Mercoledì, 20 Novembre 2019

VOGHERA - TRA I CIMELI PIÙ FAMOSI LA BERETTA CHE UCCISE MUSSOLINI

è una realtà piccola, che vive del lavoro di un gruppo di tenaci volontari, di qualche sporadica sovvenzione pubblica e soprattutto della dedizione di colei che la gestisce ogni giorno, prendendosene cura in memoria del marito che l’ha fondata. Il museo storico “Giuseppe Beccari” di Voghera, aperto nel 1971 dal Tenente Colonnello scomparso nel 2006, è da allora diretto dalla moglie Giuseppina Bellinzona Beccari, che ha raccolto l’eredità del marito prendendosene cura con la stessa smisurata passione. L’abbiamo intervistata per farci raccontare quali cimeli e curiosità custodisce nel museo, aperto al pubblico martedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 17.30.

Signora Beccari, cominciamo dalla nascita del museo. Quando e come ha preso forma il progetto di realizzarlo?

«L’idea iniziale la ebbe mio marito a seguito (ma questo lo sostengo io, lui non lo ha mai detto) di un incidente capitatogli mentre era in guerra, di stanza in Montenegro. Un giorno, mentre era di pattuglia, fu chiamato come portaordini per un compito delicato. Lo assolse velocemente e tornò prima del previsto al Comando, dove chiese di riprendere il suo posto in pattuglia, esonerando dall’incarico il Sergente che lo aveva sostituito. Il militare, però, aveva già organizzato l’operazione e preferì rimanere: purtroppo lui e i suoi uomini morirono poche ore dopo in un agguato. Questo episodio segnò profondamente la vita di mio marito, che non dimenticò mai il compagno morto al suo posto per una beffa del destino. Credo che sia stato proprio il ricordo di quel fatto a far nascere in lui il desiderio di istituire un museo che fosse testimonianza del sacrificio compiuto da tanti giovani in guerra».

Come e quando è stato poi realizzato?

«II Museo Storico è stato ufficialmente istituito nel 1971 dall’Associazione Nazionale del Fante, sezione di Voghera, grazie all’impegno non solo di mio marito ma anche di tanti volontari che nel dopoguerra aveva iniziato a raccogliere cimeli riguardanti la storia civile e politica della città. Iniziò lui mettendo qualche pezzo della sua collezione in una vetrina nella sede dell’associazione, in via Emilia 6, e a poco a poco gli altri lo seguirono, portando ciascuno i propri tesori. Il trasferimento in via Gramsci avvenne nel 1975-76, quando il comune acconsentì alla richiesta fatta da mio marito di poter utilizzare i locali dell’ex caserma. Grazie al contributo della Regione vennero realizzati i lavori di ristrutturazione delle sale (che sono rimaste così com’erano all’epoca in cui la caserma era funzionante) e poi, con tanta passione e impegno continuo ed instancabile, fu iniziato l’allestimento, completato nel 1977. Il prezioso materiale era stato raccolto in anni di sapienti ricerche: chi aveva conservato ricordi, documenti, oggetti e testimonianze fu incoraggiato a donarli al museo, nella certezza che sarebbero stati adeguatamente conservati».

E così è stato: nel museo sono custoditi migliaia di reperti di ogni genere…

«Sì, nelle nostre sale ci sono oggetti di varia natura: quadri, stampe, attrezzi da lavoro, decine di migliaia di lettere di soldati dal fronte, diari e memorie di combattenti, oltre cinquecento uniformi italiane e straniere, armi bianche e da fuoco. I pezzi più famosi sono senz’altro la Beretta 34 calibro 9 con cui fu ucciso Benito Mussolini, l’uniforme di Vittorio Emanuele II  e la A112 su cui trovarono la morte nel 1982, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro, ma ci sono anche tantissime curiosità».

Per esempio?

«Fare un elenco è davvero difficile, ogni oggetto esposto ha una storia interessante da raccontare. Posso citare però la collezione di modellini di aereo telecomandati che custodiamo in una delle prime sale (e tra cui figura anche lo SVA di D’Annunzio), l’elica di uno degli aeroplani che volò su Vienna, alcune divise d’artiglieria che risalgono addirittura al 1831, la collezione di quadri di Maserati, le palle di cannone impiegate nella battaglia di Montebello, l’altare da campo di Padre Stanislao Re».

Il museo è comunale ma funziona grazie al lavoro dei volontari…

«Sì, e purtroppo siamo sempre meno. Quando mio marito lo aprì, ad aiutarlo c’erano tanti reduci, per lo più membri dell’Associazione Nazionale del Fante di cui lui stesso aveva fondato la sezione vogherese. Oggi i reduci rimasti sono troppo anziani per darci una mano, e così chiedo aiuto alla protezione civile o agli alpini, ma avrei bisogno di presenze più stabili. Oggi a lavorare quotidianamente in museo siamo solo in tre ma avremmo bisogno di energie nuove. Purtroppo la verità è che ormai la storia a scuola si studia poco (in visita mi portano solo gli studenti delle superiori, alle medie nemmeno si arriva all’epoca più recente) e che con l’abolizione della leva obbligatoria i giovani faticano ad appassionarsi alla storia militare. Ed è un peccato, perché questo museo avrebbe ancora moltissimo da offrire a questa città e ai suoi abitanti».

di Serena Simula

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