Mercoledì, 20 Novembre 2019

PIETRA DE GIORGI - PALIO DELL’AGNOLOTTO, «CI AUGURIAMO CHE MOLTI ESPERTI DEL SETTORE ABBIANO SCOPERTO L’OLTREPÒ»

Il Palio dell’Agnolotto si è concluso con la vittoria dello chef Andrea Morerio e del suo Agriturismo Boccapane di Pometo di Ruino. Soddisfazione da parte dell’Associazione Chicco per Emdibir, promotore dell’iniziativa organizzata a Tenuta Calcababbio nel Comune di Pietra De’ Giorgi. Il ricavato della serata sarà devoluto a favore del progetto “Un chicco di grano o di teff”, che mira al miglioramento sostenibile dell’alimentazione in Etiopia. Elena Passadori è il presidente dell’associazione Chicco che opera a Stradella, Broni e Redavalle ed è la mente e il braccio dell’evento.

Il Palio è stato un evento ad alta risonanza in Oltrepò. Come è nata l’idea di creare questa manifestazione?

«Noi avevamo l’esigenza di far conoscere la nostra associazione e il nostro progetto. Nel contempo, visto che siamo un gruppo dell’OLtrepò, ci piaceva l’idea di attirare persone nel nostro territorio anche per far conoscere le nostre zone e le potenzialità che offrono».

In gara c’erano parecchi ristoratori dell’Oltrepò. Come e da chi sono stati scelti?

«Sono stati scelti facendo un lungo elenco di ristoranti e agriturismi del nostro territorio. Ho chiamato personalmente tutti. Chiaramente per averne tredici ho fatto davvero tante, tante telefonate. C’è stata all’inizio un po’ di difficoltà ad avere la partecipazione… il che è comprensibile visto che era la prima edizione del palio e ci poteva essere un po’ di diffidenza. è stato poi fondamentale avere lo Chef Silvano Vanzulli a bordo dell’operazione perché lui è davvero conosciuto da tutti i ristoratori: lui si è impegnato in prima persona per l’organizzazione dell’evento e per valutare gli aspetti tecnici. Chiamare e dire che c’era anche lui è stata una svolta!».

Si aspettava più partecipazione da parte dei ristoratori?

«Diciamo che sono contenta del risultato finale. C’è stato un momento di “crisi” perché alcuni si sono ritirati per esigenze di altro tipo e quindi eravamo scarsi come numero… e ci abbiamo messo qualche giorno per recuperare la situazione. Abbiamo contattato altri ristoratori e ci hanno dato la loro disponibilità. Averne avuti tredici è una grossa soddisfazione, soprattutto perché era la prima volta. Mi aspetto che l’anno prossimo qualcuno di quelli che hanno rifiutato o annullato all’ultimo, ci telefoni e si faccia avanti per partecipare. Noi siamo aperti a tutti quelli che vogliono partecipare».

C’è stata la presenza di una giuria tecnica, formata da Chef, giornalisti ed esperti del settore. Come mai questa scelta?

«Perché all’inizio l’evento di risonanza era stato definito con Fabrizio Ferrari, noto chef, che si è da subito mostrato molto disponibile. è appassionato di Oltrepò e ha contribuito con una bella presenza fin dall’inizio. Per valorizzare questa sua presenza, abbiamo pensato alla definizione di una giuria tecnica. Dopo ci è piaciuto dare un certo rilievo anche alla stampa e quindi al “tecnico” inteso come chef, abbiamo aggiunto altre figure».

C’era poi anche la giuria popolare

«Abbiamo fatta questa scelta per coinvolgere maggiormente i partecipanti all’evento. Il voto della giuria popolare ha avuto comunque un peso inferiore rispetto a quello espresso dalla giuria tecnica. La giuria popolare si è espressa con un solo voto, mentre la tecnica doveva giudicare più aspetti (presentazione, aspetto interno e aspetto de gustativo, bilanciamento dei sapori e qualità/cottura). Sarebbe stato impossibile gestire così tanti voti se anche la giuria popolare avesse dovuto valutare tutti gli aspetti… per questa prima edizione abbiamo fatto questa scelta, volendo comunque valorizzare la presenza di tutti, ma anche dando la possibilità ai “tecnici” di esprimersi appieno».

è stato difficile avere la disponibilità di tutta la giuria tecnica. C’erano nomi importanti, oltre agli chef…

«è stato impegnativo, perché ha richiesto una rete di contatti che si è costruita per l’evento e che non avevamo a priori. è stato un passaparola, per vedere se qualcuno dei nostri conoscenti avesse qualche contatto in quell’ambito. Con tanto impegno siamo riusciti a trovare persone davvero molto disponibili, perché hanno capito il progetto che è stato ben documentato…per tutti loro è stato fondamentale vedere il progetto e la competenza elevata dei nostri professori, in particolare di Vincenzo Tabaglio e Giuseppe Bertoni dell’Università di Piacenza. Ci auguriamo inoltre che, grazie a questo evento, molti esperti del settore che non sono del territorio abbiano scoperto l’Oltrepò e possano tornare».

Come mai è stato scelto proprio l’agnolotto?

«Ci è sembrato un piatto altamente rappresentativo del nostro territorio e delle nostre tradizioni gastronomiche. Nello stesso tempo, ci è parso un piatto non troppo difficile da preparare, perché ciascuno lo può fare a casa propria e arrivare con il piatto da cuocere».

è riuscito l’agnolotto, secondo lei, a rompere gli argini dell’Oltrepò?

«Mi auguro di sì. Noi però ci aspettavamo più gente “da fuori”, anche a livello di partecipazione, grazie alla diffusione che c’è stata anche sui vari media… dalle nostre statistiche dobbiamo invece dire che hanno funzionato nettamente le relazioni personali: i cento che si sono presentati all’evento erano tutti legati alla schiera degli amici o di amici degli amici, allo staff, o alla giuria. Mentre il tam-tam attraverso internet e mass media per ora ha dato un risultato abbastanza scarso a livello quantitativo. Questo ci dispiace un po’ perché ci sembrava un’occasione per far conoscere il progetto e il territorio al di fuori della cerchia di amici. Però alla fine siamo soddisfatti perché la risonanza c’è stata, anche post-evento… e come prima edizione è andata bene, a giudizio di tutti».

è un’esperienza da ripetere?

«Ci sembra di sì! Vorrei sottolineare l’importanza del gruppo che si è creato: tutti i ristoratori hanno lavorato insieme, consapevoli di far qualcosa per solidarietà, ma anche per promuovere il territorio. Si dice sempre che in Oltrepò la gente non è capace di collaborare e ognuno pensa al proprio orticello, ma si sa che fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce: questo è un esempio virtuoso per far capire che anche nel nostro territorio ci sono delle persone che hanno presente qual è l’unica strada per evolvere e non è certamente quella di guardare solo il proprio orticello. Questo evento potrebbe essere il primo passo…».

Il format, nel caso di una ripetizione dell’evento, sarà pressoché identico o ci sono dei margini di miglioramento?

«Dovessimo avere tanti ristoranti che chiedono di entrare nella gara, potremmo pensare a una sorta di semifinali solo per gli chef e poi una finale aperta a tutti. Questo è da vedere. Noi per il momento pensiamo di pianificare il prossimo evento a partire dall’autunno, in modo da avere un po’ di mesi per contattare le persone che ci sono state quest’anno e cercarne altre e soprattutto cercare di non sovrapporsi con altri eventi, visto che la domenica del Palio c’erano altri eventi nel raggio di pochi chilometri. Vorremmo evitare sovrapposizioni che non fanno bene a nessuno. Di sicuro ci saranno migliorie».

di Elisa Ajelli

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