Mercoledì, 08 Luglio 2020
 

VOGHERA - VIZI E OSSESSIONI DI UNA “ETÀ OSCURA”

Vogheresi di nascita, si sono formati nel 2010 e cantano, con l’energia che contraddistingue il genere metal, vizi e turpitudini dell’ “età di Kalì”. Da qui il loro nome, Kaliage, e uno spirito ribelle al conformismo musicale che difficilmente trova grandi spazi in terra d’Oltrepò. Loro sono oggi Guido Chiereghin (voce e chitarra), Stefano Magrassi (basso), Dario Chiereghin (chitarra) e Luca Marini (batteria), una formazione cui sono approdati dopo non pochi cambi di line up e difficoltà da superare, come l’abbandono di un chitarrista prima e di un batterista poi, proprio a ridosso delle registrazioni di un disco. «Siamo rimasti senza batteria per più di un anno – spiega Guido che, insieme a Stefano è uno dei fondatori della band - ma non ci siamo persi d’animo, continuando a lavorare ai nostri brani anche lontano dalle scene. Poi mio fratello Dario e Luca Marini si sono uniti al gruppo portando nuova linfa». 

Guido, come è iniziata la vostra avventura?

«è partita nella piccola sala prove “industriale” di Montebello della Battaglia in un momento di trasformazione musicale per me e Stefano. Dopo un breve periodo passato solamente in due a lavorare alle idee iniziali, sono entrati a fare parte del progetto Gregorio Labbozzetta alla batteria e Matteo Noli come chitarra solista. Ognuno di loro ha portato un background differente, uno stile musicale personale e nuove idee, che abbiamo messo nelle quattro tracce presenti nella prima pubblicazione della band che risale al 2012, “White Oblivion”. Poi Marco e Giorgio hanno lasciato il posto a Dario e Luca».

Il Metal è un genere dalle mille sfaccettature. Come definiresti il vostro stile musicale?

«Partendo dal presupposto di non potere riuscire bene ad inquadrare o catalogare il genere da noi proposto, definirei il nostro stile “promiscuo e libero”. Abbiamo tutti un’idea del suonare molto differente l’uno dall’altro, ciononostante siamo tutti convinti di potere creare qualcosa di nuovo ed originale derivante dall’influenza o, per meglio dire, dalla guida, di quelle sonorità che amiamo e le quali ci aprono la strada a nuovi percorsi e metodologie di sviluppo delle idee, seguendo le indicazioni che la musica stessa in via di sviluppo ci suggerisce, senza per forza fermarsi a canoni e dogmi legati a determinati generi o metodi».

Il vostro nome ha un significato particolare. Cosa simboleggia e perchè lo avete scelto?

«Kaliage è la contrazione della frase inglese “the age of Kalì”, ossia “l’era di Kalì”.

Per chi non conoscesse le scritture vediche, spiego brevemente di cosa si tratta: la storia dell’uomo viene suddivisa in quattro grandi ere, meglio chiamate Yuga, in cui viene descritta la partenza della civiltà da “un’età dell’oro”, un mondo ideale dove la vita umana dura molto più a lungo, la cultura rende gli uomini saggi e la devozione verso gli dei porta ricchezza e splendore per arrivare “all’era oscura” ossia l’era di Kalì, nella quale gli uomini sono guidati dall’ignoranza, dalla cupidigia, dalla perversione e dalla smania di potere, votati alla guerra e alla violenza, irrispettosi anche nei confronti di se stessi e della propria dimora, la terra. Kalì distrugge e purifica, portando la restante umanità verso una nuova età dell’oro in un ciclo continuo ed eterno».

Quindi oggi vivremmo nell’era di Kalì?

«Beh, chiaramente l’analogia con la storia dell’ultimo millennio è molto forte, per questo abbiamo deciso di scegliere questo nome. Con esso possiamo rappresentare tutto ciò che conosciamo e vediamo nella storia dell’essere umano, seguendo un’idea affascinante e romantica in cui tutto può essere redento, nonostante il male predomini sulle nostre azioni».

Al momento il vostro unico lavoro è l’Ep “White Oblivion” del 2012. Quante tracce contiene e di cosa parlano le vostre canzoni?

«Contiene quattro tracce “Love Child”, “Brain dead”, “Naturalized Citizen” e la title track, “White Oblivion”. Le canzoni toccano grandi tematiche quali religione, cultura, guerra, scienza, credenze popolari, vita, morte e civiltà. In quel lavoro ci siamo fermati a raccontare solamente da spettatori, mentre i nuovi brani avranno una visuale più introspettiva e personale. Siamo sempre più convinti che le musica debba trasmettere non solo emozioni, ma che debba comunicare dei messaggi i quali possano aprire la mente o la visione ad un mondo che non sempre è così esplicito come può apparire nella sua semplicità».

C’è quindi in cantiere un disco?

«Si certamente. Come già accennato, abbiamo quasi terminato l’epopea delle registrazioni del nostro primo album intitolato “Pure”, ossia “puro”. Nove tracce registrate a Legnano, completamente diverse da quelle che si possono ascoltare sull’EP. I suoni sono più pesanti, le voci più cupe e i tempi medi delle brani si sono allungati, mentre i testi, come già detto, sono punti di vista personali su determinate tematiche che ci affascinano e che, in un certo senso, ci spaventano».

Cosa ne pensate della scena musicale oltrepadana?

«Abbiamo sempre avuto grandi band in zona che hanno proposto cose che anche in città cosmopolite si sognavano solo di pensare, difatti grandi live club sono nati proprio nelle nostre zone e hanno dato voce a questi talenti per molti anni. Noi, personalmente, abbiamo avuto la fortuna di condividere il palco con grandi band originali le quali sono perfettamente in grado di trasmettere messaggi ed emozioni forti pur non proponendo generi di semplice ascolto e difatti con queste persone si è creato un legame di rispetto e collaborazione che non sempre è facile trovare».

Quali sono i problemi principali che si incontrano a suonare da queste parti?

«Il problema più grande, almeno per quello che ci riguarda, è conquistarsi la fiducia di un gestore o organizzatore il quale voglia rischiare di proporre un genere di musica poco commerciale. Inoltre in alcune strutture è difficile potere esprimere al meglio dei brani così complessi, dato che gli impianti audio spesso non permettono di potere mettere in sintonia perfettamente ogni membro della band, nonostante i brani siano nostri e siano stati provati centinaia di volte».

Il fatto di suonare un genere di nicchia è penalizzante in Oltrepò oppure esiste un buon pubblico per il vostro tipo di musica?

«Da un lato certamente è penalizzante suonare un genere underground, perché come ho accennato in precedenza, è difficile trovare la “vetrina” per la nostra musica, ma quando riusciamo a calcare un palcoscenico oltrepadano, sono onesto, spesso il pubblico rimane molto colpito dalla totalità e dalle atmosfere dei brani. Chiaramente è una cerchia molto ristretta, ma il sapere che esiste una comunità anche se piccola, ci dà la forza e la voglia di andare avanti con il nostro lavoro e la nostra passione».

Un sogno nel cassetto?

«Quello di riuscire ad organizzare un piccolo tour europeo toccando alcuni dei paesi in cui il tipo di musica che proponiamo funziona come se fosse rock’n’roll: Svezia, Norvegia, Finlandia, Russia e limitrofi, Germania e Francia. D’altronde molti esponenti del nostro underground sono sbocciati negli ultimi vent’anni in questi luoghi».

di Christian Draghi

 
 
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