Domenica, 12 Luglio 2020
 

ZAVATTARELLO - TERESIO BRUNI DALLE SALE DEL GRAND HOTEL DI SALICE TERME AD AMBURGO

Teresio Bruni, classe 1949. Originario di Crocetta, una piccola frazione di Zavattarello, dal paesino oltrepadano si è spinto fino ad Amburgo, dove si è realizzato come imprenditore e ristoratore. Non è stato semplice, ma anni di gavetta e sacrifici lontano da casa lo hanno portato al successo. Un oltrepadano che non dimentica le proprie radici e infatti appena gli è possibile torna a Crocetta, una realtà diversa dalla grande città tedesca, ma a cui tiene e per la quale impiega tempo e risorse.

Si è soliti dire “è partito con la valigia di cartone e ha fatto una fortuna” per indicare chi con coraggio e zero risorse è partito dall’Italia per cercare oltreconfine una prospettiva di vita migliore. Cosa conteneva il suo bagaglio?

«Nel mio bagaglio c’era poca roba, ma tanta voglia di farcela! Io credo che il destino abbia giocato una parte importante, non sai mai cosa ti riserva la vita. Sei giovane, innocente e anche un po’ incosciente a quindici anni non sai dove sbattere la testa. Ti alzi al mattino e parti, senza pensare cosa succederà. Allora c’era un veterinario molto conosciuto in zona, il dottor Ridella, che era molto amico con mio papà e ricordo che gli diceva sempre “Manda via questo ragazzo”. I miei genitori non volevano assolutamente, ma è lui che ha insistito nel “cacciarmi via”».

Lei è partito dalla piccola frazione di Crocetta, quando era solo un ragazzino, l’ultimo di quattro figli…

«L’unico maschio, ho tre sorelle. Mia madre ha sofferto molto la lontananza, me lo ha confessato qualche anno fa mia sorella Carla. Per i miei genitori la Germania era lontanissima e la conoscevano solo per via della Guerra. Oggi il mondo è vicinissimo, ma allora …».

La Germania è stata la sua prima scelta?

«Sono partito nel ’65 e la prima tappa è stata la Svizzera. Allora non si poteva entrare in Germania da minorenne, mentre in Svizzera si poteva entrare solo con il permesso firmato dai genitori, il contratto di lavoro doveva essere firmato da loro. Compiuti i 18 anni mi sono spostato in Germania».

I primi passi in ambito lavorativo, la famosa gavetta per intenderci, li ha mossi in sala o in cucina?

«Io ho frequentato la scuola alberghiera a Salice Terme al Grand Hotel, bellissimo albergo ora chiuso purtroppo. Il secondo corso a Bellagio e poi la Svizzera: Saint Moritz, Locarno, di nuovo a Saint Moritz, Lugano, Cranz sur Sierre… Ho anche lavorato per tre anni sulle navi da crociera fino al ‘72, prima di aprire il mio primo ristorante, esperienza interessantissima. Io nasco come cameriere non come cuoco, ma ho dovuto imparare! Quando sei il proprietario di un ristorante devi saper far tutto per far fronte alle emergenze».

Quando ha deciso di mettersi in proprio?

«Al ritorno dalla Germania insieme ad un mio amico, abbiamo aperto un ristorantino a Borgo Ticino. Dopo un anno circa, per divergenze lavorative, sono ritornato in Germania. La mia intenzione era quella di rimanere in Italia, vicino alla mia famiglia, ma mi è capitata l’occasione di questo bellissimo ristorante ad Amburgo. In questo caso credo che il destino abbia giocato un ruolo importante, questo ristorante era di una “scala” troppo grande per me, ma ho rischiato. È andata bene! Un po’ di incoscienza ci vuole, era un ristorante molto grande, il personale contava circa 30 persone, io non avevo una lira in tasca, ma è andata molto bene. Tanti attori, artisti, sportivi, politici sono passati di qui».

La sua carriera non si è fermata qui…

«è iniziata da qui  con l’Hosteria Martini poi ho aperto il Galatea, un ristorante -  barca che ora ho subaffittato, poi “BruniLandia” un bistrot e poi un altro ristorantino che si chiamava il Cavallino, in onore della mitica Ferrari. Queste le mie attività ad Amburgo».

Rigorosamente cucina italiana?

«Assolutamente, cucina italiana».

Lei è un imprenditore e ristoratore affermato, come giudica la ristorazione oltrepadana? Quali le criticità? Dal punto di vista di un esperto del settore che lavora all’estero.

«Deludente. In Oltrepò, nello specifico, c’è qualche ristorante che fa bene, ma sono sempre le solite cose. È giusto mantenere le tradizioni, ma è un sistema sbagliato. Non c’è un corretto rapporto qualità/quantità e prezzo: in Germania dobbiamo importare i prodotti e quindi il prezzo dovrebbe essere molto superiore, invece il conto qui è eccessivo in proporzione».

Il prodotto oltrepadano per eccellenza è il Salame di Varzi. È conosciuto ad Amburgo?

«Assolutamente no, altri salumi “vicini di casa” come la coppa piacentina e la pancetta sono molto conosciuti e acquistabili anche in negozi specializzati in prodotti italiani. Il Salame di Varzi paga lo scotto di un periodo in cui  non è stato spinto, commercialmente parlando, anche se ultimamente ho la percezione che si stia tentando di rilanciarlo».

Vino gioia e dolore del nostro territorio. Vini oltrepadani in carta nei ristoranti di Amburgo?

«Personalmente, essendo io dell’Oltrepò in carta nei miei ristoranti ho sempre messo vini oltrepadani, scelti da me accuratamente ed importati. Anni fa ad Amburgo lo spumante La Versa era molto conosciuto e apprezzato».

L’Oltrepò è terra di bollicine anche se la tendenza è bere Prosecco. Anche ad Amburgo il Prosecco batte le nostre bollicine?

«è un ottimo prodotto e sicuramente meglio pubblicizzato sia in Italia che all’estero. Ha sbaragliato la concorrenza».

Lei nasce a Crocetta, frazione di Zavattarello, e lei a Crocetta ci torna ogni volta che può. Qui lei ha investito molto e non solo in termini di risorse, ma anche di tempo. Ha ristrutturato in modo appropriato e con gusto l’intera frazione creando scorci piacevoli e invogliando, in qualche modo, il viaggiatore occasionale a fermarsi.

«Io sono molto attaccato al mio paesino, il luogo in cui sono nato. Noi a Crocetta abbiamo sempre avuto la una piccola Cappella, poi non so per quale motivo è andata distrutta. Si è sempre parlato di rifarla, ma si doveva andare sul terreno degli altri, avrei voluto ricostruirla sul mio terreno, ma non ho ottenuto il permesso perché il terreno non è edificabile. Allora mi è venuta l’idea di farla in legno, Gino dei Campi,  così chiamato da noi amichevolmente in paese,  mi ha dato un ceppo di castagno e l’ho utilizzato per la Cappelletta. Un sei mesi dopo ho aggiunto il campanile con l’aiuto di amici che gratuitamente mi hanno dato una mano.

La Cappelletta è stata inaugurata recentemente alla presenza degli abitanti di Crocetta e della vicina Perducco, altra frazione di Zavattarello. Altri migliorie da lei apportate?

«Ho messo anche all’ingresso della mia vigna, di fronte alla Cappelletta, una “statua” riutilizzando un tronco enorme di castagno che ha per gambe le radici del tronco e gli ho aggiunto una testa che ho fatto scolpire, misura circa 5 o 6 metri».

Il suo “lavoro” è apprezzato dalla gente del posto?

«Sono stato anche criticato soprattutto in merito alla sistemazione delle stradine di campagna che dal torrente  Tidone portano al quella parte  alta delle nostre colline che noi chiamiamo “Costa”, nonostante non abbia chiesto nulla a nessuno e mi sia fatto carico di tutte le spese. Comunque qui io mi sento a casa, appena ho un po’ di tempo libero torno a Crocetta».

Perché secondo lei in molti Comuni dell’Oltrepò e negli oltrepadani stessi manca spesso la volontà di rendere più piacevole e appetibile il territorio anche con piccoli accorgimenti al paesaggio. Pare invece che la tendenza sia investire in grandi progetti che non sempre si adeguano al profilo del nostro territorio, in alcuni casi addirittura si parla di ecomostri…

«C’è disordine in Oltrepò. Forse chi ci abita si è abituato e non ci fa più caso, non vedono... Io mi fermo spesso ad osservare il paesaggio e ci sono scorci meravigliosi, sarebbe sufficiente pulire. Mi è anche capitato girando di vedere queste costruzioni che deturpano e non c’entrano nulla. Bisognerebbe capire chi ha dato il consenso alla realizzazione di questi “pugni negli occhi».

Tanti turisti tedeschi scelgono l’Italia come meta. Secondo lei l’Oltrepò potrebbe essere un punto d’arrivo o è terra di passaggio?

«I tedeschi amano l’Italia, ci criticano appunto per il disordine e la sporcizia, ma l’amano. L’Oltrepò secondo me è più terra di passaggio, la Via del Sale, ad esempio, è molto conosciuta anche in Germania. Ci dovrebbero essere, come in Liguria, più piste per cycling cross che piace molto al turista tedesco. L’Oltrepò è troppo poco pubblicizzato e in parte anche mal organizzato, poche strutture ricettive, parlavo prima del Grand Hotel di Salice e di tanti altri hotel che nel corso degli anni hanno chiuso. L’Oltrepò potrebbe fare molto di più».

Lei ha tre figli e tutti e tre hanno studiato e lavorano in giro per L’Europa e per il mondo. Se fossero nati e vissuti in Oltrepò avrebbero avuto le medesime opportunità?

«Hanno studiato tutti e tre in Inghilterra, due hanno deciso di fare un master alla Bocconi e uno ha fatto il master presso l’European School of London. Due sono impegnati nel business menagement e l’altro lavora per il beat coin. Viaggiano molto per lavoro. No. In Oltrepò, nei paesini, ma in Italia più in generale, si ha la tendenza a non lasciare andare i figli».

 
 
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