci sono sempre state, quello che manca alla fine sono i soldi per realizzarle, sarebbe a mio giudizio buona cosa poter trovare i fondi per edificare un collegio femminile che oggi manca, oppure realizzare un laboratorio di scienze naturali di un certo livello,  portare a Voghera una sede staccata dell’Università di Piacenza e Milano. Parlando di progetti più raggiungibili in termini economici, mi piacerebbe che si riuscisse a ristabilire il sistema di irrigazione che oggi la scuola non ha più. Da quando furono espropriati i terreni che appartenevano al Gallini da parte del Comune per costruire il parcheggio della piscina, il Palaoltre  e il Maserati il pozzo di irrigazione non è stato più ripristinato».

di Silvia Colombini

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