Sabato, 14 Dicembre 2019

BRESSANA BOTTARONE – BRONI – CASTEGGIO – RIVANAZZANO - VARZI - VOGHERA - SUI BANCHI DI SCUOLA COME VESTONO GLI ADOLESCENTI OLTREPADANI?

La proverbiale colonnina di mercurio è tornata a far segnare temperature quasi estive, nelle ultime settimane. Con esse sono usciti dagli armadi sandali, minigonne, canotte e pantaloncini, troppo a lungo relegati ad un letargo ormai fuori tempo massimo.

Il caldo è uguale per tutti, e non fa sconti. Così può accadere, nella stagione estiva, di avere a che fare con funzionari o semplici impiegati che, spogli di costumi prima che di vesti, abbandonano le uniformi e assolvono ai propri doveri, nei pubblici uffici, bardati in tenute degne di una piscina. Singolare che la stessa calura non produca effetti analoghi in avvocati, banchieri e poliziotti. Dicono che l’abito non faccia il monaco; ma forse alcuni monaci tengono particolarmente alla propria compostezza, mentre altri non ne ravvisano l’urgenza.

Il tema dell’abbigliamento torna di attualità, in modo particolare, all’interno dei plessi scolastici. Dove, da una parte, è richiesto un certo decoro agli insegnanti, che svolgono un ruolo di guida e quindi di esempio; e, dall’altro lato, occorre istradare gli studenti entro un certo rispetto dell’istituzione. Tradizionalmente la questione emerge negli istituti secondari di secondo grado, le vecchie scuole superiori, dove i ragazzi vivono quel momento in cui si pongono in discussione le regole, si mira a contrastare le autorità; e si tende, vieppiù, a mettere in mostra il proprio corpo. L’età adolescenziale, dicono gli studiosi, sta allargando sempre più i propri limiti: l’Organizzazione Mondiale della Sanità identifica oggi questo periodo, da un punto di vista biologico, nell’età compresa fra i 10 e i 19 anni. Stanley Hall, con un’influentissima opera del 1904, aveva situato entrambi i limiti quattro o cinque anni più avanti. Questo cambiamento è giunto anche nelle scuole italiane. Alcuni istituti secondari di primo grado hanno infatti iniziato a ravvisare nei loro studenti comportamenti che si pensava fossero appannaggio dei loro fratelli maggiori; quelli relativi all’abbigliamento, per esempio.

E stanno rispondendo a suon di regolamenti. A inizio maggio, la dirigente dell’Istituto Comprensivo di Moncalieri, Valeria Fantino, ha lanciato un sondaggio su Facebook: ‘‘Chi sarebbe d’accordo nel vietare canotte, shorts e minigonne cortissime a scuola? Si deve favorire la consapevolezza che ogni luogo ha il proprio codice di comportamento e abbigliamento: insegnando un minimo di rispetto e buon gusto. Ovviamente mi riferisco anche ai jeans a vita bassa che mostrano le mutande.’’ C’è stato un plebiscito, e ora il Consiglio d’Istituto si avvia a ratificare la decisione presa dal popolo della rete, con l’adozione di un codice di abbigliamento. Alcuni prospettano l’adozione di una divisa scolastica. Ma il dibattito è ancora aperto.

È lecito chiedersi se questi problemi sorgano soltanto, per il momento, negli hinterland delle grandi città; o se, viceversa, anche il periferico Oltrepò sia al passo con i tempi che sembrano incombere.

Abbiamo chiesto ai dirigenti degli istituti secondari di primo grado di Bressana Bottarone, Broni, Casteggio, Rivanazzano, Varzi e Voghera se i loro studenti (e gli insegnanti) partecipino alle lezioni con un abbigliamento decoroso; se siano sorti problemi in tal senso, tali da determinare l’emanazione di un codice di abbigliamento o, addirittura, da prospettare l’adozione di una divisa scolastica, come avviene in alcuni stati esteri.

Istituto Comprensivo di Bressana Bottarone. Miriam Paternicò: «Non è presente un codice, naturalmente però i docenti richiamano al rispetto del decoro, sia gli alunni che le famiglie, nel caso in cui si ecceda. Non ci sono stati però problemi, anche perché vengono date delle istruzioni abbastanza chiare, anche prima degli esami, per cui si dice ai ragazzi di non indossare, per esempio, pantaloncini corti. In linea di massima vengono rispettate. Non è mai stato necessario un regolamento, proprio perché non si è mai registrato un eccesso».

Lei pensa, comunque, sia importante un certo decoro nell’abbigliamento degli alunni?

«Non solo per gli studenti, per tutti. L’istituzione scolastica rappresenta lo Stato, quindi anche gli insegnanti, i collaboratori scolastici, gli assistenti amministrativi, il dirigente scolastico, devono avere rispetto anche in alcune forme che possono essere considerate esteriori. Una forma di rispetto per l’istituzione in cui siamo incardinati».

Da parte degli studenti esiste una consapevolezza in questo senso?

«Non sempre, dipende però anche dal lavoro degli insegnanti e da quello che recepiscono in famiglia».

Istituto Comprensivo di Broni. Paolo Della Porta: «All’interno del Regolamento d’Istituto c’è un riferimento per quando concerne l’abbigliamento, che deve essere idoneo alla scuola. Il riferimento non è dettagliato, ma il look deve essere consono ad un istituto educativo. In Italia l’abbigliamento è libero, non ci sono dei vincoli nelle scuole come ci sono, ad esempio in Inghilterra. Logicamente, nel momento in cui venisse verificato dai docenti che qualche alunna o qualche alunno avesse degli abbigliamenti non idonei, allora si interverrebbe».

Cosa pensa delle divise scolastiche?

«È un tema opinabile. Sono stato, anche negli anni passati, a visitare istituti all’estero, e posso dire che le divise, dove presenti, danno un segno di uguaglianza e anche di identificazione e di appartenenza a una comunità. Sicuramente, per cui, ci sono degli aspetti positivi. Ma ce ne sono altri che dobbiamo considerare, ad esempio relativamente ai costi eventuali che si dovrebbe accollare la famiglia, e questo è da valutare, anche alla luce della crisi economica. Oltre al fatto che la tradizione ormai consolidata in Italia è quella di una certa libertà di abbigliamento».

Istituto Comprensivo di Casteggio. Angela Sclavi: «Non ci sono problemi, assolutamente. Il dress code non è fra le nostre previsioni. Comunque non si tratta di un’utenza che ha bisogno di essere richiamata all’ordine. Quest’anno c’è stato anche complice il tempo, per cui, non avendo fatto particolarmente caldo, non è stato neanche necessario raccomandare regole elementari».

Esiste, comunque, qualche previsione generica da parte del Regolamento d’Istituto?

«No, non abbiamo previsto norme particolari, salvo il buon senso. Devo dire che c’è una buona collaborazione con i genitori e non è quindi necessario prendere delle direttive rigide. Basta chiedere, e di solito ci ascoltano e ci supportano. Dove la famiglia è presente e collabora, la scuola non ha mai problemi. Soprattutto in quanto non prevede richieste economiche o risorse particolari, ma solo pura collaborazione».

Istituto Comprensivo di Rivanazzano. Maria Margherita Panza: «No, assolutamente, i ragazzi sanno come devono vestirsi e lo fanno in modo decoroso. Arrivano con le loro magliette normali, le t-shirt, i calzoncini corti, al ginocchio, ma è normale. Magari in futuro potrà capitare, e valuteremo caso per caso. Per fortuna al momento è tutto tranquillo».

Lo stesso per gli insegnanti?

«Gli insegnanti sono vestiti normali. Magari c’è l’insegnante che veste smanicata, ma in modo civile, presentabile. Assolutamente».

Avete mai pensato all’utilizzo di una divisa o di un qualche simbolo d’istituto? «Nella primaria i bambini hanno il grembiulino. Stiamo pensando, più che altro, a un cappellino con scritto ‘‘IC Rivanazzano’’. Utile anche per portarli in gita e distinguerli».

Istituto Comprensivo di Varzi. Umberto Dallocchio: «C’è un riferimento generico nel Regolamento d’Istituto. Per il momento non è sorta una particolare necessità, probabilmente ci arriveremo».

Vedrebbe di buon grado l’adozione di una divisa?

 «Il fatto di voler rendere tutti uguali, a volte, crea le premesse perché ciò non avvenga; perché, comunque, comporta una spesa per le famiglie. Servirebbero due divise, almeno, per avere un cambio, e alcune famiglie potrebbero avere più figli. Il principio funziona, come senso di appartenenza, come identità; ma potrebbe creare disagi».

Ha ravvisato problemi con i suoi insegnanti o collaboratori?

«Non ho mai dovuto sottolineare la necessità di presentarsi a scuola in modo diverso. Dà tanti svantaggi essere distanti dai grandi centri, ma forse anche qualche vantaggio. Forse qui influisce anche un certo tipo di tradizione, le famiglie hanno uno sguardo diverso».

Istituto Comprensivo di Via Marsala, Voghera. Maria Teresa Lopez: «Noi non abbiamo una divisa, anche se dall’anno prossimo vorrei introdurre almeno una maglietta d’istituto. Sono qui da settembre, ho 2.300 alunni e tante cose a cui, man mano, pensare. Abbiamo iniziato con il diario d’istituto, che avremo dall’anno prossimo; sempre per l’anno prossimo vorrei fare un concorso interno per far disegnare il logo della scuola. Se riuscissimo ad avere una maglietta con il nostro logo sarebbe già carino, e si potrebbe utilizzare in occasione di varie manifestazioni. Il senso, anche del diario, è quello di aumentare il senso di appartenenza all’istituto, che poi è un bellissimo istituto».

Non esistono direttive o circolari in merito al decoro dell’abbigliamento?

«Non ho fatto nessuna circolare, perché nessuno, qui, arriva in ciabatte. Ho visto che i ragazzi hanno dei genitori responsabili, che non li mandano a scuola con il pantaloncino particolarmente corto. Ma anche a Milano non ho avuto problemi. Nel momento in cui si manifestasse il problema provvederei con una circolare».

di Pier Luigi Feltri

  1. Primo piano
  2. Popolari